Michail Bakunin (1814-1876)

Informazioni di base:

  • Vero Nome: Michail Alexandrovič Bakunin
  • Scomparso nel: 1876
  • Data di nascita: 18 Maggio 1814
  • Professione: Filosofo
  • Luogo di nascita: Tver
  • Nazione: Russia
  • Michail Bakunin in Rete:

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  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Disambiguazione – Se stai cercando l'omonimo personaggio televisivo della serie Lost, vedi Mikhail Bakunin.
    Immagine di Michail Aleksandrovič Bakunin.
    Michail Alexandrovič Bakunin (in russo Михаи́л Алекса́ндрович Баку́нин ) (Tver', 30 maggio 1814 – Berna, 1 luglio 1876) è stato un rivoluzionario e filosofo russo, considerato uno dei padri fondatori dell'anarchismo moderno. Autore di molti scritti, tra i quali Stato e anarchia e L'impero knouto-germanico.

    La vita
    Michail Bakunin nacque nel piccolo villaggio di Prjamuchino, presso Tver. Figlio di nobili proprietari terrieri, Bakunin frequentò in gioventù la scuola di artiglieria di Pietroburgo. Prima a Mosca e successivamente a Dresda, si appassionò di filosofia e in particolare agli scritti di Schelling ed Hegel. L'evento che cambiò radicalmente la sua vita, fu però l'insurrezione di Dresda, dopo la quale, essendo stato catturato dalle truppe tedesche, fu condannato, il 14 gennaio 1850, alla pena di morte, commutata in carcere a vita. Nel 1851 venne trasferito nella fortezza di Pietro e Paolo, in Russia. In quella circostanza, su richiesta del conte Orlov, scrisse una confessione allo zar Nicola I. Nel 1857, la pena fu commutata dall'ergastolo all'esilio a vita in Siberia, da cui riuscì a scappare, attraverso il Giappone e gli Stati Uniti, nel 1861. Nel 1867 cominciò il suo soggiorno in Italia, dove fondò il giornale "libertà e giustizia". Sono di questo periodo gli articoli contro la visione statalista di Mazzini, grande avversario di Bakunin. Sempre nel 1868, partecipò al primo congresso della Lega per la Pace e la Libertà, illudendosi che il socialismo rivoluzionario avrebbe fatto breccia nell'associazione. Il 25 settembre del 1868, la fazione dei socialisti rivoluzionari si scisse dalla lega per la pace e la libertà, aggregandosi all'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Nel 1870 fu espulso dall'Associazione per essersi dichiarato solidale con la sezione del Giura che si era fatta simbolo dei contrasti tra autoritari e anti-autoritari. Durante la guerra franco-prussiana, nel 1871 tentò di fomentare una sommossa popolare a Lione. Nel 1872, a Saint-Imier, organizzò, con le sezioni "ribelli" dell'Internazionale, il primo congresso dell'Internazionale anti-autoritaria. Nel 1873 scrisse la sua unica opera completa, Stato e Anarchia. Morì il 1 luglio di tre anni dopo, nel 1876.
    Il pensiero
    In apparenza asistematico, il pensiero di Bakunin ruota attorno a due idee fondamentali, quella di natura (come materia) e quella di libertà. La natura è per lui la sintesi di vita, solidarietà, causalità portati all'universalità; essa, quindi, unisce l'inorganico, l'organico e il vivente, con l'uomo al suo vertice. Nel 1871 in Il sistema del mondo egli scrive che: "La Causalità universale, la Natura, crea i mondi. Essa ha determinato la configurazione meccanica, fisica, chimica, geologica e geografica della nostra terra e, dopo avere rivestito la sua superficie di tutti gli splendori della vita vegetale e animale, continua a creare, nel mondo umano, la società con tutti i suoi sviluppi passati, presenti e futuri" (Considerazioni filosofiche, La Baronata, 2000, p. 17).
    Il materialismo di Bakunin è monistico e deterministico, egli ha dell'universo una concezione armocistica e unitaria, secondo la quale tutto si concatena e progredisce insieme, dove le leggi che governano la materia bruta sono armonizzate con quelle che promuovono lo sviluppo dello spirito umano. E quindi ne deriva che: "Le leggi dell'equilibrio, della combinazione e dell'azione reciproca delle forze e del movimento meccanico; le leggi del peso, del calore, della vibrazione dei corpi, della luce, dell'elettricità, come quelle della composizione e scomposizione chimica dei corpi, sono assolutamente inerenti a tutte le cose che esistono, comprese le diverse manifestazioni del sentimento, della volontà e dello spirito. Queste tre cose, costituenti propriamente il mondo ideale dell'uomo, non sono che funzioni totalmente materiali della materia organizzata e viva, nel corpo dell'animale in generale e in quello dell'animale umano in particolare. Di conseguenza, tutte queste leggi sono leggi generali, a cui sono sottomessi tutti gli ordini conosciuti e ignoti dell'esistenza reale del mondo" (cit. p. 18).
