Luigi Cadorna (1850-1928)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1928
  • Data di nascita: 4 Settembre 1850
  • Professione: Politico
  • Luogo di nascita: Pallanza (VB)
  • Nazione: Italia
  • Luigi Cadorna in Rete:

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  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Luigi Cadorna
    Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850 – Bordighera, 21 dicembre 1928) è stato un generale e politico italiano.

    Carriera anteguerra
    Gli esordi
    Figlio del generale conte Raffaele Cadorna (veterano della battaglia di San Martino e in seguito comandante della spedizione che nel 1870 portò all'annessione di Roma al Regno d'Italia), nel 1860, all'età di dieci anni fu avviato dal padre al Collegio Militare di Milano. Cinque anni dopo entrò all'Accademia Militare di Torino, venendo nominato sottotenente nell'arma d'artiglieria nel 1868. Nel 1870, in forza al 2° Reggimento d'artiglieria, partecipò alle brevi operazioni militari contro Roma nel corpo di spedizione comandato dal padre Raffaele. Capitano nel 1880, nel 1893 venne promosso al grado di maggiore ed assegnato allo Stato Maggiore del Corpo d'armata del generale Pianell. In seguito assunse la carica di capo di Stato Maggiore del comando divisionale di Verona. Nel 1889 convolò a nozze con Maria Giovanni Balbi dei marchesi Balbi di Genova. Nel 1892, promosso colonnello, ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10° Reggimento Bersaglieri, mettendosi precocemente in luce per la sua rigida interpretazione della disciplina militare e per il frequente ricorso a dure sanzioni.
    Durante le manovre del maggio 1895, sempre al comando del 10° Reggimento, ebbe modo di puntualizzare per la prima volta quei princìpi tattici che costituiranno la base della sua incrollabile fede nell'offensiva ad oltranza. Nel 1896, abbandonati gli incarichi operativi, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del Corpo d'armata di Firenze. Nel 1898, con la promozione a tenente generale, entrò a buon titolo a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell'esercito. La sua ascesa, benché lenta nel corso del tempo, si dimostrò costante a dispetto delle numerose recriminazioni mosse da Cadorna nei confronti del presunto ostruzionismo oppostogli dai suoi superiori. Nello stesso anno egli dovette affrontare il primo smacco allorquando, resosi disponibile l'incarico di Ispettore Generale degli Alpini, gli venne preferito il generale Hensch. Nel 1900 incappò in un secondo insuccesso: abbandonato il generale Cerruti il comando della Scuola di Guerra, si vide scavalcato dal generale Zuccari. A Cadorna fu invece assegnato il comando della Brigata Pistoia, allora di stanza a L'Aquila, che tenne per i successivi quattro anni: a questo periodo risale la compilazione di un manuale dedicato ai metodi d'attacco delle fanterie, in cui ebbe modo di ribadire la sua fiducia nelle tattiche offensiviste che d'altronde erano allora in voga nell'esercito.
    Nel 1905 assunse il comando della divisione militare di Ancona, e nel 1907 fu a capo della divisione militare di Napoli col grado di tenente generale, giungendo infine ai massimi vertici delle forze armate. Nello stesso anno venne fatto per la prima volta il suo nome quale possibile successore del generale Tancredi Saletta, che godeva allora di pessima salute, alla suprema carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Ma l'anno successivo, abbandonata infine il Saletta l'incarico, Cadorna si vide preferire il generale Alberto Pollio: a questo capovolgimento di fronte non furono sicuramente estranei né i proclamati sentimenti di ostilità del generale nei confronti dell'allora capo del governo Giovanni Giolitti; né tantomeno una lettera che il 9 marzo egli aveva inviato ad Ugo Brusati, primo aiutante del Re e fratello di quel Roberto Brusati, futuro comandante della 1a Armata, che nel 1916 sarebbe stato destituito proprio da Cadorna a seguito della battaglia degli Altipiani.
