Pietro Badoglio (1871-1956)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1956
  • Data di nascita: 28 Settembre 1871
  • Professione: Politico
  • Luogo di nascita: Grazzano Badoglio (AT)
  • Nazione: Italia
  • Pietro Badoglio in Rete:

  • Wikipedia: Pietro Badoglio su Wikipedia
  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)


    Pietro Badoglio
    Luogo di nascita
    Grazzano Monferrato
    Data di nascita
    28 settembre 1871
    Luogo di morte
    Grazzano Badoglio
    Data di morte
    1° novembre 1956
    Partito politico
    Partito Nazionale Fascista 1925-43
    Coalizione
    Mandato
    luglio 1943 - giugno 1944
    Elezione
    Titolo di studio
    Diploma d'accademia militare
    Professione
    Ufficiale
    Coniuge
    Vicepresidente
    Predecessore
    Benito Mussolini
    Successore
    Ivanoe Bonomi

    Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, oggi Grazzano Badoglio, 28 settembre 1871 – Grazzano Badoglio, 1 novembre 1956) è stato un generale e politico italiano, maresciallo d'Italia, senatore e Capo del Governo dal 25 luglio 1943 all'8 giugno 1944. Fu nominato marchese del Sabotino e duca di Addis Abeba.
    La figura di Badoglio attraversò l'intera prima metà del Novecento italiano, in posizioni di crescente centralità negli avvenimenti storici del Paese, ma anche come una delle figure più equivoche, più criticate e meno trasparenti della storia d'Italia.

