Sandro Pertini (1896-1990)

Informazioni di base:

  • Vero Nome: Alessandro Pertini
  • Scomparso nel: 1990
  • Data di nascita: 25 Settembre 1896
  • Professione: Politico
  • Luogo di nascita: Stella San Giovanni (SV)
  • Nazione: Italia
  • Sandro Pertini in Rete:

  • Wikipedia: Sandro Pertini su Wikipedia
  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)


    Alessandro Pertini
    Luogo di nascita
    Stella San Giovanni (Savona)
    Data di nascita
    25 settembre 1896
    Luogo di morte
    Roma
    Data di morte
    24 febbraio 1990 (93 anni)
    Partito politico
    Partito Socialista Italiano
    Coalizione
    Mandato
    9 luglio 1978 -

    29 giugno 1985

    (dimesso)
    Elezione
    8 luglio 1978

    16° scrutinio con 832 voti su 995
    Titolo di studio
    Laurea in Giurisprudenza e in Scienze politiche
    Professione
    avvocato e politico
    Coniuge
    Carla Voltolina
    Vicepresidente
    Predecessore
    Giovanni Leone

    (Fanfani ad interim dal 15 giugno 1978)
    Successore
    Francesco Cossiga

    (Pertini ad interim fino al 3 luglio 1985)

    Alessandro Pertini detto Sandro (Stella San Giovanni, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano. Settimo Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985.
    Durante la prima guerra mondiale combatté sull'Isonzo e per diversi meriti sul campo nel 1917 gli fu conferita una medaglia d'argento al valor militare. Nel dopoguerra aderì al Partito Socialista Italiano e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato ad otto mesi di carcere e poi costretto ad un periodo di esilio in Francia per evitare una seconda condanna. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero, e rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.
    Nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato e partecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'invasione tedesca. Contribuì a ricostruire il vecchio Partito Socialista fondando insieme a Pietro Nenni il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Nello stesso anno fu catturato dalle SS e condannato a morte, riuscendo però a salvarsi grazie ad un intervento dei partigiani dei GAP.
    Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza italiana e fu membro del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. Da partigiano fu attivo soprattutto in Toscana, Val d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945, in qualità di esponente di spicco del CLN, partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, contribuendo alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, e votando il decreto del CLNAI che condannava a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti.
    Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976; ricoprì per due volte consecutive, dal 5 giugno 1968 al 25 maggio 1976, la carica di Presidente della Camera dei deputati, per essere infine eletto Presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978. Sconfinando spesso oltre il semplice ruolo istituzionale, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale. Nel 1986, al termine dell'incarico, assunse di diritto l'ufficio di senatore a vita fino alla morte.

    Biografia
    La gioventù
    Sandro, in piedi, con la madre, il padre, la sorella Marion e il fratello Eugenio
    Nacque in una famiglia benestante (il padre Alberto, che morì giovane, era proprietario terriero), quarto di cinque fratelli: il primogenito Luigi, pittore; Marion, che sposò un diplomatico italiano; Giuseppe (detto Pippo), ufficiale di carriera ed Eugenio, che durante la seconda guerra mondiale fu deportato e morì nel campo di concentramento di Flossenbürg.
    Sandro Pertini, molto legato alla madre Maria Muzio, fece i suoi primi studi presso il collegio dei salesiani "Don Bosco" di Varazze, e successivamente al Liceo Ginnasio "Gabriello Chiabrera" di Savona, dove ebbe come professore di filosofia Adelchi Baratono, socialista riformista e collaboratore di Critica Sociale di Filippo Turati, che contribuì ad avvicinarlo al socialismo ed agli ambienti del movimento operaio ligure.
    Nel 1915, allo scoppio della grande guerra, venne chiamato alle armi e inviato sul fronte dell'Isonzo nel 25° reggimento di artiglieria da campagna. Seppur diplomato, prestò inizialmente servizio come soldato semplice, essendosi rifiutato, come molti altri socialisti neutralisti del periodo, di fare il corso per ufficiali. Nel 1917 tuttavia, a seguito di una direttiva del Cadorna che obbligava tutti i possessori di titolo di studio a prestare servizio come ufficiali, frequentò il corso a Peri di Dolcè.
    Venne dunque inviato nuovamente sull'Isonzo come sottotenente di complemento, distinguendosi per alcuni atti di eroismo: fu decorato con la medaglia d'argento al valor militare per aver guidato, nell'agosto del 1917 un assalto al monte Jelenik, durante la battaglia della Bainsizza. Tuttavia, dopo la guerra, non gli fu consegnata la decorazione poiché il regime fascista occultò tale merito a causa della sua militanza socialista.
    Pertini aspirante ufficiale alla Scuola Mitraglieri Fiat di Brescia
    Nel 1918, a guerra finita, Sandro Pertini si iscrisse al Partito Socialista Italiano, nella federazione di Savona, aderendo alla corrente riformista di Filippo Turati. Nel maggio 1919 venne eletto consigliere comunale di Stella e nel 1921 fu tra i delegati al Congresso socialista di Livorno che sancì la scissione del partito e la nascita del Partito Comunista d'Italia. Nel 1922 aderì infine alla scissione della corrente turatiana per aderire al neonato Partito Socialista Unitario. Iscrittosi all'Università di Genova, si laureò in giurisprudenza.
    In seguito si trasferì dunque a Firenze, ospite del fratello Luigi, e si iscrisse all'Istituto Universitario "Cesare Alfieri" conseguendo nel 1924 la seconda laurea, in scienze politiche, con una tesi dal titolo La Cooperazione. A Firenze, entrò in contatto con gli ambienti dell'interventismo democratico e socialista vicini a Gaetano Salvemini, ai fratelli Rosselli e a Ernesto Rossi, e in quel periodo aderì al movimento di opposizione al fascismo "Italia Libera".
    L'antifascismo

    La prima condanna


    Ostile fin dall'inizio al regime fascista, per la sua attività politica fu spesso bersaglio di aggressioni squadriste: il suo studio di avvocato a Savona fu devastato diverse volte, mentre in un'altra occasione fu picchiato perché indossava una cravatta rossa, oppure ancora per una corona di alloro dedicata alla memoria di Matteotti.
    Il 22 maggio 1925 venne arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo Sotto il barbaro dominio fascista, in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l'instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso, nonché la sfiducia nell'operato del Senato del Regno, composto in maggioranza da filofascisti, chiamato a giudicare in Alta Corte di Giustizia l'eventuale complicità del generale Emilio De Bono a riguardo del delitto di Giacomo Matteotti.
    Venne accusato di «istigazione all'odio tra le classi sociali» secondo l'articolo 120 del Codice Zanardelli, oltre che dei reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa della irresponsabilità del re per gli atti di governo.
    Pertini nei primi anni venti
    Pertini, sia nell'interrogatorio dopo l'arresto, sia in quello condotto dal procuratore del Re, nonché all'udienza pubblica davanti al Tribunale di Savona, rivendicò il proprio operato assumendosi ogni responsabilità e dicendosi disposto a proseguire nella lotta contro il fascismo e per il socialismo e la libertà, qualunque fosse la condanna a cui andava incontro.
    Fu condannato, il 3 giugno 1925, a otto mesi di detenzione e al pagamento di una ammenda per i reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, ma fu assolto per l'accusa di istigazione all'odio di classe. La condanna non attenuò la sua attività, che riprese appena liberato.
    Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti in tutta Italia, fu oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, in un'aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro) e si trovò costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano. Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle cosiddette leggi eccezionali "fascistissime", Pertini, definito "un avversario irriducibile dell'attuale Regime", venne assegnato al confino di polizia per la durata di cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge.