    Questo determinismo radicale contrasta ed è parzialmente incoerente con un'idea di libertà umana che appare simile a quella degli Stoici, una libertà di fare ciò che è già scritto nel destino delle leggi della materia. Perciò Bakunin incoerentemente "stacca" l'uomo" dalla cieca natura in base al fatto che l'uomo "ha bisogno di conoscere", ed allora da questo bisogno nasce un'istanza di libertà. L'uomo nasce e vive nel bisogno, in quanto animale, ma in quanto essere pensante è libero di progredire indipendentemente dalla natura materiale che lo fonda. La spinta intima a voler conoscere sé e il mondo fa dell'uomo, necessitato per natura, un essere che si fa libero di determinare il proprio destino.
    Il massimo della libertà umana sta nel fare la rivoluzione e cambiare il sistema umano ingiusto che si è determinato nella storia passata. La libertà dalle contingenze e dagli abusi è il bene supremo che il rivoluzionario deve cercare a qualunque costo, e Bakunin dice allora: "l'uomo ... deve conoscere tutte le cause della propria esistenza e della propria evoluzione, affinché possa comprendere la propria natura e la propria missione...". L'uomo quindi ha una missione da compiere, e tale missione, non potendo per un materialista essere Dio ad affidargliela, non può che essere la Natura.
    La Natura però è a sua volta necessitata dalle leggi fisiche, e perciò non libera. Ma Bakunin sorvola su tutti questi problemi e incoerenze, concludendo che ciò è possibile per l'uomo nuovo e rivoluzionario: "Affinché, in questo mondo di cieca fatalità, egli possa inaugurare il mondo umano, il mondo della libertà". Se sul piano filosofico le manchevolezze sono evidenti Bakunin trova una certa coerenza spostandosi sul piano sociologico, sulla base del principio di natura e negativo per cui: "Nel mondo naturale i forti vivono e i deboli soccombono, e i primi vivono solo perché gli altri soccombono" (cit. p. 29).
    Nella guerra crudele dei forti per dominare e per sfruttare i deboli l'uomo giusto, il rivoluzionario, ha la "missione" inderogabile di cambiare le cose e controbilanciare l'arroganza dei forti e dei potenti. Il mondo della libertà umana è perciò un mondo basato sull'eguaglianza, che è la condizione prima di ogni umanità armonica e giusta. La libertà dal bisogno è infatti irrealizzabile senza l'uguaglianza di fatto (uguaglianza sociale, politica, ma soprattutto economica). I fenomeni che spingono gli uomini all'ineguaglianza e alla schiavitù sono due: lo Stato e il Capitale. Abbattuti questi, grazie a una rivoluzione strettamente popolare, si giunge all'Anarchia, ma essa è foriera di un nuovo ordine sociale più avanzato, senza classi.
    Ma per conseguire la libertà dai ciechi meccanismi della natura bisogna "agire". L'azione diventa perciò per Bakunin il corrispettivo umano del movimento degli enti e dei sistemi fisici e biologici. Il produrre progresso e il fare giustizia nel mondo umano è il progetto attivistico che viene proposto anche in queste parole: "La natura intima o la sostanza di una cosa non si conosce soltanto dalla somma o dalla combinazione di tutte le cause che l'hanno prodotta, si conosce ugualmente dalla somma delle sue diverse manifestazioni o da tutte le azioni che esssa esercita all'esterno. Ogni cosa è ciò che fa ... il suo agire e il suo essere sono tutt'uno" (cit. p. 143).
    L'uomo può divenire il campione dell'azione etica di cambiare il mondo per renderlo più giusto ed equo. Però, per arrivare a questo, non è sufficiente solo pensare bene e proporre idee innovative e giuste: bisogna agire. Ma agire significa anche produrre il nuovo: "Siccome ogni cosa in tutta l'integrità del suo essere non è altro che un prodotto, le sue proprietà o i suoi diversi modi di azione sul mondo esterno, che come abbiamo visto costituiscono tutto il suo essere, sono anch'essi necessariamente dei prodotti" (cit., p. 150). L'uomo di Bakunin, agendo, produce ciò che intende diventare, e ciò che l'uomo è e sarà è il "prodotto" del suo agire nel rimodellare un mondo dominato da una cieca necessità che produce ingiustizia. L'uomo può quindi prendere il posto di un Dio che non esiste, e "ricreare" un mondo migliore secondo la sua volontà.
    Lo Stato e il Capitale
    La dottrina dello Stato di Bakunin è ciò che differenzia, fin dalla loro formazione, le due correnti del socialismo ottocentesco e novecentesco. Lo Stato, per definizione di ambedue le fazioni, rappresenta quell'insieme di organi polizieschi, militari, finanziari ed ecclesiastici che permettono alla classe dominante (la borghesia) di rimanere in possesso dei suoi privilegi. La differenza si presenta però nell'utilizzo dello Stato durante il periodo rivoluzionario. Per i marxisti, infatti, si sarebbe dovuta presentare una situazione in cui lo Stato sarebbe stato arma in mano al proletariato per eliminare la controrivoluzione. Solo allora, con la dissoluzione dell'apparato statale si sarebbe passati all'assenza di classi. La posizione di Bakunin (e, con lui, di tutti gli anarchici) è che lo Stato, strumento prettamente in mano alla borghesia, non può essere usato che contro il