    Biografia
    Gli anni precedenti la prima guerra mondiale
    Figlio di Mario Badoglio, proprietario terriero, e di Antonietta Pittarelli, facoltosa borghese, il 5 ottobre 1888 fu ammesso alla Regia Accademia di Savoia, con sede a Torino, che lo stesso Badoglio avrebbe poi sciolto nel 1943; ne uscì sottotenente dell'Arma di artiglieria nel 1890.
    Il 7 agosto 1892 fu assegnato al 19° Reggimento artiglieria da campagna di stanza a Firenze. Il 10 agosto 1895, dopo la sconfitta di Amba Alagi, inoltrò domanda per essere assegnato al fronte eritreo. Il 2 marzo 1896, all'indomani della battaglia di Adua, partì per l'Eritrea con un corpo di spedizione che aveva l'incarico di scongiurare l'eventuale invasione abissina della colonia.
    Il 29 settembre 1911 scoppiò il conflitto italo-turco per il possesso della Libia. Badoglio vi partecipò, venendo decorato al valore.
    La grande guerra
    Dopo aver raccolto qualche onorificenza, specialmente per la battaglia di Zanzur, e dopo un tranquillo passaggio all'allora influente Servizio Geografico militare, entrò nella prima guerra mondiale col grado di tenente colonnello, in forza alla 2a Armata, per essere promosso generale a seguito della sua conquista, alla testa della 4a Divisione, del monte Sabotino (Sesta battaglia dell'Isonzo).
    Per questa battaglia, in tempi recenti sono state raccolte testimonianze, che guadagnano crescente credito, narranti come il comandante avrebbe fatto versare numerosi barili di petrolio nelle grotte e nelle caverne in cui i nemici austro-ungarici si erano nascosti e vi avrebbe dato fuoco. La vittoria gli valse comunque la promozione, una medaglia d'argento ed in seguito il titolo di marchese del Sabotino, concesso motu proprio dal re Vittorio Emanuele. Nel maggio del 1917 al comando del II Corpo d'armata con il quale conquistò il Vodice e il monte Kuk , posizioni ritenute quasi imprendibili. Fu promosso tenente generale ancora per meriti di guerra. Badoglio, però, fu anche il comandante di Caporetto: il 24 ottobre 1917 le truppe tedesche, insieme a quelle austriache, sfondarono il fronte del XXVII Corpo d'armata da lui comandato nell'azione che si sarebbe conclusa con la nota disfatta; diversi studi tendenti a dimostrare una sua pesante responsabilità nella tragedia non sono comunque mai riusciti a delinearne una colpa oggettivamente riconosciuta e non si è potuto verificare se effettivamente si trovasse lontano dal proprio posto di comando al momento dell'attacco, come sostenuto da diversi altri generali.
    Ad ogni modo, invece di finire davanti ad una Corte marziale, dopo pochissimo tempo e davvero non si sa se in qualche relazione con i fatti di Caporetto, Badoglio ricevette un'inattesa promozione a sottocapo di Stato maggiore dell'Esercito, alle dirette dipendenze di Armando Diaz, mentre per la disfatta venivano puniti Luigi Cadorna e altri ufficiali al comando di fronti che non erano stati interessati dallo sfondamento.
    Alla fine della guerra (1918), fu nella commissione che a Padova ottenne l'armistizio del 4 novembre con gli austriaci. Senatore l'anno successivo, divenne commissario straordinario militare per la Venezia Giulia; in questo ruolo assistette all'impresa di Fiume di Gabriele D'Annunzio, lanciando i suoi soldati in scaramucce (ma volarono anche colpi di cannone) contro il poeta.
    Badoglio e il regime
    Fu poi capo di Stato Maggiore. In questo ruolo, condivise con le alte gerarchie militari una certa insofferenza per il nascente regime fascista. Sostenne con pesante insistenza l'opportunità di fermare la Marcia su Roma con lo stato d'assedio e fece volutamente circolare suoi commenti personali che sarebbero sempre pesati sui suoi rapporti con il Duce .