    L'esilio ed il periodo clandestino


    Per sfuggire alla cattura, il 12 dicembre 1926, da Milano espatriò clandestinamente verso la Francia assieme a Filippo Turati, con l'aiuto di Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Adriano Olivetti. La fuga avvenne con una traversata in motoscafo da Savona verso la Corsica; gli altri componenti del gruppo furono comunque arrestati e processati al loro rientro in Italia e gli stessi Pertini e Turati furono condannati in contumacia a dieci mesi di arresto.
    Dopo aver passato alcuni mesi a Parigi, si stabilì definitivamente a Nizza, mantenendosi con lavori diversi (dal manovale al muratore e fino alla comparsa cinematografica), e dove divenne un esponente di spicco tra gli esiliati, svolgendo attività di propaganda contro il regime fascista, con scritti e conferenze, nonché partecipando alle riunioni della "'Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo" e a quelle della "Concentrazione Antifascista".
    In esilio a Nizza, con i compagni di lavoro
    Nell'aprile del 1926 impiantò, in un villino preso in affitto ad Èze, vicino Nizza, una stazione radio clandestina allo scopo di mantenersi in corrispondenza con i compagni in Italia, per potere comunicare e ricevere notizie; ottenne i fondi dalla vendita di una sua masseria in Italia. Scoperto dalla polizia francese, subì un procedimento penale e fu condannato a un mese di reclusione, pena poi sospesa con la condizionale, dietro il pagamento di una ammenda.
    Il suo esilio francese terminò nel marzo 1929, quando partì da Nizza e, munito di passaporto falso portante la sua fotografia ed intestato al nome del cittadino svizzero Luigi Roncaglia, varcò la frontiera dalla stazione di Chiasso il 26 marzo 1929 e rientrò in Italia.

    La cattura ed il carcere


    Il suo scopo era quello di fare dei brevi viaggi al fine di riorganizzare le fila del partito socialista e mantenere i contatti con i compagni rimasti in Italia. Tra le sue prime tappe vi furono Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma e Napoli.
    Il 14 aprile 1929 tuttavia, recatosi a Pisa per incontrare Ernesto Rossi, in corso Vittorio Emanuele (attuale corso Italia), fu riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona, tale Icardio Saroldi. Raggiunto da un piccolo gruppo di camicie nere, fu quindi tratto in arresto.
    Il 30 novembre 1929 fu condannato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato a 10 anni e 9 mesi di reclusione e a 3 anni di vigilanza speciale, per i reati di aver svolto all'estero attività tali da recare nocumento agl'interessi nazionali, nonché contraffazione di passaporto straniero. Durante il processo Pertini rifiutò di difendersi, non riconoscendo l'autorità di quel tribunale e considerandolo solo un'espressione di partito, esortando invece la corte a passare direttamente alla condanna già stabilita. Durante la pronuncia della sentenza si alzò gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il Socialismo!».
    Il carcere di Santo Stefano, oggi
    Fu internato nell'ergastolo dell'isola di Santo Stefano, ma dopo poco più di un anno di detenzione, il 10 dicembre 1930, fu trasferito, a causa delle precarie condizioni di salute, alla casa penale di Turi. A causare il trasferimento non fu estranea una campagna di proteste e denunce all'estero, in particolare in Francia, dopo che alcune notizie sulla sua salute erano trapelate all'esterno, grazie ad alcuni compagni di carcere comunisti.
    A Turi, unico socialista recluso, condivise la cella con Athos Lisa e Giovanni Lai. Conobbe inoltre Antonio Gramsci, al quale fu stretto da grande amicizia e ammirazione intellettuale e dalla condivisione delle sofferenze della reclusione: ne divenne confidente, amico e sostenitore. Pertini stesso fu anche autore di diverse proteste e lettere finalizzate ad alleviare le condizioni carcerarie cui era sottoposto Gramsci.
    Nell'aprile del 1932 fu trasferito presso il sanatorio giudiziario di Pianosa ma, nonostante il trasferimento, le sue condizioni di salute non migliorarono ancora, al punto che la madre presentò domanda di grazia alle autorità. Pertini, non riconoscendo l'autorità fascista e quindi il tribunale che lo aveva condannato, si dissociò pubblicamente dalla domanda di grazia con parole molto dure, sia per la madre che per il presidente del Tribunale Speciale.
    Il 10 settembre 1935, dopo sei anni di prigione, venne trasferito a Ponza come confinato politico ed il 20 settembre 1940, pur avendo ormai scontato la sua condanna, giudicato elemento pericolosissimo per l'ordine nazionale, venne riassegnato al confino per altri cinque anni da trascorrere a Ventotene dove incontrò, tra gli altri, Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Pietro Secchia ed Ernesto Rossi.
    Nel 1938, gli fu dedicata la tessera del PSI, assieme a Rodolfo Morandi e a Antonio Pesenti, prigionieri anche loro nelle carceri fasciste.
    La Resistenza partigiana

    Il ritorno alla libertà e alla lotta


    Riacquistò la libertà solo il 7 agosto 1943, pochi giorni dopo la caduta del fascismo. Inizialmente il provvedimento avrebbe dovuto escludere i confinati comunisti; Pertini si adoperò comunque per ottenere in breve tempo anche la loro liberazione.
    Andò a far visita alla madre e poi ritornò subito a Roma, per contribuire alla ricostruzione del partito socialista e riprendere la lotta antifascista; il 23 agosto partecipò infatti alla fondazione del PSIUP dall'unione del PSI con il MUP, con Pietro Nenni come segretario. Il 25 fu eletto con Carlo Andreoni vicesegretario, per occuparsi dell'organizzazione militare del partito a Roma. In seguito formò, con Giorgio Amendola del PCI e Riccardo Bauer del Partito d'Azione, una Giunta Militare antifascista.
    Pochi giorni dopo l'8 settembre, partecipò ai combattimenti contro i tedeschi a Porta San Paolo per la difesa di Roma, insieme a Luigi Longo, Emilio Lussu e Giuliano Vassalli.
    Sandro Pertini e Giuseppe Saragat in una foto del 1979
    Il 18 ottobre, nuovamente in clandestinità, venne tuttavia catturato dalle SS, assieme a Giuseppe Saragat, e condannato a morte per la sua attività partigiana, ma la sentenza non venne eseguita grazie all'azione di un gruppo partigiano dei GAP che, il 24 gennaio 1944, permise la loro fuga durante la loro detenzione nel carcere di Regina Coeli. Da Roma si diresse dunque a Milano per partecipare attivamente alla Resistenza come membro della giunta militare centrale del CLNAI e con l'intento politico di riorganizzare il partito socialista nelle regioni settentrionali.
    In questo periodo avvenne tra l'altro, a Roma, anche il famoso attacco di via Rasella ad opera di gruppi GAP. Spesso viene riportata una presunta contrarietà di Pertini a quell'azione; tuttavia egli stesso, molti anni dopo volle precisare la sua posizione al riguardo, di approvazione totale.
    Assieme a Ugo La Malfa fu inoltre uno strenuo oppositore della svolta di Salerno rispetto alla pregiudiziale repubblicana.
    Nel luglio del 1944, dopo la liberazione di Roma, venne richiamato da Nenni al rientro nella capitale. Gli ordini erano di mettersi in contatto, a Genova, con il monarchico Edgardo Sogno che lo avrebbe messo in contatto con gli alleati per farlo rientrare a Roma con un volo dalla Corsica. La situazione tuttavia si complicò: arrivato a Genova non trovò l'imbarcazione per raggiungere la Corsica, quindi cercò di attivarsi con Sogno per una soluzione alternativa.
    Pertini, che aveva dei contatti con i partigiani della Spezia, partì con l'intento di trovare nella città ligure il mezzo adatto al viaggio. E così fu, ma occorreva aspettare qualche giorno. Tornò a Genova ma venne a sapere che Sogno aveva già trovato un motoscafo ed era partito con altre persone per la Corsica lasciandolo al suo destino. Pertini si trovò quindi abbandonato, in territorio occupato, con una condanna a morte pendente e, nella sua Liguria, facilmente riconoscibile, con l'ordine di rientrare a Roma. Decise di riparare nuovamente alla Spezia per cercare comunque di raggiungere la capitale: riuscì ad ottenere, da un industriale che riforniva i tedeschi, un lasciapassare per raggiungere Prato, dopodicché raggiunse Firenze a piedi, in solitaria.
    A Firenze si mise in contatto con il professore Gaetano Pieraccini, nel suo studio di via Cavour, grazie al quale riuscì a trovare rifugio in via Ghibellina. L'11 agosto prese parte agli scontri per la liberazione della città, organizzando l'azione del partito socialista e la stampa delle prime copie dell'Avanti!.