proletariato: dato che l'intera classe sfruttata non può amministrare l'infrastruttura statale, ci vorrà una classe burocratica che lo amministri. Bakunin temeva l'inevitabile formazione di una "burocrazia rossa", padrona dello Stato e nuova dominatrice. L'uguaglianza e quindi la libertà, secondo il pensatore russo, non possono esistere nella società marxista. Lo Stato va quindi abbattuto in fase rivoluzionaria. Se lo Stato è l'aspetto politico dello sfruttamento della borghesia, il Capitale ne è quello economico. Qui le differenze dal Marxismo sono inesistenti (basti pensare che il primo libro de Il Capitale fu tradotto in Russo proprio da Bakunin). La differenza tra la concezione marxiana e quella bakuniniana del Capitale, è che per Bakunin questo non è elemento fondante dello sfruttamento. Anche se non esplicitato, nella sua opera non viene fatto riferimento alcuno alla concezione materialistica della storia (che prevede l'aspetto economico della società come basilare per l'analisi della stessa).
    La rivoluzione
    Un aspetto importante del pensiero di Bakunin è l'azione rivoluzionaria. Bakunin ha perseguito per tutta la vita questo scopo e, in alcune parti della sua opera, sono rintracciabili le linee guida della concezione rivoluzionaria del pensatore russo. In primo luogo la rivoluzione deve essere essenzialmente popolare: il senso di questa affermazione va ricercato ancora nel contrasto con Marx. I comunisti credevano in un'avanguardia che dovesse guidare le masse popolari attraverso il cammino rivoluzionario. Bakunin invece prevedeva una società segreta che avrebbe dovuto solamente sobillare la rivolta, la quale poi si sarebbe auto-organizzata dal basso. Altra differenza con il marxismo è l'identificazione del soggetto rivoluzionario. Se Marx vedeva nel proletariato industriale la spina dorsale della rivoluzione (mettendolo in contrapposizione con una classe agricola reazionaria), Bakunin credeva che l'unione tra il ceto contadino e il proletariato fosse l'unica possibilità rivoluzionaria. Marx, in alcuni suoi scritti, non nega la possibilità che il trionfo del proletariato possa giungere senza spargimenti di sangue. Bakunin è invece categorico su questo punto: la rivoluzione, essendo spontanea e popolare, non può essere altro che violenta.
    L'anarchia
    Bakunin ha preferito non affrontare approfonditamente il problema del dopo rivoluzione, limitandosi a dare qualche idea di fondo. Se avesse dato indicazioni precise sul funzionamento delle società anarchiche, infatti, avrebbe negato la necessità di autodeterminazione delle stesse. Innanzitutto, la dottrina anarchica di Bakunin è basata sull'assenza dello sfruttamento e del governo dell'uomo sull'uomo. La produzione industriale e agricola è fondata non più sull'azienda, ma sulle libere associazioni, composte, amministrate ed autogestite dai lavoratori stessi attraverso le assemblee plenarie. L'aspetto della partecipazione diretta del popolo alla politica, ripresa dal pensiero di Proudhon, è fondata sul cosiddetto federalismo libertario, teoria che prevede una scala di assemblee organizzate dal basso verso l'alto, dalla periferia al centro. La differenza fondamentale tra l'organizzazione anarchica voluta da Bakunin e una concezione autoritaria della società consiste nella direzione delle decisioni. Se dieci libere associazioni (fabbriche, unità territoriali, ecc) sono federate in un'associazione più grande, quest'ultima non può imporre nulla alle associazioni-membro, in nessun caso. Sono i membri delle associazioni più piccole che, riunendosi assieme, possono decidere forme di collaborazione e di reciproco aiuto, quindi il processo decisionale va dal basso all'alto. Naturalmente Bakunin non è contrario in senso assoluto alla delega, perciò le assemblee delle federazioni non devono necessariamente essere plenarie; ma il mandato è sempre revocabile e il mandatario deve obbedire all'assemblea che lo ha nominato.
    Il maestro comune di una generazione di rivoluzionari: Hegel
    Alla morte di Bakunin risulta molto significativa una lettera che Friedrich Engels inviò a Charles Rapaport in cui dopo aver sintetizzato le critiche che dividevano il pensiero suo e di Marx da quello di Bakunin, con il quale avevano polemizzato per mezzo secolo senza cedimento alcuno, e che alla fine concludeva con queste parole: «Ma bisogna rispettarlo - ha capito Hegel». Il filosofo tedesco infatti è stato la sorgente a cui si è formata un'intera generazione di rivoluzionari che, quale negazione della negazione, hanno dato del filo da torcere alle nuove classi dominanti e al sistema di gestione dell'economia capitalistica nella direzione di una società anarco-comunista. Engels non sottovalutava in questo l'importanza di Hegel e per questo stesso motivo riconosceva in Bakunin malgrado le divergenze comunque un interlocutore rispettabile.
    Stato e anarchia - Analisi critica