    Ma col fascismo aveva anche altri punti di distanza: aveva fastidio, in particolare, per la formazione di altri corpi armati (come la nascente Milizia, ed anche gli indisturbati squadristi) che per costituzione ed indirizzo (erano di fatto composti di civili e - più ancora - di gente politicizzata) venivano sottratti al comando dello Stato maggiore. Entrò in larvato dissenso con Mussolini, che dopo averlo spedito in giro per il mondo come attaché militare, lo fece nominare ambasciatore plenipotenziario in Brasile (allora "Stati Uniti del Brasile", 1924).
    Tornato in patria grazie ad un atto di obbedienza dopo il delitto Matteotti (scrisse una lettera umile e di congratulazioni, si suppone per averne avuta diretta "raccomandazione" dal Re), nel 1925 divenne Capo di Stato maggiore generale delle Forze Armate di terra, aria e mare, la massima autorità militare del Paese. Maresciallo d'Italia nel 1926, nel 1928 fu nominato governatore generale di Cirenaica e Tripolitania (Libia), nel 1929 ebbe il Gran Collare dell'Ordine Supremo dell'Annunziata (che lo rendeva cugino del re), nel 1935 fu nominato Comandante Supremo in Eritrea.
    La conquista coloniale
    Alla testa di 400 000 uomini, subentrato ad Emilio De Bono, giudicato troppo morbido, Badoglio condusse personalmente il suo corpo di spedizione all'invasione della futura colonia; le modalità di "combattimento" destarono però sensazione e riprovazione in tutto il mondo, poiché l'aviazione italiana, contravvenendo al Protocollo di Ginevra del 1925, utilizzò su larga scala il terribile gas iprite, che, irrorato dagli aerei in volo a bassa quota, sia sui soldati che sui civili, venne usato con la precisa finalità di terrorizzare la popolazione abissina e piegarne ogni resistenza. Tra il 1928 ed il 1930 Badoglio aveva già autorizzato l'utilizzo di gas asfissianti (fosgene) e di bombe caricate ad iprite per reprimere i ribelli in Sirtica (Libia). Nel 1949 la United Nation War Crimes Commission riconoscerà Badoglio come criminale di guerra, tuttavia non verrà mai concessa l'estradizione in Etiopia per sottoporlo a processo.
    Il 5 maggio del 1936, alle ore 16, entrava in Addis Abeba alla testa delle truppe italiane e proclamava l'avvenuta conquista dell'Impero dell'Africa Orientale Italiana. Fu poi Viceré e Governatore di Etiopia, e, senza particolari meriti scientifici, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Tornato a Roma, tenne per sé come trofeo di guerra il trono di Hailé Selassié, che riconvertì a cuccia del suo cane.
    Nel 1938 il suo nome appare tra i firmatari del Manifesto della razza in appoggio all'introduzione delle leggi razziali fasciste.
    Di nuovo in guerra
    Giunti alla seconda guerra mondiale, Mussolini e Badoglio entrarono in aperto conflitto anche fra loro. Il generale infatti aveva disposto solo piani difensivi per il Fronte Occidentale, quello con la Francia, forse perché intimamente contrario a sferrare un attacco al quale non riconosceva chances di successo; quando il Duce ebbe necessità di attaccare, Badoglio traccheggiò, adducendo difficoltà ad elaborare piani offensivi, e fu sostituito dal generale Rodolfo Graziani. Il Duce poteva sostituire la più elevata carica militare a causa di una delega al comando delle forze armate che, disse Mussolini, era stata voluta dallo stesso Badoglio, il quale invece contestava che l'altro se ne fosse autoinvestito; pare ormai acclarato che effettivamente la delega sia stata proposta da Badoglio.
    Comandante del fronte greco, il cui altalenante andamento non apriva grandi prospettive, nel 1941 Badoglio fu oggetto di aspre critiche da parte di alcuni gerarchi, che più volte ne chiesero le dimissioni; quando finalmente le diede, lo fece con l'intento di ritirarle dopo poco, ma venne invece precipitosamente accontentato e la seconda parte della manovra non gli riuscì. Fu sostituito dal generale Ugo Cavallero, che ne sarebbe stato oggetto di successive vindici attenzioni.
    Praticamente in parcheggio negli uffici romani, restava disponibile per incarichi di minima importanza per conto della Corona.
    Il '43