    Il rientro al nord e la liberazione di Milano


    Il documento falso usato da Pertini durante la Resistenza
    Arrivato a Roma capì presto che la sua presenza era inutile e manifestò l'intenzione di tornare al nord, dove era il segretario del Partito Socialista per tutta l'Italia occupata e faceva parte del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia in rappresentanza del partito.
    Gli furono forniti dei documenti falsi, una patente di guida a nome di Nicola Durano, e con un volo aereo venne trasferito da Napoli a Lione, poi a Digione e, una volta arrivato a Chamonix, entrò in contatto con la Resistenza francese. Il percorso di rientro fu previsto attraverso il Monte Bianco e fu condotto sul Corn du Midi assieme a Cerilo Spinelli, il fratello di Altiero, con una teleferica portamerci, per poi intraprendere l'attraversata del Mer de Glace e prendere contatto con i partigiani valdostani, grazie all'aiuto del campione di sci Émile Allais. Arrivò ad Aosta e poi ad Ivrea, evitando pattuglie e posti di blocco dei tedeschi, fino a Torino.
    Il 29 marzo del 1945 costituì, con Leo Valiani per il Partito d'Azione ed Emilio Sereni per il PCI (supplente di Luigi Longo), un comitato militare insurrezionale in seno al CLNAI con lo scopo di preparare l'insurrezione di Milano e l'occupazione della città. Il 25 aprile 1945 fu lo stesso Pertini a proclamare alla radio lo sciopero generale insurrezionale della città:
    Alle 8 del mattino del 25 aprile, il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia si riunì presso il collegio dei Salesiani in via Copernico a Milano. L'esecutivo, presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri anche Rodolfo Morandi - che venne designato presidente del CLNAI -, Giustino Arpesani e Achille Marazza), proclamò ufficialmente l'insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti (tra cui ovviamente Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo). Il decreto, trasmesso via radio, recitava:
    Tale risoluzione era però in conflitto con l'articolo 29 dell'armistizio di Cassibile, secondo il quale Mussolini avrebbe dovuto essere consegnato agli Alleati:
    Quello stesso giorno, presso l'arcivescovado di Milano, ci fu comunque un tentativo di mediazione richiesto da Mussolini e favorito dal cardinale Ildefonso Schuster. Don Giuseppe Bicchierai, segretario dell'arcivescovo, si curò di contattare il CLNAI; alla riunione con Mussolini (con lui, tra gli altri, Rodolfo Graziani e Carlo Tiengo), nel primo pomeriggio, parteciparono inizialmente Raffaele Cadorna (comandante del Corpo volontari della libertà), Riccardo Lombardi, Giustino Arpesani e Achille Marazza. Pertini non fu rintracciato in quanto era impegnato in un comizio nella fabbrica insorta della Borletti. Nel colloquio cominciò a palesarsi la possibilità di un accordo: il CLNAI avrebbe accettato la resa, garantendo la vita ai fascisti, considerando Mussolini prigioniero di guerra e quindi consegnandolo agli Alleati. Ad un certo punto però giunse la notizia che i Tedeschi avevano già avviato trattative con gli alleati anglo-americani: Mussolini adirato disse di essere stato tradito dai tedeschi e abbandonò la riunione, con la promessa di comunicare entro un'ora le sue intenzioni. In quegli istanti giunsero alla spicciolata, Sandro Pertini, Leo Valiani ed Emilio Sereni, del comitato militare insurrezionale del CLNAI. Pertini, armato di pistola, incrociò sulle scale, per la prima e unica volta, Mussolini che scendeva, ma non lo riconobbe; dirà in seguito:
    26 aprile 1945. Pertini tiene un comizio a Milano appena liberata
    Partigiani sfilano per le strade di Milano
    E anni dopo, ancora sulle colonne dell'Avanti!, scriveva:
    Giunto nella sala dell'arcivescovado, si ebbe tra Pertini (appoggiato da Sereni) e gli altri un veemente scambio di battute: Pertini chiese alla delegazione perché non avessero arrestato subito Mussolini; richiese inoltre che Mussolini, una volta arresosi al CLNAI, fosse consegnato ad un Tribunale del Popolo, e non agli Alleati. Carlo Tiengo, che era rimasto in arcivescovado, a questo punto telefonò a Mussolini comunicandogli le intenzioni dei due delegati del PSIUP e del PCI; ottenuta la risposta comunicò ai delegati e all'arcivescovo che Mussolini rifiutava di arrendersi. La sera stessa Mussolini partiva in direzione del Lago di Como.
    Pertini associò sempre in massima parte a quell'intervento il merito o la responsabilità del fallimento della trattativa e la conseguente morte del Duce. In particolare, nel 1965 scriveva sull'Avanti!:
    Tuttavia, secondo altre fonti, tale evento non avrebbe avuto un'influenza decisiva su una decisione (quella della partenza), di fatto già stabilita.
    In seguito poi alle vicende finali della vita del dittatore, Pertini scrisse sulle colonne dell'Avanti!:
    Il giorno dopo Pertini tenne un comizio in Piazza Duomo e poco dopo, a Radio Milano Libera annunciò la vittoria dell'insurrezione e l'imminente fine della guerra. Gli ultimi scontri a Milano si sarebbero conclusi il 30 aprile.
    Per le sue attività durante la Resistenza, e in particolare per la difesa di Roma e le insurrezioni di Firenze e di Milano, verrà insignito della medaglia d'oro al valor militare.
    Secondo Pertini, le emozioni provate durante la Liberazione di Milano furono un'esperienza che confermarono la sua idea della «capacità del popolo italiano di compiere le più grandi cose qualora fosse animato dal soffio della libertà e del socialismo». Tuttavia, come spesso egli ricordava malinconicamente, mentre il 25 aprile partecipava alla festa per l'avvenuta liberazione, suo fratello minore Eugenio veniva assassinato nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg.
    Il partigiano Giuseppe Marozin detto "Vero" ha scritto nelle sue memorie che sarebbe stato Pertini ad ordinargli la fucilazione dei famosi attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, avvenuta il 30 aprile in Via Poliziano a Milano. I due avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana; Valenti era un ufficiale della Xª Flottiglia MAS, ed erano entrambi accusati di aver partecipato alle azioni del gruppo di torturatori conosciuto come "Banda Koch". Marozin riporta che Pertini gli avrebbe chiesto: «A proposito, tu hai prigioniero anche Valenti?», e che alla sua risposta affermativa avrebbe ordinato: «Allora fucilali; e non perdere tempo. Questo è l'ordine tassativo del CLN».
    L'8 giugno 1946 sposò la giornalista e staffetta partigiana Carla Voltolina, conosciuta proprio durante la Liberazione di Milano.
    La carriera politica repubblicana
    Pertini con Pietro Nenni nel 1947