    Il testo


    Questo è il testo più noto di Bakunin, in cui egli espone la sua posizione rispetto al mondo a lui contemporaneo: l’Europa della fine dell’Ottocento, dal punto di vista di un pensatore russo e anarchico. Della Russia traspare l’interesse alle sorti del mondo slavo e la preoccupazione della contrapposizione tra pangermanesimo e panslavismo. Ma il suo interesse è rivolto generalmente a tutto il mondo, con particolare attenzione a quella Europa in fermento sociale. I movimenti operai, l’Internazionale e la Rivoluzione sociale incombente sono le condizioni storiche e sociali che fanno da contorno alla sua visione dello Stato. Il testo in sé non ha una struttura individuabile, ma si presenta come una lunga serie di dissertazioni concatenate tra loro, sui più svariati argomenti di storia, politica, riflessione sociale e filosofia, oltre che di polemica con i marxisti e contro tutte le istituzioni esercitanti una qualche autorità. In questo discorso si manifesta l’anarchia come modello sociale ideale ma, come ogni dottrina politica votata alla azione, considerato veramente realizzabile.
    In sostanza questo testo può essere visto come una sorta di breviario di “epistemi”, una fonte di slogan e concetti forti espressi all’interno di un discorso sullo Stato come fonte di oppressione, un manuale del rivoluzionario anarchico che trova buona parte della sua forza persuasiva nella sua struttura anch’essa anarchica, senza divisione in capitoli e ragionata come un flusso di coscienza, di cui l’argomento ricorrente è lo Stato oppressore e la necessità da parte del proletariato di liberarsene.