    La caduta di Mussolini


    Nella primavera del 1943, Mussolini promosse una serie di rimpasti governativi fra le cariche istituzionali che produssero una certa animazione tanto fra gli esponenti di maggior spicco del regime quanto fra quelli delle gerarchie militari. A questo si fa da molti risalire l'origine della fronda che avrebbe poi portato alla destituzione del Duce.
    Come noto, questa fronda si sarebbe nutrita dell'apporto essenziale di tre grandi gerarchi: Dino Grandi, Giuseppe Bottai e Galeazzo Ciano. Di questi, il più radicale nelle sue intenzioni era Grandi, l'unico reale antagonista di vaglia che Mussolini avesse trovato nel movimento prima e nel partito poi. Grandi entrò in contatto col Re, che sostenne il suo proposito presentandogli un piano nel quale prevedeva di destituire Mussolini ed assegnare il governo ad un generale moderato (Caviglia) che godeva di grande stima in molti ambienti.
    Il Re però, sin dal primo momento, aveva in realtà pensato a Badoglio, sebbene non si arrischiasse a farne il nome. Quando si giunse al 25 luglio, ed il Gran Consiglio del Fascismo mandò il Duce a Villa Ada a farsi licenziare, con generale sorpresa (e ovviamente con sconcerto di Grandi) Badoglio divenne quindi il nuovo Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato.
    Taluni hanno anche avanzato il sospetto che la scelta sia stata motivata dalla necessità di trovare un militare sicuramente non corruttibile dai tedeschi e Badoglio avrebbe corrisposto a questo requisito non tanto per una sua personale avversione contro i germanici, quanto, e più utilmente, perché i tedeschi, e soprattutto gli austriaci, oltre a poter ricordare l'uomo che (se i racconti prima detti si dimostrassero veri) aveva crudelmente bruciato vivi centinaia di loro soldati sul Sabotino, conoscevano la sua condotta di ambigua obbedienza ad un regime che non riconosceva. Ne conoscevano il dissenso dalla costituzione dell'Asse e comunque un vago sentimento antigermanico. Non lo avrebbero considerato affidabile.