    Il dopoguerra


    Nell'aprile del 1945 Pertini divenne segretario del PSIUP, carica che ricoprì fino all'agosto dell'anno successivo.
    Nelle file socialiste fu quindi eletto all'Assemblea Costituente in cui intervenne nella stesura degli articoli del Titolo I, sui rapporti civili.
    Appoggiò inoltre il lavoro delle commissioni di epurazione e fu fin da subito avverso all'attuazione dell'amnistia voluta da Togliatti nei confronti dei reati politici commessi dai responsabili dei crimini fascisti; in tal senso, durante i lavori dell'assemblea, intervenne il 22 luglio 1946 con un'interrogazione parlamentare nei confronti del ministro di Grazia e Giustizia Fausto Gullo, che verteva sulle motivazioni dell'interpretazione largheggiante del provvedimento di amnistia, sull'inadempimento del governo De Gasperi nell'applicare il decreto di reintegro dei lavoratori antifascisti allontanati dal lavoro per motivi politici durante il regime, sull'emanazione di provvedimenti atti a difendere la Repubblica contro i suoi nemici. Il suo intervento si concluse con alcune parole molto dure nei confronti del provvedimento e del governo:
    La sua azione politica in quel periodo mirava anche al raggiungimento delle riforme sociali necessarie al recupero del paese, devastato sia dall'esperienza fascista, sia dalle tragedie della guerra, ma soprattutto al tentativo di eliminare radicalmente qualsiasi possibile rigurgito del regime mussoliniano.
    Durante il XXV Congresso del Partito Socialista di Unità Proletaria, svoltosi a Roma tra il 9 ed il 13 gennaio 1947, Pertini cercò di evitare la scissione con l'ala democratico-riformista di Giuseppe Saragat. Per giorni si pose al centro delle dispute nel tentativo di mediare tra le due correnti ma nonostante i suoi sforzi «la forza delle cose», come la definì Pietro Nenni, portò alla scissione socialista, meglio nota come Scissione di palazzo Barberini, da cui nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.
    Nonostante fosse fautore dell'unità del movimento dei lavoratori e dell'"unità d'azione" con il Partito Comunista Italiano, tuttavia era anche un fervido sostenitore dell'autonomia socialista nei confronti del PCI. In tal senso si oppose, in seno al Partito Socialista Italiano (nato dalle ceneri del PSIUP dopo la scissione di Palazzo Barberini), alla presentazione di liste unitarie e alla costituzione del Fronte Democratico Popolare per le elezioni del 1948. Al XXVI Congresso di Roma del 19-22 gennaio 1948 la sua mozione fu tuttavia minoritaria: al prevalere della linea di Nenni, si adeguò alla maggioranza.
    Pertini rientrò nella direzione nazionale del partito con XXVIII Congresso di Firenze del maggio 1949, divendo anche, dal 1955 nuovamente vicesegretario. Sarebbe rimasto nella direzione fino al 1957 quando, al XXXII Congresso di Venezia, anche in seguito anche all'invasione sovietica dell'Ungheria, venne interrotta la collaborazione con il PCI.
    Pertini durante un comizio negli anni cinquanta
    Nella I legislatura, fu nominato senatore della Repubblica, in base alla 3a disposizione transitoria della Costituzione della Repubblica italiana, e divenne presidente del gruppo parlamentare socialista al Senato. Il 27 marzo 1949, durante la 583ª seduta del Senato, Pertini dichiarò il voto contrario del suo partito all'adesione al Patto Atlantico, perché inteso come uno strumento di guerra e in funzione antisovietica nell'intento di dividere l'Europa e di scavare un solco sempre più profondo per separare il continente europeo, e sottolineò come il Patto Atlantico avrebbe influenzato la politica interna italiana, con conseguenze negative per la classe operaia. In quella seduta difese anche la pregiudiziale pacifista del gruppo socialista, esprimendo la solidarietà nei confronti dei compagni comunisti – veri obbiettivi, a suo dire, del Patto Atlantico –, concludendo con le seguenti parole:
    Nel 1953, alla morte di Josif Stalin, il suo intervento, in qualità di presidente del gruppo senatoriale socialista, celebrò il capo dell'URSS:
    Fu successivamente eletto alla Camera dei Deputati nel 1953, e poi ancora nel 1958, 1963, 1968, 1972 e nel 1976, nel collegio Genova-Imperia-La Spezia-Savona, per divenire presidente prima della Commissione Parlamentare per gli Affari Interni e poi di quella degli Affari Costituzionali, e nel 1963 vicepresidente della Camera dei Deputati.
    Sandro Pertini
    Fu tra i politici che protestarono pubblicamente riguardo alla possibilità che si tenesse il congresso del Movimento Sociale Italiano nella città di Genova ed il 1º luglio 1960, denunciò alla Camera i soprusi delle forze dell'ordine nei confronti dei manifestanti, sia nel capoluogo ligure, sia in altre città d'Italia. I disordini portano pochi giorni dopo ai tragici fatti della Strage di Reggio Emilia.
    Per dare un esempio del suo attaccamento ai valori della Resistenza e dell'antifascismo, va ricordato un episodio avvenuto poco dopo la strage di Piazza Fontana, quando Pertini, Presidente della Camera dei Deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando l'allora questore Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, ricordando l'attività di Guida come direttore del confino di Ventotene nel ventennio fascista. Un gesto che ruppe il rigido protocollo a cui doveva formalmente attenersi un esponente delle istituzioni, e che ebbe una forte importanza simbolica.
    Politicamente fu tra coloro che non sostennero il centro-sinistra perché attraverso quell'accordo si sarebbero discriminati i comunisti, mettendo fine alla collaborazione tra i due principali partiti della sinistra. Ricostruì anzi in questa chiave (retrospettivamente, in una celebre intervista a Gianni Bisiach) le vicende del negoziato all'Arcivescovado che il CLNAI aveva tenuto con il cardinale Schuster per la fuga di Mussolini da Milano, prima del 25 aprile 1945: a suo dire si oppose al negoziato con l'argomento formale che il PCI di Longo non era stato invitato ai colloqui.
    Pertini, peraltro, non costituì mai nel PSI una propria corrente e vantava rapporti travagliati (quando non pessimi) con quasi tutti gli esponenti socialisti (disse di lui il compagno di partito Riccardo Lombardi: «cuore di leone, cervello di gallina» ).
    Nella primavera del 1978, durante il sequestro Moro, Pertini, a differenza della maggioranza del partito socialista, fu un sostenitore della cosiddetta «linea della fermezza» nei confronti dei sequestratori, ovvero il rifiuto totale della trattativa con le Brigate Rosse.
    Nella V e VI Legislatura, ricoprì l'incarico di Presidente della Camera dei Deputati, risultando il primo uomo politico non democristiano e di sinistra a ricoprire tale incarico.
    Fu inoltre direttore de L'Avanti dal 1945 al 1946 e dal 1949 al 1951. Dal 1947 al giugno del 1968 fu anche direttore del quotidiano genovese Il Lavoro.