    La concezione dello Stato


    In questo passaggio è chiara la posizione che Bakunin assume nei confronti dello Stato il quale se non verrà abolito non ha alcuna via di scampo che di instaurarsi "nella sua forma più sincera oggi possibile, e cioè sotto la forma della dittatura militare o di un regime imperiale" (ibidem).
    Ossia, nel momento storico di grande fermento sociale e di esperienze rivoluzionarie da poco passate e destinate a ripresentarsi l’indomani della Grande guerra, la lotta tra bene e male è la lotta tra l’istituzione statale e quindi lo spirito reazionario della classe borghese e la Rivoluzione, strumento della classe proletaria oppressa. Lo Stato in quanto tale e solo perché emanazione e strumento dell’esercizio di una autorità è la fonte della dominazione che la borghesia perpetra ai danni del popolo, difendendo la disparità sociale e la divisione del lavoro, in cui il vero sforzo è sostenuto dal proletariato e di cui i profitti sono intascati dai padroni, in cui l’autorità, per mezzo della violenza, è esercitata sempre da una classe a dispetto dell’altra in ogni campo, anche grazie alla cultura, mal distribuita ugualmente e utilizzando giustificazioni di ogni sorta, morali tra le più disparate per ottenere sempre lo stesso risultato anche nello stato repubblicano. Infatti dice ancora Bakunin:
    È forse questo un passaggio tra i più originali dell’autore, che si scaglia, prima ancora che contro la disparità economica, contro la cultura alta, contro l’idealismo di cui continuano dopotutto ad essere figlie le teorie di Marx ed Engels, ma anche un altro noto pensatore della socialdemocrazia tedesca, Karl Liebknecht, dei quali, oltretutto è messa in evidenza la sostanziale corrispondenza di interessi con lo Stato autoritario e al limite con il nazionalismo, nella partecipazione alla vita politica del Reich tramite le forme classiche del partito politico (il partito socialdemocratico, appunto) "partito niente affatto popolare dato che per tendenze, finalità e mezzi di lotta è un partito puramente borghese" (ibidem, p. 65).
    La polemica con i marxisti toccò direttamente lo stesso Marx, di cui troviamo una serie di appunti proprio intorno a questo testo e nei quali è possibile notare la forte distanza tra due visioni che si interessano del potere da prospettive contrapposte: per Marx l’inizio della rivoluzione sociale avviene con la distruzione delle condizioni economiche del capitalismo, padre di ogni disparità di classe, mentre Bakunin è preoccupato delle conseguenze più immediate di una rivoluzione finalizzata al dominio da parte del proletariato di tutta la società, poiché ogni sottomissione ad uno Stato non cambierebbe la condizione del proletariato, che continuerebbe ad essere dominato Un altro punto fondamentale riguardo allo Stato è:
    In questo breve passaggio, che sembra poter davvero assumere la forma dello slogan, si ritrova quello che è un concetto che ritornerà più volte nella teoria politica di molte epoche, non da ultimo la teoria giuridica, in cui lo Stato è visto come l’unico autorizzato all’esercizio legittimo della forza.
    Marx, sempre attivo nel polemizzare con Bakunin, lesse un suo opuscoletto ("Stato e anarchia"), e vi scrisse dei commenti. Eccone uno stralcio:
    Bakunin:«Il suffragio universale tramite il quale il popolo intero elegge i suoi rappresentanti e i governanti dello Stato - questa è l' ultima parola dei marxisti e della scuola democratica. Tutte queste sono menzogne che nascondono il dispotismo di una minoranza che detiene il governo, menzogne tanto più pericolose inquanto questa minoranza si presenta come espressione della cosiddetta volontà popolare»
    Marx:«Con la collettivizzazione della proprietà, la cosiddetta volontà popolare scompare per lasciare spazio alla volontà reale dell' ente cooperativo»
    Bakunin:«Risultato: il dominio esercitato sulla grande maggioranza del popolo da parte di una minoranza di privilegiati. Ma, dicono i marxisti, questa minoranza sarà costituita da lavoratori. Si, certo, ma da ex lavoratori che, una volta diventati rappresentanti o governanti del popolo, cessano di essere lavoratori»
    Marx:«Non più di quanto un industriale oggi cessi di essere un capitalista quando diventa membro del consiglio comunale»
    Bakunin:«E dall' alto dei vertici dello Stato cominciano a guardare con disprezzo il mondo comune dei lavoratori. Da quael punto in poi non rappresentano più il popolo, ma solo se stessi e le proprie pretese di governare il popolo. Chi mette in dubbio ciò dimostra di non conoscere per niente la natura umana»
    Marx:«Se solo il signor Bakunin avesse la minima familiarità anche solo con la posizione di un dirigente di una cooperativa di lavoratori, butterebbe alle ortiche tutti i suoi incubi sull' autorità»
    La storia, come oggi sappiamo, darà ragione a Bakunin.