    Badoglio Capo del Governo


    Arrestato Mussolini, Badoglio fece ben presto conoscere la sua voce via radio nel famoso messaggio che, principiato come foriero di buone notizie, si concludeva con il disilludente «la guerra continua a fianco dell'alleato germanico».
    La gente che aveva appena iniziato a sperare che la destituzione del dittatore preludesse alla fine della guerra, veniva raggelata pochi secondi dopo; e molti veterani della Grande Guerra subito rammentarono «il generale di Caporetto», senza che ne cavassero entusiasmo.
    Il governo presieduto da Badoglio e composto dai ministri Umberto Ricci, Vito Reale, Raffaele Guariglia, Piccardi, Epicarmo Corbino, Antonio Sorice, Vittorio Emanuele Orlando e Raffaele De Courten, soppresse subito il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni ad esso collegate, il Gran Consiglio del Fascismo e il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato. Alle rivolte operaie che scoppiarono in molte città, rispose con un'aspra repressione
    Nonostante il ruolo, che avrebbe potuto apparire di tonificante contrasto dopo vent'anni in compagnia del regime, Badoglio non suscitò consensi, nemmeno iniziali, e dovette cominciare a «farsi vedere in giro», visitando le truppe e gli ospedali dell'Italia del Sud, tenendo discorsi, quasi comiziali, coi quali dava alla stampa ed al popolo le sue direttive politiche, non negando loro i suoi singolari commenti.

    I racconti di Badoglio


    A proposito dell'arresto di Mussolini e della sua introduzione in ambulanza, Badoglio reclamò una volta il vanto di averlo con questa operazione personalmente salvato dalla furia popolare (salvo rammaricarsi di averlo fatto, nello stesso discorso) e descrisse una sua versione del colloquio di Villa Ada fra il Re e Mussolini che però non trova suffragio di attendibilità presso gli storici, anche perché il colloquio era a due e nessuno dei (due) presenti ne parlò. Circa una presunta misteriosa lettera di Mussolini che lo avrebbe ringraziato del salvataggio non se ne ha alcuna traccia, posto che fosse plausibile che fosse stata scritta e che Mussolini gli fosse grato di alcunché.
    Altre cose del resto ebbe a dire Badoglio, soprattutto e più spesso a caldo, a pochi mesi dagli avvenimenti, che non sono oggi considerate come storicamente oggettive; si noti ad esempio che Badoglio, che da tempo si preparava a succedere al Duce, ha sempre negato (senza che se ne possa individuare la ragione) di aver saputo qualcosa in anticipo. Può allora risultare più utile evidenziare alcuni suoi convincimenti ed alcune sue interpretazioni che potrebbero giovare alla comprensione delle sue motivazioni.
    Tenuto conto che l'esperienza senatoriale non era bastata a farne un politico, Badoglio comunque si muoveva (ed aveva anche il dovere di farlo) come un politico, e, pertanto alcune sue esternazioni ben potevano rispondere ad esigenze di natura comunicativa fra il Capo di un (pur frastornato) Governo ed il popolo governato. In questa veste ebbe a raccontare la sua «spiegazione» della perdita della guerra, che sarebbe stata dovuta agli sprechi della burocrazia romana, con particolare (e velenoso) riferimento a certe «signore» del Ministero della Cultura Popolare, (popolarmente noto con l'equivoca abbreviazione «Min.cul.pop.» e da lui definito «lupanario» - anziché lupanare): per gli stipendi di questi, e per i fondi riservati (extra-bilancio) dei ministeri, non residuavano, disse ad un raduno di ufficiali, fondi per l'armamento e i soldati sarebbero andati a combattere con l'economico moschetto 91 anziché con armi più moderne.
    Dell'armistizio spiegò che era stato siglato perché la rete ferroviaria era stata resa inservibile e perché la Germania aveva inviato in Italia truppe non richieste, aveva ridotto le forniture di carbone e si era appropriata di un carico di grano, quest'ultima cosa grave al punto da non lasciare più tempo da perdere. Contattato Eisenhower, continuò, «vennero dei patti un po' imbrogliati che non sto a chiarirvi».
    Circa alcune sue reiterate dichiarazioni riprese da De Felice, secondo le quali Mussolini avrebbe avuto in programma di chiedere un armistizio per il 15 settembre, la circostanza asserita non incontra riscontri concludenti e ci si domanda piuttosto il motivo di simili asserzioni.

    L'armistizio


    Ciò che rende famoso nel mondo il nome di Badoglio è l'armistizio siglato a Cassibile, una frazione di Siracusa, il 3 settembre 1943.
    Con buona probabilità, l'armistizio sin da subito era il principale obiettivo dell'assenso del Re alla mozione del Gran Consiglio. Carcerato il Duce al Gran Sasso, Badoglio poteva ricercare quel contatto che a Maria José era stato imposto di lasciar cadere e con lo stesso mediatore (monsignor Montini, il futuro Paolo VI), si ripresero le trattative, ma, poiché queste non parevano condurre a nulla (si è da diversi studiosi sospettato un interesse vaticano a ritardare questa soluzione), il generale Castellano fu inviato a Lisbona a prendere contatti più diretti. Contemporaneamente, il generale Rossi ed il generale Zanussi, separatamente, si presentarono inattesi agli sbalorditi alleati con il medesimo incarico. Messi a confronto fra loro dagli alleati per chiarire chi fosse da considerarsi il vero inviato, i tre litigarono su questioni di anzianità di grado.
    Superato (ma non del tutto) l'impasse, le trattative seguirono con uno stile di pari decoro: giunti a proporre una resa senza condizioni, nel corso del tempo i generali aggiungevano invece diverse e talora fantasiose possibili condizioni, fra le quali una pretendeva che, prima di decidere se firmare, gli italiani avrebbero dovuto poter conoscere i piani segreti d'invasione (prima di firmare e sino al momento dell'eventuale firma, Italia ed Alleati restavano nemici in guerra aperta, non era quindi una richiesta di tipo consueto).
    Altre perdite di tempo vennero dalla formulazione per il testo del comunicato: Badoglio premeva per una formula anonima, nella quale fossero state le forze armate a capitolare ed il suo nome fosse lasciato fuori dal testo, in modo da evitare accostamenti o coinvolgimenti. Come noto, Eisenhower pretese il nome dell'impertinente Badoglio nel comunicato. Gli alleati diedero quindi un drastico taglio alle chiacchiere ed imposero la firma dell'armistizio minacciando, in caso contrario, uno scandalo giornalistico. Firmata la resa il giorno 3, l'annuncio pubblico sarebbe avvenuto l'8 settembre.
    In quei giorni, fra il 3 e l'8, mentre i tedeschi già sapevano della firma e si apprestavano ad inviare truppe di occupazione, Badoglio rasserenava il loro ambasciatore a Roma, spendendo addirittura la parola d'onore del generale più anziano e più medagliato d'Italia. Gli alleati cercavano invece di accontentare il Re, che aveva chiesto di difendere Roma, ed inviarono una missione esplorativa segreta per poter programmare l'invio di 2 000 paracadutisti, ma non trovarono alcuna collaborazione militare: il capo di stato maggiore Ambrosio se n'era andato a Torino per completare il trasloco di casa, e, ottenuto di parlare con Badoglio, dopo una pretestuosa lunghissima anticamera, gli inviati americani ne ricavarono bugie e ritrattazioni di precedenti disponibilità.