    La presidenza della Repubblica


    Il ritratto ufficiale del Presidente Pertini
    L'elezione del settimo presidente della Repubblica iniziò il 29 giugno 1978 a seguito delle dimissioni di Giovanni Leone. Nei primi tre scrutini la DC optò per Guido Gonella e il PCI votò in modo pressoché unanime il proprio candidato, Giorgio Amendola, mentre l'ala parlamentare socialista concentrò i propri voti su Pietro Nenni. Fino al 13° scrutinio il PCI mantenne la candidatura di Amendola e il PSI propose Francesco De Martino, senza trovare consensi, ma al 16° scrutinio, l'8 luglio 1978, la convergenza dei tre maggiori partiti politici si trovò sul nome di Pertini, che fu eletto presidente della Repubblica italiana con 832 voti su 995, a tutt'oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana.
    La sua elezione apparve da subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della repubblica, in un Paese ancora scosso dalla vicenda del sequestro Moro.
    Helmut Kohl con il Presidente Pertini nel 1979
    Dopo aver giurato, nel suo discorso d'insediamento Pertini ricordò il compagno di carcere ed amico Antonio Gramsci, e sottolineò la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo ricordando, tra l'altro, la tragica scomparsa di Aldo Moro.
    Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuì a fare della figura del Presidente della Repubblica l'emblema dell'unità del popolo italiano. La sua statura morale contribuì al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo. Per un certo periodo Pertini diventò infatti "il presidente dei funerali di stato": se il funerale di Guido Rossa, davanti a 250.000 persone, diventò l'occasione per un forte attacco alle Brigate Rosse, il momento forse più cupo fu il funerale dopo la strage di Bologna.
    Tra i provvedimenti da capo dello stato ci fu tuttavia anche quello di concedere la grazia, nonostante il parere contrario della Procura di Trieste, all'ex-partigiano Mario Toffanin detto Giacca. Toffanin era stato condannato all'ergastolo nel 1954 come principale responsabile dell'eccidio di Porzûs, massacro in cui perirono 17 partigiani cattolici della Brigata Osoppo.
    Nel 1979 diede l'incarico (senza successo) di formare il governo a Bettino Craxi, suscitando scalpore negli ambienti politici e preparando così il terreno per il primo governo a guida socialista della Repubblica. Pertini fu comunque il primo presidente della Repubblica a conferire l'incarico di formare il governo ad una personalità laica non democristiana, Giovanni Spadolini, il quale presentò il Governo Spadolini I il 28 giugno 1981.
    Nel maggio del 1980 partecipò in veste ufficiale ai funerali di Josip Broz Tito, Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, e baciò la bandiera jugoslava che ne avvolgeva la bara. Il gesto del bacio al feretro, a cui Pertini era solito, è stato in anni più recenti ritenuto, in alcuni ambienti, una mancanza di rispetto verso le vittime del massacro delle foibe.
    A seguito del terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980 rimase memorabile la sua espressione «Fate presto» nell'invocare la repentina risposta dei soccorsi all'immane tragedia dei terremotati; frase apparsa il giorno seguente a 9 colonne sul quotidiano Il Mattino di Napoli.
    Pertini nel suo ufficio al Quirinale
    Pertini rende omaggio al Milite Ignoto
    Dopo la sua visita in Irpinia, il 26 novembre, pochi giorni dopo la tragedia denunciò pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza dello Stato nei soccorsi in un famoso discorso televisivo a reti unificate, in cui sottolineò la scarsità di provvedimenti legislativi in materia di protezione del territorio e di intervento in caso di calamità e denunciò quei settori dello Stato che avrebbero speculato sulle disgrazie come nel caso del terremoto del Belice.
    La sua figura è legata anche ad avvenimenti piacevoli della storia d'Italia, oltre che a momenti di sofferenza. Spesso si ricorda la sua esultanza allo stadio di Madrid per la vittoria ai Campionati del mondo di Calcio del 1982 e come volle essere presente ai tentativi di salvataggio di Alfredino Rampi, un bambino di sei anni di Vermicino caduto in un pozzo nel 1981. Introdusse il rito del "bacio alla bandiera" tricolore, che sarebbe divenuto usuale anche per i suoi successori.
    Pertini rende omaggio al feretro di Enrico Berlinguer
    Pertini fu particolarmente partecipe durante la scomparsa di Enrico Berlinguer, tanto da partire personalmente da Roma con un volo presidenziale per poter scortare la salma nella capitale. Durante le esequie in piazza S. Giovanni, Nilde Iotti, dal palco delle autorità, ringraziò pubblicamente Pertini, scatenando un commovente applauso della folla partecipante.
    Partecipò commosso anche ai funerali del presidente egiziano Anwar al-Sadat, camminando in mezzo alla folla al seguito del feretro lungo tutto il percorso del corteo funebre e ricordandolo durante il discorso di fine anno nel 1981:
    Assunse sempre un atteggiamento di intransigente denuncia nei confronti della criminalità organizzata denunciando «la nefasta attività contro l'umanità» della mafia e ammonendo sempre a non confondere i fenomeni criminosi della mafia, della camorra e della 'ndrangheta con i luoghi e le popolazioni in cui sono presenti.
    Nel discorso di fine anno del 1982 parlò espressamente del problema mafioso, ricordando la figura di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa:
    Pertini e il Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini ai funerali di Dalla Chiesa
    Nel 1983, Sandro Pertini, sciolse il consiglio comunale di Limbadi in provincia di Vibo Valentia, in quanto era risultato primo degli eletti il latitante Francesco Mancuso, capo dell'omonima famiglia mafiosa. Tornò poi sulle tematiche legate alla criminalità organizzata nel suo discorso di fine anno nel 1983:
    Sandro Pertini nei giardini del Quirinale
    François Mitterrand con Pertini nel 1982
    La presidenza di Pertini favorì l'ascesa del primo socialista italiano alla guida di un governo. Già nel 1979 il presidente aveva dato un incarico (senza successo) a Bettino Craxi. Nel 1983, diede nuovamente l'incarico di formare il governo a Craxi, che stavolta realizzò l'intento di Pertini. Per due anni e per la prima volta nella storia d'Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica, sia il presidente del Consiglio dei Ministri. Ciò nonostante, Pertini ebbe con Craxi rapporti altalenanti, dovuti essenzialmente alla diversa formazione e temperamento. Pertini spesso non condivise le mosse politiche craxiane, come nel caso del XLIII Congresso a Verona, il 15 maggio 1984, in cui Bettino Craxi venne eletto segretario per acclamazione anziché con la consueta votazione. I rapporti tra i due politici comunque si mantennero su un piano di cordialità e rispetto, nonostante non si amassero; secondo Antonio Ghirelli, allora portavoce del Quirinale, il giorno dell'incarico per la Presidenza del Consiglio, Pertini notò che Craxi si era presentato al Colle indossando dei jeans, intimandogli di ritornare con un abbigliamento adeguato.
    Pertini mantenne comunque un forte senso dell'appartenenza al partito di cui Craxi era segretario. Racconta Lelio Lagorio, a proposito del secondo incarico a Craxi, che «al termine della legislatura 1979-83 il presidente non faceva che dirci: "Voi socialisti cercate di guadagnare voti alle elezioni ed io vi affido il governo". Fu così».
    Durante il suo mandato sciolse due volte il Parlamento, convocando le elezioni politiche italiane del 1979 che diedero vita alla VIII Legislatura e le elezioni politiche del 1983 che diedero vita alla IX Legislatura; diede l'incarico (in ordine cronologico) di formare i governi Andreotti V, Cossiga I, Cossiga II, Forlani, Spadolini I, Spadolini II, Fanfani V e Craxi I e nominò giudici costituzionali Virgilio Andrioli, Giuseppe Ferrari e Giovanni Conso.
    Nominò inoltre 5 senatori a vita: il politico e storico Leo Valiani, l'attore e commediografo Eduardo De Filippo, la politica e partigiana Camilla Ravera (prima donna a ricevere questa nomina), il critico letterario e rettore Carlo Bo ed il filosofo Norberto Bobbio. Con queste nomine i senatori a vita diventarono complessivamente 7. Secondo l'interpretazione di Pertini, infatti, l'art. 59 della Costituzione non intenderebbe limitare a 5 il numero di senatori a vita che possono sedere in Parlamento ma permettere a ogni Presidente della Repubblica di nominarne fino a 5. Tale scelta non fu contestata (forse per la qualità dei senatori a vita nominati o per la popolarità di cui Pertini godeva) e il suo successore Cossiga seguì la stessa interpretazione.
    Il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese rappresentò una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica, che era stato, fino ad allora una figura strettamente "notarile". Quello che in seguito divenne un archetipo della funzione di stimolo del Quirinale nei confronti della politica, il cosiddetto "potere di esternazione", fu per la prima volta esercitato nella risoluzione della controversia parasindacale dei controllori di volo: indicativo della novità del suo intervento - che indusse il Governo ad avallare una soluzione negoziale elaborata al Quirinale - è il fatto che la stampa e la dottrina giuridica cercarono di ricondurre la vicenda nell'ambito dei poteri presidenziali, con un'evidente giustificazione a posteriori, evidenziando il fatto che i controllori dei voli aerei erano a quel tempo personale militarizzato (era proprio questa una delle principali questioni), e dicendo che Pertini era intervenuto in qualità di comandante delle forze armate (ai sensi dell'articolo 87, 9° comma della Costituzione).
    Sandro Pertini ed Eduardo De Filippo
    Grazie all'indubbio prestigio di cui godeva, soprattutto tra i cittadini, fu in genere difficile per i vari esponenti politici non recepire, seppur talvolta controvoglia, le sue incursioni. Questo modo di fare, portò il sistema istituzionale a rassomigliare quasi ad un'anomala repubblica presidenziale (basti pensare alla rivoluzione del 1981, con l'ascesa a Palazzo Chigi di Giovanni Spadolini, il primo non democristiano dopo quarant'anni, in seguito alla caduta del governo Forlani dopo lo scandalo della P2). Antonio Ghirelli, all'epoca portavoce del Quirinale, coniò l'appellativo di Repubblica pertiniana, ripresa poi dai media dell'epoca.
    Il suo pensiero politico può essere efficacemente espresso da alcune frasi tratte da una sua intervista:
    La sua personalità era intrisa dei princìpi che avevano ispirato la democrazia parlamentare e repubblicana, nata dall'esperienza della Resistenza partigiana; era solito sostenere il suo rispetto della fede politica altrui tanto quanto il suo fermo rifiuto del pensiero fascista e di tutte le ideologie che rinneghino la libertà di espressione:
    Nel 1982 Ronald Reagan, all'epoca presidente degli Stati Uniti, ricevette il 25 marzo a Washington il presidente italiano e scrisse in uno dei suoi diari personali le seguenti parole : «Oggi è arrivato Sandro Pertini. Ha 84 anni ed è un fantastico gentiluomo. Abbiamo avuto un ottimo colloquio. Ama molto gli Stati Uniti. C'è stato un momento commovente quando è passato davanti al Marine che teneva la nostra bandiera. Si è fermato e l'ha baciata».
    A torto o a ragione viene ricordato da molti come uno dei presidenti della Repubblica più amati dagli Italiani, anche da chi non condivideva le sue idee politiche:

    Senatore a vita


    Il 29 giugno 1985, pochi giorni prima della scadenza naturale del suo mandato, si dimise dalla carica allo scopo di facilitare le procedure dell'elezione del suo successore. Al termine del mandato presidenziale divenne, come previsto dalla Costituzione, senatore a vita; in tale veste non svolse attività politica né votò la fiducia ad un Presidente del Consiglio da lui precedentemente incaricato. L'unico incarico ufficiale che intraprese dopo la Presidenza della Repubblica fu la presidenza della Fondazione di Studi Storici "Filippo Turati", costituitasi a Firenze nel 1985 con l'obiettivo di conservare il patrimonio documentario del socialismo italiano.
    Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del Partito Socialista, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare il suo essere socialista; del resto, anche durante il mandato aveva difeso la bandiera del socialismo italiano, intervenendo con un commento autorizzato nella cosiddetta lite delle comari del governo Spadolini.
    La notte del 24 febbraio 1990, all'età di 93 anni, si spense, a Roma nel suo appartamento privato, in una mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi. Per suo espresso desiderio, il suo corpo fu cremato e le ceneri traslate nel cimitero del suo paese natale, Stella S. Giovanni.
    Pertini si era sempre dichiarato ateo; nonostante ciò, nel suo studio al Quirinale aveva sempre tenuto un Crocifisso: sosteneva infatti di ammirare la figura di Gesù come uomo che ha sostenuto le sue idee a costo della morte.
    Il suo appartamentino, dopo la morte della moglie Carla, non è più stato riaffittato ed è rimasto intatto.
    Pertini nella cultura popolare
    La sua costante presenza nei momenti cruciali della vita pubblica italiana, nelle situazioni piacevoli come nei momenti difficili, è stata probabilmente uno dei motivi della sua grande popolarità. Da molti commentatori è stato considerato uno dei presidenti più amati dagli italiani, per l'amore verso la Patria, per il suo carisma, per il suo modo di fare schietto e ironico, per l'amore verso i bambini (a cui prestava molta attenzione durante le visite giornaliere delle scolaresche al Quirinale) e per aver inaugurato un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini, con uno stile diretto e amichevole («amici carissimi, non fate solo domande pertinenti, ma anche impertinenti: io mi chiamo Pertini... »). La schiettezza e la pragmaticità di Pertini si riflesse inoltre anche nella sua azione politica ed istituzionale, facendolo apparire come un presidente che puntava alla concretezza, rifiutando compromessi e imponendosi con il suo rigore morale.
    Pertini fu tra i presidenti che scelsero di non abitare nel Palazzo del Quirinale, mantenendo la propria residenza nel suo appartamento romano, secondo lo stesso Pertini per espresso desiderio della moglie. Visse infatti per molti anni su un attico che s'affaccia sulla fontana di Trevi. Gli abitanti del quartiere lo incontravano spesso, quando la mattina la macchina andava a prenderlo per andare "in ufficio" al Quirinale senza grandi apparati di sicurezza; per chi lo riconosceva e lo salutava, soprattutto i bambini, il Presidente aveva sempre un sorriso e un gesto di saluto.
    Pertini e Bearzot
    In aereo gioca a scopone con i Campioni del Mondo
    Era inoltre solito trascorrere le sue vacanze estive a Selva di Val Gardena, alloggiando nella locale caserma dei carabinieri, per non disturbare la cittadinanza con ulteriori misure di sicurezza durante la sua permanenza. Nella vicina Val di Fassa, nel comune di Campitello è stato costruito nel 1986 il "Rifugio Sandro Pertini", nel nome dell'amicizia che legava il Presidente e il gestore del rifugio.
    Nel 1982 fece rientrare dalla Spagna la Nazionale di calcio dell'Italia, appena laureatasi campione del Mondo, con l'aereo presidenziale, a bordo del quale si intrattenne in una partita di scopone scientifico in coppia con Dino Zoff e contro Causio-Bearzot.
    La sua popolarità fece sì che diventasse spesso anche oggetto di attenzione da parte del mondo dello spettacolo: nel cabaret televisivo degli anni '80, vi sono stati almeno due noti imitatori di Sandro Pertini: Alfredo Papa e Massimo Lopez. Il primo doppiava il pupazzo Sandrino che interloquiva con Lino Toffolo nel varietà di Canale 5 Risatissima. Il secondo imitava Pertini in prima persona, particolarmente negli sketch del Trio (Lopez, Marchesini, Solenghi) per l'edizione 1985-86 di Domenica In. Toto Cutugno lo citò infine come il "partigiano presidente" in una sua canzone di successo al festival di Sanremo 1983.
    Pertini è stato inoltre protagonista di una striscia a fumetti (Pertini, o Pertini Partigiano) disegnata da Andrea Pazienza e pubblicata su varie testate storiche della satira italiana, tra cui Il Male, Cannibale, Frigidaire e successivamente Cuore. Le strisce e il materiale prodotto sono in seguito state pubblicate in volume da Primo Carnera Editore nel 1983 e da Baldini & Castoldi nel 1998. La striscia immergeva il Presidente negli anni della Resistenza italiana al nazismo, dipingendolo come coraggioso e pragmatico guerrigliero, affiancato e intralciato dall'inetto aiutante Paz (l'autore stesso).
    Onorificenze
    Medaglia d'oro al valor militare
    «Animatore instancabile della lotta per la libertà d'Italia, dopo 15 anni trascorsi tra carcere e confino, l'8 settembre 1943 si poneva alla testa degli ardimentosi civili che a fianco con i soldati dell'esercito regolare contrastarono tenacemente l'ingresso alle truppe tedesche nella Capitale. Membro della giunta militare del C.L.N. centrale, creava una delle maggiori formazioni partigiane operanti sui piano nazionale. Arrestato e individuato quale capo dell'organizzazione militare clandestina, sottoposto a duri ed estenuanti interrogatori ed a violenze fisiche con il suo fiero ed ostinato silenzio, riusciva a mantenere il segreto. Il 25 gennaio 1944 riacquistava la libertà con una fuga leggendaria dal carcere, riassumeva il suo posto di comando spostandosi continuamente in missione di estremo pericolo nelle regioni dell'Italia centrale, dove più infieriva la lotta alla quale partecipava personalmente. Nel maggio 1944 si recava in Lombardia per portarvi il suo contributo prezioso ed insostituibile di animatore e combattente, potenziando le Brigate che in ogni regione dell'Italia occupata, sotto la sua guida, divennero un formidabile strumento di lotta contro l'invasore. Di là, a fine luglio 1944, si portava in Firenze dove, alla testa dei partigiani locali, partecipava all'insurrezione vittoriosa. Rientrato in Roma liberata, chiedeva di essere inviato nell'Italia occupata e dalla Francia effettuava il passaggio del Monte Bianco. Nella Val d'Aosta (Cogne), soggetta ad un feroce rastrellamento, si univa alle formazioni partigiane distinguendosi in combattimento. Raggiunta Milano, riprendeva il suo posto nei maggiori organi direttivi della resistenza. L'insurrezione del Nord lo aveva, quale membro del Comitato insurrezionale, tra i maggiori protagonisti nelle premesse organizzative e nell'urto militare decisivo. Uomo di tempra eccezionale, sempre presente in ogni parte d'Italia ove si impugnassero le armi contro l'invasore. La sua opera di combattente audacissimo della resistenza gli assegnava uno dei posti più alti e lo rende meritevole della gratitudine nazionale nella schiera dei protagonisti dei secondo Risorgimento d'Italia.»
    — Roma, Firenze, Milano, 8 settembre 1943 - 25 aprile 1945.
    Medaglia d'argento al valor militare
    «Durante tre giorni di violentissime azioni offensive, senza concedersi sosta alcuna, animato da elevatissimo senso del dovere, con superlativa audacia e sprezzo del pericolo avanzava primo fra tutti verso le munite difese nemiche, vi trascinava i pochi suoi uomini e debellava una dietro l'altra le mitragliatrici avversarie numerosissime e protette in caverne. Contribuiva così efficacemente alla conquista di ben difesa posizione nemica catturando numerosi prigionieri e bottino importante. Bellissima figura di eroismo e di audacia.»
    — Descia - M. Cavallo - Jelenick, 21-22-23 agosto 1917
    Ebbe tale decorazione per aver guidato, nell'agosto del 1917 un assalto al monte Jelenik, durante la battaglia della Bainsizza. Tuttavia, dopo la guerra, tale decorazione fu occultata dal regime fascista a causa della sua militanza socialista. Pertini seppe del conferimento solo quando divenne Presidente della Repubblica, dopo alcune ricerche dello staff dello Stato Maggiore. Alla proposta di consegna egli si rifiutò dicendo che se l'allora regime negò tale merito non riteneva giusto raccoglierlo ora vista la sua posizione di Presidente della Repubblica. L'onorificenza gli fu comunque consegnata, terminato il suo mandato presidenziale, nel suo ufficio di senatore a vita, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini.
    Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte
    — 10-7-1985
    Fu il primo a ricevere l'onorificenza della "Medaglia Otto Hahn per la Pace" della Società Tedesca per le Nazioni Unite (Deutsche Gesellschaft für die Vereiten Nationen, DGVN): gli fu assegnata a Berlino nel dicembre 1988, "...per meriti eccezionali in favore della pace e della comprensione fra i popoli, in particolare per la sua morale politica e la praticata umanità".
    Monumenti e infrastrutture dedicate a Pertini
    Il 24 febbraio 2007 è stato inaugurato, a Forlì, nella rotatoria d'imbocco alla via Pertini, un busto in bronzo di Sandro Pertini, opera dello scultore Ivo Gensini. Un altro monumento a Pertini si trova a Milano, in via Croce Rossa, opera dell'architetto Aldo Rossi.
    A Sandro Pertini sono inoltre intitolati, tra gli altri, l'aeroporto internazionale di Torino-Caselle e, a Roma, l'Ospedale "Sandro Pertini" nella zona di Pietralata, in via dei Monti Tiburtini.
    L'Associazione Nazionale Sandro Pertini tiene inoltre un dettagliato elenco, non esaustivo, delle numerose scuole, infrastrutture, centri culturali e politici, strade, piazze e manifestazioni varie, intitolate a Sandro Pertini in Italia.
    La Fondazione Sandro Pertini
    La "Fondazione Sandro Pertini" è stata costituita il 23 settembre 2002, a Firenze, su iniziativa della moglie del Presidente, Carla Voltolina.
    La firma dell'atto pubblico di costituzione è avvenuta in occasione di una cerimonia svoltasi nell'aula magna della facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" che aveva visto laurearsi, nel 1924, proprio Sandro Pertini.
    La fondazione si pone come principale obiettivo quello di promuovere e divulgare studi sull'opera e il pensiero di Sandro Pertini; inoltre, si prefigge come scopo ulteriore, ma non secondario, quello di preservare il patrimonio dell'uomo politico costituito da cimeli, libri, archivio storico, fotografie, quadri e documenti vari da destinare alla pubblica fruizione, nonché quello di diffondere i valori per i quali Pertini si era battuto durante la sua esistenza.
    L'attuale organigramma della Fondazione è così composto:
    Presidente: Mario Almerighi
    Vicepresidenti: Pietro Pierri e Umberto Voltolina
    Note