    In risposta ad evidenti sondaggi di Brusati sulle future intenzioni di Cadorna qualora fosse stato destinato all'incarico, ed in particolar modo in riferimento al mantenimento delle prerogative del Re (formalmente comandante in capo dell'esercito) sul cui rispetto si voleva evidentemente ottenere dal generale formale assicurazione, con scarsissimo spirito diplomatico egli replicò sostenendo il principio dell'unicità ed indivisibilità del comando: ed in tale circostanza, benché i poteri del sovrano fossero sanciti dallo Statuto, Cadorna si dimostrò sin troppo deciso a chiarire come, a suo parere, la responsabilità del comando dell'esercito spettasse de facto al capo di Stato Maggiore.
    Benché con le sue dichiarazioni egli fosse allora consapevole di essersi estromesso dalla partita con le sue proprie mani, la nomina di Pollio inaugurò una stagione di rapporti difficili fra le due alte personalità destinata a concludersi soltanto nel 1914, con la morte di quest'ultimo. All'amarezza di Cadorna per essersi visto preferire il collega (a cui si rinfacciavano peraltro le umili origini, essendo questi figlio di un ex capitano dell'esercito borbonico) si aggiungevano inoltre stridenti contrasti di natura dottrinale, laddove alla rigida impostazione offensivistica del pensiero tattico cadorniano il nuovo capo di Stato Maggiore contrapponeva concezioni operative improntate ad una maggiore flessibilità e fondate sulla consapevolezza dell'impatto delle moderne armi da fuoco e dell'artiglieria sul campo di battaglia. La carriera di Cadorna seguitò nonostante tutto, e nel 1911 assunse il comando del Corpo d'armata di Genova.
    L'anno successivo scoppiava il conflitto con l'Impero Ottomano, e benché egli rappresentasse il candidato in pectore per il comando di un corpo d'armata destinato al servizio oltremare, nella conduzione delle operazioni militari in Libia gli venne preferito il generale Caneva. Cadorna, alla soglia dei sessantuno anni, doveva pertanto vedersi ancora assegnato il primo comando operativo in guerra: tale ritardo si sarebbe tuttavia rivelato altrettanto vantaggioso, poiché il generale poté presentarsi alla suprema prova costituita dal primo conflitto mondiale con le proprie potenzialità di comandante inespresse ma altresì prive di macchia e di smentita, giacché la sua carriera non era stata in alcun modo offuscata dai frequenti insuccessi che avevano costellato la storia delle armi dell'Italia unita, dalla campagna d'Abissinia culminata con la disfatta di Adua sino alle sanguinose e dispendiosissime operazioni militari contro la guerriglia libica (che verrà definitivamente piegata soltanto nel 1934).
    Capo di Stato Maggiore
    La mattina del 1° luglio moriva improvvisamente il generale Alberto Pollio, stroncato da un infarto. Il precedente 28 giugno Gavrilo Princip aveva assassinato a Sarajevo l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando e la consorte Sophie Chotek. Il 27 luglio successivo Luigi Cadorna su indicazione e designazione di re Vittorio Emanuele III prendeva possesso degli uffici del capo di Stato Maggiore in un periodo cruciale per la storia d'Europa. Il 23 luglio l'Austria-Ungheria aveva infatti consegnato il proprio ultimatum alla Serbia, innescando una reazione a catena che, dopo il dipanarsi di una lunga catena di crisi diplomatiche e contromosse politico-militari, avrebbe portato allo scoppio della Prima guerra mondiale. L'esercito che il generale ereditava dal proprio predecessore affrontava allora un periodo di transizione irto di difficoltà.
    Al processo di progressivo ammodernamento, rallentato significativamente dalle insufficienti risorse industriali del paese, si era infatti aggiunto il dispendio di materiali provocato dalla campagna libica ed il relativo stravolgimento organizzativo e logistico provocato dall'approntamento del consistente corpo di spedizione: nel 1914, ovvero a due anni dall'ufficiale conclusione delle ostilità, i 35.000 uomini inizialmente inviati erano ascesi a 55.000, senza essere tuttavia riusciti a venire a capo della guerriglia strisciante che affliggeva il nuovo possedimento coloniale italiano..
    A simili considerazioni si aggiunga che Pollio era sempre stato uomo di sentimenti scopertamente triplicisti: ex addetto militare a Vienna, aveva sposato un'aristocratica austriaca e poteva vantare ottimi rapporti tanto con von Moltke che con Conrad von Hötzendorf. