Vittorio Alfieri (1749-1803)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1803
  • Data di nascita: 16 Gennaio 1749
  • Professione: Scrittore
  • Luogo di nascita: Asti (AT)
  • Nazione: Italia
  • Vittorio Alfieri in Rete:

  • Wikipedia: Vittorio Alfieri su Wikipedia
  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Vittorio Alfieri, ritratto di François-Xavier Fabre
    Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803) è stato un drammaturgo, poeta e scrittore italiano.
    «Nella città di Asti, in Piemonte, il dì 17 gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti». Così Vittorio Alfieri - maggiore poeta tragico italiano del Settecento - presenta se stesso nella Vita scritta da esso, autobiografia scritta intorno al 1790. Nel corso della sua breve quanto intensa esistenza lo scrittore non trascurerà neppure questo genere letterario. Del resto, il suo carattere tormentato, oltre che a delineare la sua vita in senso avventuroso, lo renderà un precursore delle inquietudini romantiche.

    Biografia
    Ritratto di Monica Maillard.
    Ritratto di Giulia Alfieri.
    Infanzia e educazione
    Vittorio Alfieri nacque dal conte di Cortemilia Antonio Amedeo Alfieri e dalla savoiarda Monica Maillard de Tournon (già vedova del marchese Alessandro Cacherano Crivelli).
    Il padre morì nel primo anno di vita di Vittorio e la madre si risposò nel 1750 con il cavaliere Carlo Giacinto Alfieri di Magliano.
    Visse fino all'età di nove anni e mezzo ad Asti a Palazzo Alfieri (la residenza paterna), affidato ad un precettore, senza alcuna compagnia. Dei due fratelli che aveva, Giuseppe Maria morì dopo pochi mesi di vita e la sorella Giulia fu mandata presso il monastero astigiano di Sant'Anastasio.
    Nel 1758, per volere del suo tutore, lo zio Pellegrino Alfieri, governatore di Cuneo e nel 1762 viceré di Sardegna, fu iscritto all'Accademia Reale di Torino.
    Alfieri frequentò l'Accademia dove compì i suoi studi di grammatica, retorica, filosofia, legge. Venne a contatto con molti studenti stranieri, i loro racconti e le loro esperienze lo stimolarono facendogli sviluppare la passione per i viaggi.

    Dopo la morte dello zio, nel 1766 lasciò l'Accademia non terminando il ciclo di studi che lo avrebbero portato all'avvocatura e si arruolò nell'Esercito, diventando "portinsegna" nel reggimento provinciale di Asti. Rimase nell'esercito fino al 1774 e si congedò col grado di luogotenente.
    I viaggi
    Vienna nel XVIII secolo, Bernardo Bellotto, soprannominato Il Canaletto, (1760) Kunsthistorisches Museum, Vienna
    Tra il 1766 ed il 1772, Alfieri cominciò un lungo vagabondare in vari stati dell'Europa. Visitò l'Italia da Milano a Napoli sostando a Firenze e a Roma, nel 1767 giunse a Parigi dove conobbe Luigi XV che gli parve un monarca tronfio e sprezzante. Deluso anche dalla città, a gennaio del 1768 giunse a Londra e dopo un lungo giro nelle province inglesi, andò in Olanda.
    A L'Aia visse il suo primo amore con la moglie del barone Imhof, Cristina. Costretto a separarsene per evitare uno scandalo, tentò il suicidio, fallito per il pronto intervento di Elia, il suo fidato servo che lo seguiva in tutti i suoi viaggi.
    Rientrò a Torino dove alloggiò in casa di sua sorella Giulia che nel frattempo aveva sposato il conte Giacinto Canalis di Cumiana. Vi rimase fino al compimento del ventesimo anno di età, quando entrando in possesso della sua cospicua eredità decise di lasciare nuovamente l'Italia.
    Tra il 1769 ed il 1772, in compagnia del fidato Elia, compì il secondo viaggio in Europa: partendo da Vienna passò per Berlino, incontrando con fastidio e rabbia Federico II, toccò la Svezia e la Finlandia, giungendo in Russia, dove non volle neppure essere presentato a Caterina II, avendo sviluppato una profonda avversione al dispotismo.
    Raggiunse Londra e nell'inverno del 1771, conobbe Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier, con la quale instaurò una relazione amorosa. Il visconte, scoperta la tresca, sfidò a duello l'Alfieri. Lo scandalo che seguì ed il processo per adulterio, pregiudicarono una possibile carriera diplomatica dell'Alfieri, che in seguito a questi fatti fu costretto a lasciare la donna e la terra d'Albione.
    Riprese così il suo girovagare prima in Olanda, poi in Francia, Spagna ed infine Portogallo, dove a Lisbona incontrò l'abate Valperga di Caluso che lo spronò a proseguire la sua carriera letteraria. Nel 1772 cominciò il viaggio di ritorno.


    Ritorno a Torino


    Torino, Bernardo Bellotto detto il Canaletto (1745), Torino, Galleria Sabauda
    Busto dedicato a Vittorio Alfieri a Torino, in Piazza Carignano
    Il ventiquattrenne Alfieri rientrò nel capoluogo piemontese nel 1773 e si dedicò allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo, secondo le sue stesse parole, «anni di viaggi e dissolutezze»; a Torino prese una casa in piazza San Carlo, la ammobiliò sontuosamente, ritrovò i suoi vecchi compagni di Accademia militare e di gioventù. Con loro istituì una piccola società che si riuniva settimanalmente in casa sua per «banchettare e ragionare su ogni cosa», la "Societé des Sansguignon", in questo periodo scrisse «cose miste di filosofia e d'impertinenza» per la maggior parte in lingua francese, tra cui l'Esquisse de Jugement Universél, ispirato agli scritti di Voltaire.
    Ebbe anche una relazione con la marchesa Gabriella Falletti di Villafalletto, moglie di Giovanni Antonio Turinetti marchese di Priero. Tra il 1774 ed il 1775 portò a compimento la tragedia Antonio e Cleopatra, rappresentata a giugno di quello stesso anno a Palazzo Carignano, con successo.
    Nel 1775 troncò definitivamente la liaison amorosa con la marchesa Falletti, e studiò e perfezionò la sua grammatica italiana riscrivendo le tragedie Filippo e Polinice, che in una prima stesura erano state scritte in francese.
    Nell'aprile dell'anno seguente si recò a Pisa e Firenze per il primo dei suoi "viaggi letterari", dove iniziò la stesura dell'Antigone e del Don Garzia. Tornò in Toscana nel 1777, in particolare a Siena, dove conobbe quello che sarebbe diventato uno dei suoi più grandi amici, il mercante Francesco Gori Gandellini. Questi influenzò notevolmente le scelte letterarie dell'Alfieri, convincendolo ad accostarsi alle opere di Niccolò Machiavelli. Da queste nuove ispirazioni nacquero La congiura de' Pazzi, il trattato Della Tirannide, l' Agamennone, l' Oreste e la Virginia (che in seguito susciterà l'ammirazione del Monti).

    La contessa d'Albany


    Alfieri e la contessa d'Albany, F. X. Fabre, 1796, Torino, Museo Civico di arte antica
    Nell'ottobre del 1777, mentre terminava la stesura di Virginia, conobbe la donna che lo tenne a sé legato per tutto il resto della vita: Luisa Stolberg d'Albany, moglie di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Nello stesso periodo l'Alfieri si dedicò alle opere di Virgilio e terminò il trattato Del Principe e delle lettere e il poema in ottave L'Etruria vendicata.
    Nel 1780, con l'avallo del governo granducale, la contessa d'Albany riuscì ad abbandonare il marito rifugiandosi a Roma presso il convento delle Orsoline, con l'aiuto di suo cognato cardinale e duca di York.
    Dopo qualche tempo l'Alfieri, che nel frattempo aveva donato tutti i beni e le proprietà feudali alla sorella Giulia riservandosi un vitalizio ed una parte del capitale, raggiunse a Roma la contessa e si recò poi a Napoli dove terminò la stesura dell' Ottavia ed ebbe modo di iscriversi alla loggia massonica della "Vittoria".
    Roma, Veduta di Santa Maria Maggiore, di Giovanni Paolo Pannini,(1744)
    Tornò a Roma stabilendosi a Villa Strozzi presso le Terme di Diocleziano, con la contessa d'Albany, che nel frattempo ottenne una dispensa papale che le permise di lasciare il monastero. Nei due anni successivi di soggiorno romano lo scrittore portò a compimento le tragedie Merope e Saul.
    Nel 1783, Alfieri fu accolto all'Accademia dell'Arcadia col nome di Filacrio Eratrastico. Nello stesso anno terminò anche l'Abele. Tra il 1783 ed il 1785 pubblicò in tre volumi la prima edizione delle sue tragedie stampate dai tipografi senesi Pazzini e Carli.
    Ma questo periodo idilliaco fu bruscamente interrotto dal cardinale di York, il quale scoprendo la relazione dello scrittore con la cognata, gli intimò di abbandonare Roma.
    Alfieri, con il pretesto di far conoscere le proprie tragedie ai maggiori letterati italiani, intraprese una serie di viaggi. Conobbe Ippolito Pindemonte a Venezia, Melchiorre Cesarotti a Padova, Pietro Verri e Giuseppe Parini a Milano. Ma le tragedie raccolsero per la maggior parte giudizi negativi. Solamente il critico Ranieri dé Calzabighi si complimentò con lo scrittore che con le sue opere aveva posto il teatro italiano sullo stesso piano di quello transalpino.
    Nell'aprile del 1784, la contessa d'Albany, per intercessione di Gustavo III di Svezia, ottenne il divorzio dal marito ed il permesso di lasciare Roma e si ricongiunse all'Alfieri ad agosto, nel castello di Martinsbourg a Colmar, in segreto, per salvare le apparenze e la pensione della contessa. A Colmar, l'Alfieri scrisse l'Agide, la Sofonisba e la Mirra.
    Costretti ad abbandonare l'Alsazia alla fine dell'anno, per l'obbligo della contessa di risiedere negli stati pontifici, l'Alfieri si sistemò a Pisa e la Stolberg a Bologna.
    La già insostenibile situazione fu aggravata dalla improvvisa morte dell'amico Gori. Sono di quel periodo alcune rime tra cui il Panegirico di Plinio e Traiano e le Note, sorte in polemica risposta verso le critiche negative alle sue tragedie.
    Nel 1785 portò a termine le tragedie Bruto primo e Bruto secondo. Nel dicembre del 1786, l'Alfieri e la Stolberg (che sarebbe divenuta vedova due anni dopo), si trasferirono a Parigi acquistando due case separate; in questo periodo furono ripubblicate le sue tragedie per opera dei famosi stampatori Didot. Nel salotto della Stolberg l'Alfieri conobbe molti letterati, in particolare fece la conoscenza di André Chénier, che ne rimase talmente colpito da dedicargli alcuni suoi scritti.

    La rivoluzione francese e Napoleone


    La presa della Bastiglia (Charles Thévenin, 1793). Musée Carnavalet, Parigi
    Nel 1789, l'Alfieri e la sua compagna furono testimoni oculari dei moti rivoluzionari di Parigi. Gli avvenimenti, in un primo tempo fecero comporre al poeta l'ode a Parigi sbastigliato, ma che poi rinnegò e l'entusiasmo si trasformò in odio verso la rivoluzione materializzato nelle rime del Misogallo.
    Nel 1792 l'arresto di Luigi XVI e le stragi del 10 agosto convinsero i due a lasciare definitivamente la città per tornare in Toscana e tra il 1792 ed il 1796, l'Alfieri si immerse totalmente nello studio dei classici greci traducendo Euripide, Sofocle, Eschilo, Aristofane. Proprio da queste ispirazioni nel 1798 nacque l'ultima tragedia alfieriana: l' Alceste seconda.
    Firenze, Basilica di Santa Croce, Monumento funebre a Vittorio Alfieri di Antonio Canova
    Tra il 1799 ed il 1801 le vittorie francesi sul suolo d'Italia costrinsero l'Alfieri a fuggire da Firenze per rifugiarsi in una villa presso Montughi. Il suo "misogallismo" gli impedì persino di accettare la nomina a membro dell'Accademia delle scienze di Torino nel 1801.
    Tra il 1801 ed il 1802, compose sei commedie: L'uno, I pochi, I troppi, tre commedie sulla visione satirica dei governi dell'epoca; Tre veleni rimesta, avrai l'antidoto, sulla soluzione ai mali politici (quasi un testamento politico dell'Alfieri), La finestra, ispirata ad Aristofane ed Il divorzio frutto di reminiscenze giovanili.
    Si spense l' 8 ottobre 1803, e venne sepolto nella basilica di Santa Croce. A sua memoria rimane lo splendido monumento funebre di Antonio Canova.
    Opere
    Le tragedie
    Terminata l'Accademia militare a Torino, e dopo un lungo giovanile vagabondare in vari stati dell'Europa, nel 1775 (l'anno della conversione) rientra nel capoluogo piemontese e si dedica allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo - secondo le sue stesse parole - anni di viaggi e dissolutezze; completa così la sua prima tragedia, Antonio e Cleopatra, che registra un grande successo; seguiranno poi Antigone, Filippo, Oreste, Saul, Maria Stuarda, Mirra.
    La fama delle sue tragedie è legata alla centralità del rapporto libertà-potere e all'affermazione dell'individuo sulla tirannia. Una profonda e sofferta riflessione sulla vita umana arricchisce la tematica quando il poeta si sofferma sui sentimenti più intimi e sulla società che lo circonda.
    Egisto sollecita Clitennestra esitante prima di uccidere Agamennone, nel dipinto Morte di Agamennone di Pierre-Narcisse Guérin 1818, Louvre, Parigi
    Le sue tragedie furono rappresentate quando il poeta era ancora in vita ed ebbero un notevole successo nel periodo giacobino.
    A Bologna vennero rappresentate tra il 1796 e il 1798 ben quattro tragedie (Bruto II, Saul, Virginia, Antigone).
    Le reazioni negli spettatori erano spesso molto singolari, ne parla anche il Leopardi nel suo Zibaldone (1823), che citando la rappresentazione a Bologna dell'Agamennone racconta che:
    Anche Stendhal in Roma, Napoli, Firenze scrive:
    Le tragedie sono ventidue, compresa la Cleopatra (o Antonio e Cleopatra) poi in seguito da lui ripudiata. L'Alfieri le scrive in endecasillabi sciolti, seguendo il concetto di unità aristotelica. Ecco l'elenco completo:
    I littori riportano a Bruto i corpi dei suoi figli,1789 Jacques-Louis David, Parigi, Louvre
    Saul (1782)
    Filippo (1781, pubblicata nel 1783)
    Rosmunda (1783)
    Ottavia (1783, ripubblicata nel 1788)
    Merope (1785)
    Maria Stuarda (1788)
    Agide (1788)
    Bruto primo (1789)
    Bruto secondo (1789)
    Don Garzia (1789)
    Sofonisba
    Tragedie greche:
    Polinice (1781)
    Agamennone (1783)
    Antigone (1783)
    Oreste (1783)
    Mirra (1789)
    Tragedie definite della libertà:
    La congiura de' Pazzi (1788)
    Virginia (1781, 1783, rielaborata nel 1789)
    Timoleone (1783, rielaborata nel 1789)
    Tragedie pubblicate postume
    Cleopatra (da lui stesso poi rinnegata, 1774 - 1775, pubblicata postuma)
    Alceste prima (1798)
    Alceste seconda (1798)
    Tramelogedia
    Alfieri volle coniugare il melodramma, molto in auge in quel periodo, con i temi più ostici della tragedia. Nacque così l'Abele (1786), un'opera che egli stesso definì tramelogedia.
    Le prose politiche
    L'odio per la tirannia e l'amore viscerale per la libertà, vennero sviluppati in due trattati:
    Della tirannide (1777-1790), di tema interamente politico, scritto durante il suo soggiorno a Siena dove conobbe il suo più grande amico, il mercante Francesco Gori-Gandellini. L'Alfieri fa una disamina del dispotismo, considerandolo la rappresentazione più mostruosa di tutti i tipi di governo
    Del principe e delle lettere (1778-1786), di tema politico-letterario, dove l'Alfieri giunge alla conclusione che il binomio monarchia e lettere sia dannoso per lo sviluppo di queste ultime. Il poeta prende in esame anche le opere di Virgilio, Orazio, Ariosto, Racine, nate con il benestare di principi o monarchi munifici e le considera il frutto di uomini "mediocri", contrapponendoli a Dante.
    Panegirico di Plinio a Trajano (1787), è il panegirico di Plinio, riveduto dall'Alfieri , senza servili adulazioni, come dovrebbe comportarsi un libero scrittore
    La Virtù sconosciuta (1789), il poeta in un dialogo immaginario con l'amico defunto Gori Gandellini, lo paragona a fulgido esempio di virtù cittadina ed indipendenza morale
    Le odi politiche
    L'Etruria vendicata, poema in quattro canti e in ottave progettato nel maggio 1778, inizialmente con il titolo Il Tirannicidio, narra l'uccisione di Alessandro de' Medici ad opera di Lorenzino che l'Alfieri celebra come un eroe di libertà.
    "Washington attraversa il Delaware" di Emanuel Leutze (1851)
    L'America libera, un componimento di cinque odi, in cui Alfieri esalta la generosità disinteressata di La Fayette, che aiutò i ribelli e celebra l'eroismo di Washington, che Alfieri paragona a quello degli antichi eroi.
    Parigi sbastigliato, ode composta da Alfieri dopo la distruzione della Bastiglia.
    L'odio antirivoluzionario: il Misogallo
    Il Misogallo (dal greco miseìn che significa odiare e gallo che sta ad indicare i francesi) è un'opera che aggrega generi diversi: prose, sonetti, epigrammi ed un'ode. Questi componimenti si riferiscono al periodo compreso tra l'insurrezione di Parigi nel luglio 1789 e l'occupazione francese di Roma nel febbraio 1798.
    È una feroce critica di Alfieri, sulla Francia e sulla Rivoluzione, ma egli rivolge l'invettiva anche verso il quadro politico e sociale europeo, verso i molti tiranni antichi e recenti, che dominarono e dominano l'Europa. Per l'Alfieri, «i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani», mitizzando così un'ipotetica Italia futura, «virtuosa, magnanima, libera ed una».
    Satire
    Pensate fin dal 1777 e riprese più volte nell'arco della sua vita, sono componimenti sui "mali" che afflissero l'epoca del poeta. Sono diciassette:
    Satira prima
    I re, ridicolizzazione della monarchia assoluta
    I grandi, in cui sono presi di mira i grandi di corte
    La plebe
    La sesquiplebe, che tratta della ricca borghesia
    Le leggi, con una critica sul poco rispetto delle leggi in Italia
    L'educazione
    L'antireligioneria, in cui l'Alfieri critica Voltaire, nell'aver superficializzato il cristianesimo
    I pedanti, contro la critica letteraria
    Il duello
    La filantropineria, riferito ai teorici della rivoluzione francese
    Il commercio
    I debiti, a proposito del malgoverno delle nazioni
    La milizia, una critica agli stati militaristi come la Prussia di Federico II
    Le imposture, sulle "fasulle" filosofie nate nel XVIII secolo, in particolare quella illuministica , adulatrice della rivoluzione francese
    Le donne, in cui l'Alfieri considera il "gentil sesso" sostanzialmente migliore degli uomini, ma imitatore dei loro difetti
    I viaggi
    Le commedie
    frontespizio della "Vita" del 1848
    Scritte nell'ultima parte della sua vita:
    L'uno
    I pochi
    I troppi
    L'antidoto, queste quattro sono una specie di tetralogia politica
    La finestrina, a carattere etico universale
    Il divorzio, tratta dei costumi italiani contemporanei.
    Autobiografia
    Alfieri cominciò a scrivere la propria biografia (la "Vita scritta da esso" ) dopo la pubblicazione delle sue tragedie. La prima parte fu scritta tra il 3 aprile ed il 27 maggio 1790 e giunge fino a quell'anno, la seconda fu scritta tra il 4 maggio ed il 14 maggio 1803 (anno della sua morte).

    "La vita" è universalmente considerata un capolavoro letterario, se non il più importante, sicuramente il più conosciuto, infatti, secondo M. Fubini, l'Alfieri fu per molto tempo l'autore della "Vita", che ancora inedita, madame de Staël leggeva rapita in casa della contessa d'Alby e ne scriveva entusiasta al Monti.

    Non a caso l'opera all'inizio del XIX secolo venne tradotta in francese (1809), inglese (1810) tedesco (1812), e parzialmente in svedese (1820).
    Rime
    Alfieri scrisse le Rime tra il 1776 ed il 1779. Stampò le prime ( quelle scritte fino al 1789) a Kehl, tra il 1788 e il 1790.

    Preparò a Firenze nel 1799 la stampa della seconda parte, che costituì l'undicesimo volume delle Opere Postume, pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1804 per l'editore Piatti.
    Alfieri considerava le rime come esercizi tecnici e ne conservò pochissime. La maggior parte delle rime stampate o destinate alla stampa sono componimenti amorosi per l'Albany.
    Traduzioni
    Alfieri passò molto tempo allo studio dei classici latini e greci. Questo portò ad alcune traduzioni pubblicate postume:
    la Congiura di Catilina e La Guerra di Giugurta di Sallustio
    l'Eneide di Virgilio
    i Persiani di Eschilo
    il Filottete di Sofocle
    l'Alcesti di Euripide
    le Rane di Aristofane
    Lettere
    La raccolta più completa delle sue lettere è quella pubblicata nel 1890 dal Mazzantini, intitolata " Lettere edite e inedite di Vittorio Alfieri", considerata da molti studiosi di non particolare importanza letteraria.
    Il pensiero letterario
    Le influenze letterarie di Alfieri provengono dagli scritti di Montesquieu, Voltaire, Rousseau, Helvétius, che l'astigiano conobbe nei suoi molteplici viaggi in Europa, durante il processo di "spiemontesizzazione".

    Lo studio ed il perfezionamento della lingua italiana avvennero con la lettura dei classici italiani e latini (Dante e Petrarca per la poesia, Virgilio per il verso tragico).
    Il suo interesse per lo studio dell'uomo, per la concezione meccanicistica del mondo, per l'assoluta libertà e l'avversione verso il dispotismo, collegano Alfieri alla dottrina illuminista.

    I temi letterari illuministici, volti a chiarificare le coscienze e ad apportare il progresso sociale e civile, sono affrontati dal poeta non in modo distaccato, ma con l'emotività e le inquietudini del pensiero Romantico.
    Vittorio Alfieri dipinto da François-Xavier Fabre, Firenze 1793
    Alfieri è considerato dalla critica letteraria come l'anello di congiunzione di queste due correnti ideologiche, ma l'astigiano al contrario dei più importanti scrittori illuministi dell'epoca, quale Parini, Verri, Beccaria, Voltaire, che sono disposti a collaborare con i monarchi "illuminati" (Federico di Prussia, Caterina II di Russia, Maria Teresa d'Austria) e ad esporre le proprie idee nei salotti europei, rimane indipendente e reputa umiliante questo genere di compromesso.
    D'altronde Alfieri fu un precursore del pensiero romantico anche nel suo stile di vita, sempre alla ricerca dell'autonomia ideologica (non a caso lasciò tutti i suoi beni alla sorella Giulia per poter abbandonare la sudditanza dai Savoia) e nel non accettare la netta distinzione settecentesca fra vita e letteratura, nel nome di valori etico-morali superiori.
    Libertà ideale, titanismo e catarsi
    Fin da giovane Vittorio Alfieri dimostrò un energico accanimento contro la tirannide e tutto ciò che può impedire la libertà ideale. In realtà risulta che questo antagonismo fosse diretto contro qualsiasi forma di potere che gli appariva iniqua e oppressiva. Anche il concetto di libertà che egli esalta non possiede precise connotazioni politiche o sociali, ma resta un concetto astratto.
    La libertà alfieriana, infatti, è espressione di un individualismo eroico e desiderio di una realizzazione totale di sé. Infatti Alfieri sembra presentarci, invece che due concetti politici (tirannide e libertà), due rappresentazioni mitiche: il bisogno di affermazione dell'io, desideroso di spezzare ogni limite e le "forze oscure" che ne ostacolano l'agire. Questa ricerca di forti passioni, quest'ansia di infinita grandezza, di illimitato è il tipico titanismo alfieriano, che caratterizza, in modo più o meno marcato, tutte le sue opere.
    Ciò che viene tanto osteggiato da Alfieri è molto probabilmente la percezione di un limite che rende impossibile la grandezza, tanto da procurargli costante irrequietezza, angosce e incubi che lo costringono a cercare nei suoi innumerevoli viaggi ciò che può trovare soltanto all'interno di se stesso.
    Il sogno titanico è accompagnato da un costante pessimismo che ha le radici nella consapevolezza
    Ritratto di Santorre di Santarosa.
    dell'effettiva impotenza umana. Inoltre la volontà di infinita affermazione dell'io porta con sé un senso di trasgressione che gli causerà un senso di colpa di fondo, che verrà proiettato appunto nelle sue opere per trovare un rimedio al proprio malessere; fenomeno, questo, che viene chiamato catarsi.
    L'eredità spirituale
    Alfieri ha fortemente ispirato la letteratura ed il pensiero italiano del XIX secolo.

    Foscolo lo ha cantato nei "Sepolcri", Leopardi lo ha immaginato suo maestro nella canzone "Ad Angelo Mai", Manzoni si è ispirato ai suoi saldi principi e così Gioberti, Oriani,Carducci.

    I primi uomini del Risorgimento italiano, da Santorre di Santarosa a Cesare Balbo, si riconobbero nei suoi ideali e la casa natale di Asti fu meta di moltissimi uomini che combatterono per l'unità d'Italia.
    Alfieri e la Massoneria
    Nel capitolo della Vita riferito al 1775, l'Alfieri narra come durante un banchetto di liberi muratori declamò alcune rimerie :
    Assemblea massonica.

    Vienna 1791
    Egli chiede scusa ai fratelli se la sua musa inesperta osa cantare i segreti della loggia. Poi il sonetto prosegue menzionando il Venerabile, il primo Vigilante, l'Oratore, il Segretario.
    Anche se negli elenchi della massoneria piemontese il nome dell'Alfieri non è mai comparso, Roberto Marchetti suppone che egli fosse stato iniziato in Germania o Inghilterra, nel corso di uno dei suoi viaggi giovanili.
    È assodato che moltissimi suoi amici furono massoni e dall'elenco, posseduto dal centro alfieriano di Asti, che menziona i personaggi ai quali il Poeta inviò la prima edizione delle sue tragedie (1783), compaiono i fratelli von Kaunitz, di Torino, Giovanni Pindemonte e Gerolamo Zulian a Venezia, Annibale Beccaria (fratello di Cesare), Luigi Visconte Arese e Gioacchino Pallavicini di Milano, Carlo Gastone Rezzonico a Parma, Saveur Grimaldi a Genova, Ludovico Savioli a Bologna, Kiliano Caraccioli Maestro venerabile a Napoli, Giuseppe Guasco a Roma.
    L'Alfieri compare alcuni anni dopo, al numero 63 dell'elenco nel "Tableu des Membres de la Respectable Loge de la Victoire à l'Orient de Naples" in data 27 agosto 1782, con il nome di "Comte Alfieri, Gentilhomme de Turin".

    La sua affiliazione alla loggia di Napoli fu sicuramente favorita dai frequenti soggiorni in quella città e soprattutto dall'importanza che Napoli accrebbe nei confronti della Massoneria, dal momento che i Savoia,di lì a poco chiusero ogni attività massonica in Piemonte (1783), costringendo il conte Asinari di Bernezzo, capo della massoneria italiana di rito scozzese, a cedere la carica proprio al principe Diego Naselli di Napoli.
    Durante il periodo dell'affiliazione, Alfieri si cela per la sua corrispondenza ai confratelli sotto lo pseudonimo di conte Rifiela.
    Con il sopraggiungere in Europa dei venti rivoluzionari che sfoceranno poi nella rivoluzione francese, l'Alfieri prese le distanze dalla setta, forse perché essa accentuò l'impegno giacobino, antimonarchico, anticlericale, o forse anche per quel suo aspetto caratteriale indipendente fino all'ossessione. Nella satira di Le imposture (1797) si scaglierà contro i suoi vecchi confratelli apostrofandoli come "fratocci" che imbambolavano gli adepti per farne creature proprie, ingenuo piedistallo per i furbi.
    La piemontesità
    Statua di Vittorio Alfieri opera di G. Dini, 1862. Asti, Piazza Alfieri
    Giosuè Carducci affermò che l'Alfieri, insieme all'Alighieri e a Machiavelli:
    Secondo Pietro Cazzani, direttore del Centro studi Alfieriani tra il 1939 ed il 1957, la differenza di fondo (oltre a quelle ben più evidenti): «è la "toscanità" del fiorentino, i cui umori si trasformano in aggressive ironiche fantasie, contrapposta al "piemontesismo" dell'astigiano, la cui seria moralità prende toni cupi con impensabili estri».
    Per Umberto Calosso, ne L'Anarchia di Vittorio Alfieri, (Bari 1924) il poeta non dimenticò mai le sue origini, con quel «misto di ferocia e generosità, che non si potrà mai capire da chi non ha esperienza dei costumi e del sangue piemontese».
    Alfieri scrisse poi due sonetti (gli unici) in lingua piemontese datati aprile e giugno 1783.

    Ecco il testo del primo:
    Alfieri e la musica
    Umberto Calosso accosta l'opera di Alfieri «illuminista in fervido movimento» a quella di Beethoven, per il critico i motivi profondi dell'Alfieri risuonano «nei precipizi abissali della sinfonia di Beethoven».
    Anche per il Cazzani, in molte tragedie alfieriane, ci troviamo davanti alla stessa solitudine cosmica del maestro di Bonn.
    Nella sua autobiografia il poeta racconta di come la musica suscitava nel suo animo grande commozione. L'Alfieri più volte raccontò come quasi tutte le tragedie siano state ideate o durante l'ascolto di musica o poche ore dopo averla ascoltata.
    Alcuni manoscritti contengono anche le indicazioni delle musiche da eseguirsi durante le rappresentazioni teatrali (per esempio il Bruto secondo).
    Il Cazzani ipotizza anche che tra i musicisti prediletti dell'Alfieri ci sia il piemontese Giovanni Battista Viotti, che fu presente a Torino, Parigi e Londra negli stessi anni dei soggiorni alfieriani.
    Alfieri e l'arte
    Perseo e Andromeda, Anton Raphael Mengs,1776, Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo
    Il poeta che più di una volta confessò di essere sensibile alle bellezze naturali, davanti alle opere artistiche manifestava una certa «ottusità d'intelletto».
    A Firenze, per la prima volta nel 1766, dichiarò che le visite alla Galleria e a Palazzo Pitti, si svolgevano forzatamente, con molta nausea, senza nessun senso del bello.
    Di Bologna scrisse: «... dei suoi quadri non ne seppi nulla».
    Quando visse a Roma nascevano i primi fermenti del movimento archeologico che precedette il Neoclassicismo, non fece nessuna menzione degli artisti che ne presero parte,ed anche il salotto della contessa d'Albany, a Parigi frequentato dagli artisti più noti dell'epoca (tra cui Jacques-Louis David) non era per lui di alcun interesse, e del Louvre gli interessò «solo la facciata».
    Questo spiega perché, fatta eccezione dei ritratti di Fabre, nessuna tela di un certo valore adornò le pareti degli appartamenti abitati da Alfieri nel corso della vita.
    L'Alfieri e la contessa d'Albany, nell'agosto 1792, dovettero abbandonare precipitosamente Parigi per l'insurrezione repubblicana. Dall'inventario degli oggetti d'arte della casa di Parigi (Maison de Thélusson, rue de Provence n°18), stilato dal governo rivoluzionario dopo la confisca degli immobili e contenuto negli Archives nationales di Parigi si è potuto risalire ai quadri presenti negli appartamenti.
    Anche in questo caso l'elenco è deludente: si tratta più che altro di riproduzioni incise per lo più dei Carracci, della Cappella Sistina, della Scuola di Atene, della galleria di Palazzo Farnese, con qualche incisione riproducente opere di Elisabeth Vigée-Le Brun, di Angelika Kauffman, di Anton Raphael Mengs.
    Alfieri nei francobolli italiani
    Emissione per le colonie del 1932
    Emissione del 2003
    Tre francobolli commemorativi sono stati emessi dalle poste italiane per ricordare la figura del trageda astigiano.
    Il primo, da 25 centesimi, disegnato da F. Chiappelli ed emesso il 14 marzo 1932 per la società Dante Alighieri per la corrispondenza nazionale, ed una seconda tiratura per le emissioni generali delle colonie italiane in versione sovrastampata (tiratura 60.000 esemplari).
    Il secondo emesso il 4 giugno 1949 (tiratura 2.812.000 esemplari), opera del disegnatore E. Pizzi, in occasione del bicentenario della nascita.
    Il terzo l'8 ottobre 2003, con tiratura di 3.500.000 esemplari, è stato emesso in occasioni delle commemorazioni per il bicentenario della sua morte. Il ritratto opera della bozzettista Rita Fantini è liberamente ispirato ad un dipinto di François Xavier Fabre, attualmente esposto presso Palazzo Alfieri di Asti, mentre sullo sfondo si vede la facciata interna del palazzo, sede sia del Centro nazionale di studi alfieriani che del Museo alfieriano.
    Alfieri nelle monete italiane
    Emissione del 1999
    Nel 1999, la Zecca dello Stato, in occasione del 250° anniversario della nascita del poeta, ha emesso una moneta in argento 835/1000, del peso di 14,60 g, diametro 31,40 mm, con l'effigie di Vittorio Alfieri ed al verso il celebre motto "volli sempre volli fortissimamente volli" (tiratura 51.800 pezzi).
    Alfieri nello sport
    Ad Asti è presente dal 1953 una società di atletica che prende il nome dal grande poeta: la Società sportiva Vittorio Alfieri.


    Note

      ^ Anche se può sembrare strano il dato è corretto. Vittorio Alfieri nasce il 16 gennaio, ma nella sua biografia scrive 17 gennaio.
      ^ Nell'atto di donazione del 1778, nel quale Vittorio cedette alla sorella Giulia tutte le proprietà in cambio di un vitalizio, accanto ai campi, prati, orti, vigne,boschi, gerbidi e ai coltivi che egli possedeva in Asti, Vigliano d'Asti, Costigliole d'Asti, Montegrosso d'Asti, Cavallermaggiore, Ruffia, ci sono anche dei mulini in quella zona della città che ora è denominata via dei mulini. Inoltre l'Alfieri cedette anche il palazzo natio (Palazzo Alfieri), che venne messo in affitto: alla contessa Giulia rendeva 910 lire piemontesi all'anno, ed il palazzo di Piazza San Secondo in Asti comprendente cinque botteghe sotto i portici e quattro in legno fuori dai medesimi, il quale rendeva 1000 lire piemontesi annue.
      ^ le Opere Postume uscirono con la falsa indicazione della pubblicazione a Londra

    Bibliografia
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    Voci correlate
    Contessa d'Albany
    La religione di Vittorio Alfieri, di Mario Rapisardi
    L'ideale politico di Vittorio Alfieri, di Mario Rapisardi
    Letteratura
    Scrittori italiani
    Palazzo Alfieri
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