    Il Governo Badoglio


    Resosi conto che Roma era scarsamente difendibile (anche per la sua esigua collaborazione), insieme alla Famiglia Reale partì nottetempo e clandestinamente per raggiungere il Sud, via Pescara, con la corvetta Baionetta (classe Gabbiano, serie Scimitarra), giunse a Brindisi dove stabilì la sede del suo governo che, sotto la tutela dell'Amministrazione Militare anglo-americana, ebbe giurisdizione sulle provincie di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto. Nel febbraio 1944 si stabilì a Salerno, ricevendo dagli alleati il controllo di tutta l'Italia meridionale.
    A Salerno (divenuta Capitale d'Italia dal febbraio del 1944) Badoglio formò il governo Badoglio II, che resse ancora per qualche mese, sino a quando l' 8 giugno 1944 rassegnò nelle mani del Re le sue dimissioni. Al suo posto fu nominato Ivanoe Bonomi, che, nonostante fosse stato proposto subito dal Re come un collaboratore di massimo rilievo, era stato sempre scansato da Badoglio.
    Dopo la nomina di Bonomi (governo Bonomi II), che consentiva di aprire quel dialogo con il PCI sempre negato dal predecessore ("Svolta di Salerno"), Badoglio si ritirò a vita privata, e a fine guerra tornò nella natia Grazzano. Nel marzo 1946 l'Alta Corte di giustizia lo dichiarò decaduto dalla carica di Senatore, nel 1948 la Corte di Cassazione lo reintegrò. Il nome di Badoglio continuò a circolare nel mondo militare anglosassone, che chiamava «badogliani» gli italiani, col significato di «voltagabbana», in riferimento al tradimento del precedente alleato.
    Badoglio morì, isolato nel suo natio Piemonte, nel 1956.
    Il soldato discusso, l'uomo discusso
    I ruoli ricoperti nella sua carriera militare ed in quella politica rendevano di per sé Badoglio certamente ben esposto a visioni ostili di diverso orientamento, ma la mole delle critiche rivoltegli è tale che desta sensazione: fu mal visto e peggio reputato da destra come da sinistra, dai militari come dai politici, dai repubblicani come dai monarchici, dagli americani come dai tedeschi. Insomma, a parte la formale amicizia del Re, se ne dipinge un quadro di generalizzata critica, quando non proprio di disistima, che pare essere l'unica armonia di cui fu, speriamo involontariamente, capace.
    Resta l'uomo che lega indissolubilmente il suo nome a Caporetto e all'8 settembre, all'iprite ed al Sabotino, in mancanza di veri meriti militari o politici.
    Del soldato è discussa la velocità della carriera, non essendogli generalmente riconosciute quelle qualità di stratega e di condottiero che pure gli furono attribuite quando era in auge. La battaglia del Sabotino, pluridecorata ed enfaticamente celebrata, è sempre più probabilmente macchiata da riferimenti testimoniali che travalicano le «ordinarie» leggende di trincea. Le visioni «alternative» della prima guerra mondiale, come ad esempio la lettura che ne dà Emilio Lussu, gli attribuiscono responsabilità che, seppure da condividere con l'intera classe (o la casta) degli ufficiali superiori e generali, lo investono in pieno, almeno per ragioni indirette, per i tanti comandi avuti.
    Circa le conquiste «all'iprite», i fatti (sconosciuti allora all'opinione pubblica italiana) sembrarono inaccettabili anche in un tempo nel quale ancora non erano intervenute le profonde mutazioni culturali del dopoguerra e parvero quindi esorbitare un limite della morale guerresca che era all'epoca di fatto alquanto più elastico dell'odierno. Il dato si accompagnava alla messa in discussione di talune operazioni, come la battaglia di Harar, nelle quali è più arduo scorgere la maestria dello stratega e più doloroso il riscontro delle perdite non appieno giustificate.
    Del soldato-politico è addirittura inquietante quanto a più riprese ne riferì, sempre sprezzante, Eisenhower, il comandante statunitense (poi presidente degli Stati Uniti) cui rassegnò la resa italiana. Fra i tanti avvenimenti, un fatterello confermato anche da fonti italiane non fa che accrescere i dubbi sul suo reale spessore professionale.
    Mentre si discutevano i dettagli della resa, Badoglio, per nulla rattristato dal suo ruolo di capo dell'armata perdente, prese sottobraccio Eisenhower e, parlandogli paternamente come ad un sottoposto quando la situazione di fatto era esattamente l'inversa, cominciò a commentare i piani per lo sbarco che si sarebbe tenuto a Salerno. Ad Eisenhower, sbigottito, che non si attendeva di dover discutere le sue strategie con chi aveva appena sconfitto, Badoglio tenne un lungo discorso nel quale sosteneva che lo sbarco avrebbe dovuto invece tenersi alla Spezia, elaborando a mente e sul momento le battaglie previste nel suo piano. Il generale statunitense nulla rispose, e qualcuno poi si curò di spiegare al nostro che, alla Spezia, non solo non ci sarebbe potuta essere copertura aerea alleata, ma si sarebbe entrati nel raggio d'azione dell'aviazione tedesca, sempre che mai si fossero riusciti a superare gli sbarramenti navali. La gaffe di Badoglio, poiché altrimenti non si potrebbe chiamare, gli valse la completa esclusione da qualunque altra fase decisionale dei comandi alleati, che successivamente non poterono non tenere a distanza anche gli altri rappresentanti italiani, precludendo così una seria linea di comunicazione fra gli eserciti.
    Fu detto che qualcuno sempre protesse Badoglio, gli spianò la strada e ne coprì le vergogne, e si insinua che la sua appartenenza alla Massoneria ebbe un ruolo determinante in tutto ciò. Di certo la carriera bruciante, la mancanza assoluta di sanzioni (Caporetto) e la stessa lunga convivenza istituzionale forzosa con Mussolini (con cui si onoravano di reciproco disprezzo) sono apparsi a molti come segnali di qualche incongruenza che troverebbe spiegazione solo negli interventi di qualche potere occulto.
    Piemontese (del Monferrato) come il Re, sembrò avere sempre il costante sostegno dalla Corona, anche se Badoglio non fu sempre graditissimo nemmeno al Quirinale, soprattutto a causa di qualche screzio con la principessa Maria José che per suo conto andava tessendo trattative di pace per il tramite di monsignor Giovanni Battista Montini (il futuro papa Paolo VI).
    A lui fu dedicata, durante il periodo della Resistenza, la Badoglieide, canto partigiano satirico.
    Scritti
    La guerra d'Etiopia, con prefazione di Benito Mussolini. Milano, Mondadori, 1936.
    La via che conduce agli alleati. Venezia; Milano, Edizioni Erre, 1944.
    Rivelazioni su Fiume. Roma, D. De Luigi, 1946.
    L'Italia nella seconda guerra mondiale : prima e dopo il 25 luglio 1943. Milano, Mondadori, 1982.
    Il memoriale di Pietro Badoglio su Caporetto (a cura di Gian Luca Badoglio). Udine, P. Gaspari, 2000.
    Note e riferimenti

      ^ L'attacco alla Francia nel quel preciso momento venne ritenuto come un atto estremo di fellonia e venne etichettato come una vera propria "pugnalata nelle spalle". Il 18 giugno la Francia viene investita dall'attacco italiano: I, III, IV e VII Armata premono contro 1 divisione coloniale e tre divisioni di fanteria di serie B. Alle rimostranze di Badoglio che spiegò al Duce che "l'esercito italiano non ha neppure le camicie" Mussolini ribatté "voi non capite io ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo di pace". Nonostante la rotta generale dell'esercito francese le truppe italiane, male armate e peggio comandate, segnarono il passo.
      ^ Agostino Degli Espinosa, Il Regno del Sud, Milano, ed. Rizzoli, 1995

    Onorificenze
    Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
    — 1929
    Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
    Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
    Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine militare di Savoia
    — 16 novembre 1918
    Medaglia commemorativa delle campagne d'Africa (1882-1935)
    Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18
    Medaglia commemorativa italiana della vittoria
    Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa Orientale (1935 – 1936)
    Note


    Voci correlate
    Proclama Badoglio del 26 luglio 1943
    Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943
    Psicologia del Badoglianismo
    Altri progetti
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