    L’Anarchia


    Dato che ogni forma di Stato è una forma di dominio di classe (non importa quale sia la classe, borghesia, aristocrazia dell’intelletto o monarchia o quant’altro) viene spontaneo da chiedersi, quale sia allora la società ideale per Bakunin. In genere il suo interesse è per una forma di autogoverno, una amministrazione di se stessi e della società che vada dal basso verso l’alto nella convinzione che solo in questo modo si possa dare libertà al popolo di decidere veramente per se stesso che cosa sia meglio, essendo il popolo l’unico in grado di sapere veramente che cosa sia questo meglio. Tuttavia non è assente un progetto politico di organizzazione della società che sia alternativa allo Stato:
    Come giustificare la presenza di un obbligo per tutti di lavorare senza una autorità garante? Un modo per risolvere la apparente contraddizione è quello di considerare la visione di Bakunin nell’ottica del populismo, che aveva buon seguito nella Russia di quegli anni, grazie al quale Il Capitale di Marx entrò in quel paese a soli 5 anni dalla sua prima edizione in Germania. Del populismo, Bakunin sembra condividere l’esaltazione della vita dei contadini, della loro superiorità rispetto al proletariato urbano più corrotto e interessato all’accentramento sul modello statalista. Il contadino in definitiva ignorante e puro, che vive nella Mir, comunità agricola tipica della Russia, che si può immaginare ancora come una "Gemeinschaft", dalla quale possa poi emanare quell'autorità necessaria a garantire l’obbligatorietà del lavoro, che è lavoro manuale, per tutti. Oppure bisogna ipotizzare che per Bakunin l’uomo sia naturalmente buono, non aggressivo e viva di imperativi categorici. Questa seconda visione non sembra condivisibile tenendo soprattutto conto della sua visione della Rivoluzione Sociale (vedi di seguito). A chiarire il problema interviene bene quest’altro passaggio:
    Note

      ^ La data di nascita è il 18 maggio secondo il calendario giuliano in vigore all'epoca.
      ^ (Cfr. ibidem, p. 31-32)
      ^ (Cfr. K. Marx, Appunti sul libro di Bakunin «Stato e Anarchia», in Marxismo e Anarchismo, Roma, Editori Riuniti 1971.)
      ^ "Una sinistra darwiniana", Peter Singer, Edizioni di Comunità, pagina 3-4
      ^ (Cfr. Lentini, Saperi sociali, ricerca sociale, Milano, Franco Angeli, 2001)

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