      ^ CESP - Video Intervista
      ^ a b c d Fondazione Sandro Pertini - Biografia
      ^ a b CESP - Video Intervista
      ^ a b c d e f Centro Culturale Sandro Pertini - Biografia
      ^ legislature.camera.it Resoconto stenografico della seduta del 23/02/1955 della Commissione Affari Interni, pp. 404-405
      ^ S. Bertoldi, Fra i "neri" in cravatta rossa, "Oggi", 29 marzo 1973 - riportato da CESP - Documenti
      ^ CESP - Documenti Arresto e interrogatorio di Pertini (1925)
      ^ CESP - Documenti Proposta di confino della Prefettura di Savona (25 novembre 1926) e ordinanza del 4/12/1926
      ^ Istituto di Studi Filosofici di Napoli - La fuga di Filippo Turati. L'esperienza del confino ad Ustica. Il processo di Savona.
      ^ Il testo della sentenza del cosiddetto "Processo di Savona"
      ^ a b CESP - Documenti Sentenza del Tribunale Speciale (1929)
      ^ a b CESP - Documenti Verbale dell'interrogatorio di Sandro Pertini in Italia del 14 aprile 1929
      ^ Intervista a Pertini del 17 marzo 1983, riportato da CESP - Documenti
      ^ CESP - Documenti Verbale di arresto del 14 aprile 1929
      ^ CESP - Documenti Lettera di Togliatti a Turati, 30 ottobre 1930
      ^ La lettera di Pertini di dissociazione dalla domanda di grazia inviata al presidente del Tribunale
      ^ CESP - Documenti Lettera alla madre 1933
      ^ CESP - Documenti Verbale di consegna della carta di permanenza, Ponza 1935
      ^ CESP - Documenti Ordinanza per l'assegnazione al confino, Ventotene 1940
      ^ La Storia del PSI - Tessere socialiste
      ^ a b c Intervista di Enzo Biagi a Pertini, Quel 25 luglio 1943. Pertini, La Stampa, 7 agosto 1973, riportato da CESP - Documenti
      ^ CESP - Documenti Telegramma dei confinati di Ventotene, 7 agosto 1943
      ^ La storia del PSI - Dal 1926 al 1945
      ^ Sandro Pertini, intervistato da Gianni Bisiach, in "Pertini racconta", Mondadori, 1977, riportato dall'ANPI di Roma
      ^ CESP - Video Intervista
      ^ Sandro Pertini. Quei giorni della liberazione di Firenze. Pugliese, 2006. ISBN 8886974345
      ^ CESP - Audio Audio dell'annuncio radiofonico
      ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano - 25 aprile
      ^ Armistizio lungo del 29 settembre 1943
      ^ Leo Valiani - Quel 25 aprile in cui lo conobbi - Archivio storico del Corriere
      ^ Franco Bandini, op. cit., pagg. 75-76
      ^ a b c Sandro Pertini - Mussolini e Schuster, Pertini scriveva che... - Archivio storico del Corriere
      ^ a b Silvio Bertoldi - Il Duce al cardinale " Tedeschi traditori " - Archivio storico del Corriere
      ^ a b c A Milano e a Torino nella fiammata insurrezionale, in Avanti!, 6 maggio 1945, riportato da CESP - Documenti
      ^ Su Avanti!, riportato da Franco Bandini, op. cit., pagg 75-76
      ^ Max Salvadori, cognato di Emilio Lussu, colonnello alleato in clandestinità a Milano con il compito di tenere i contatti tra i Partigiani e gli Alleati - Biografia di Max Salvadori ad opera di Leo Valiani - Archivio storico del Corriere
      ^ Sandro Pertini. Resistenza: patrimonio di tutti Avanti, 16 aprile 1965
      ^ cfr. Franco Bandini, op. cit, e G. Bianchi, F. Mezzetti, Mussolini Aprile '45: L'epilogo, Editoriale Nuova, 1985
      ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano - 30 aprile
      ^ CESP - Video Intervista
      ^ Giuseppe Marozin, Odissea Partigiana: "i 19 della Pasubio", Milano, Azione Comune, 1965.
      ^ Odoardo Reggiani, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema, Milano, Spirali, 2007. ISBN 8877707941 (Vedi anche Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, dal set al muro in Archivio storico del Corriere della Sera. URL consultato il 22-9-2008.
      ^ Camera.it Dati personali e incarichi nella Costituente
      ^ Hans Woller, op. cit.
      ^ a b legislature.camera.it Resoconto stenografico della seduta del 22/07/46
      ^ legislature.camera.it Resoconto stenografico della seduta del 19/11/47
      ^ La storia del PSI - Dal 1946 al 1968
      ^ it.Wikisource Disposizioni Transitorie della Costituzione
      ^ Atti parlamentari. I Legislatura, Senato. Vol. V: Discussioni 1948-49
      ^ Vittorio Messori, Pensare la storia, SugarcoEdizioni, (2006)
      ^ articolo su "L'espresso" di Giampaolo Pansa
      ^ Camera.it Giuramento e discorso di insediamento
      ^ La storia siamo noi - Il partigiano Pert
      ^ Toffanin, Pertini lo graziò ma la procura non voleva in Archivio storico del Corriere della Sera. URL consultato il 23-5-2008.
      ^ Il comandante Giacca graziato da Pertini in Archivio storico del Corriere della Sera. URL consultato il 23-5-2008.
      ^ Paolo Granzotto. «La mattanza delle foibe e le amnesie di Pertini». Il Giornale , 15-2-2008 (consultato in data 23/5/2008).
      ^ www.23novembre1980.it Sito in memoria del terremoto irpino
      ^ www.quirinale.it Sandro Pertini, Messaggio di fine anno agli italiani, Palazzo del Quirinale 31 dicembre 1981
      ^ www.quirinale.it Sandro Pertini, Messaggio di fine anno agli italiani, Palazzo del Quirinale 31 dicembre 1982
      ^ www.quirinale.it Sandro Pertini, Messaggio di fine anno agli italiani, Palazzo del Quirinale 31 dicembre 1983
      ^ Il mestiere di testimone, da Togliatti a Pertini e Craxi
      ^ Francesco Natale, Alitalia e il mediatore con la pipa - 4 settembre 2008, su (http://www.ragionpolitica.it/testo.9879.alitalia_mediatore_con_pipa.php)
      ^ Antonio Maccanico, Pertini e i controllori di volo, lettera al Corriere della sera del 21 febbraio 1992, p. 21; Pier Luigi Tolardo, l'arbitro zoppo, su www.marioadinolfi.it del 5 giugno 2007
      ^ Vedi anche Video. CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini. URL consultato il 2/8/2008.
      ^ CESP - Video Intervista
      ^ articolo su "Corriere della Sera" di Ennio Caretto
      ^ Fonte il sito della UAAR
      ^ "L'Italia degli anni di fango", di Indro Montanelli e Mario Cervi, pag. 353, ed. RCS Libri e Grandi Opere S.p.A 1993, Milano,
      ^ www.quirinale.it Assegnazione onorificenze
      ^ CESP - Documenti La medaglia al valore
      ^ www.quirinale.it Assegnazione onorificenze
      ^ Associazione Nazionale Sandro Pertini - Elenco delle intitolazioni a Sandro Pertini
      ^ Fondazione Sandro Pertini Storia della fondazione

    Bibliografia
    Vero Marozin. Odissea Partigiana. Milano, Mondadori 1965.
    Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini, Mondadori, Milano, 1968.
    Antonio Ghirelli. Caro Presidente. Milano, Rizzoli, 1981.
    Gianni Bisiach. Pertini racconta. Milano, Mondadori, 1983.
    Vico Faggi (a cura di). Sandro Pertini: sei condanne, due evasioni. Milano, Mondadori, 1984. ISBN 880433827X
    Raffaello Uboldi. Pertini soldato Milano, Bompiani, 1984.
    Claudio Angelini. In viaggio con Pertini. Milano, Bompiani, 1985.
    Mario Guidotti. Sandro Pertini, una vita per la libertà. Roma, Editalia, 1988. ISBN 88-7060-178-1
    AA. VV. Sandro Pertini nella Storia d'Italia. Bari, Lacaita, 1997.
    Stefano Caretti e Maurizio Degl'Innocenti Sandro Pertini combattente per la libertà. Bari, Lacaita, 1999. ISBN 8887280223
    Indro Montanelli e Mario Cervi. L' Italia degli anni di fango. (1978-1993). BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2001. ISBN 8817125385
    Giovanni Errera (a cura di). Sandro Pertini. Quei giorni della liberazione di Firenze. Pugliese, 2006. ISBN 8886974345
    Paolo Nori. Noi la farem vendetta. Milano, Feltrinelli, 2006. ISBN 88-07-01705-9
    Gianluca Scroccu, La passione di un socialista Sandro Pertini e il PSI dalla Liberazione agli anni del centro-sinistra. Manduria-Roma-Bari, Lacaita, 2008. ISBN 8889506687.
    Hans Woller. I conti con il fascismo, L'epurazione in Italia 1943-1948. Il Mulino, 2008. ISBN 8815097090.
    Voci correlate
    Antifascismo
    Socialismo
    Senatori I Legislatura
    Composizione della Camera dei Deputati
    Presidenti della Camera dei Deputati italiana
    Elezione Presidente della Repubblica 1978
    Presidente della Repubblica Italiana
    Presidenti della Repubblica Italiana
    Senatori a vita
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    Collegamenti esterni
    Sito del Quirinale
    Associazione Nazionale Sandro Pertini
    Fondazione Sandro Pertini
    Centro Culturale Sandro Pertini
    CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini
    Il partigiano Pert La Storia Siamo Noi, RAI Educational, documenti filmati
    Intervista di Oriana Fallaci a Pertini - 27 dicembre 1973

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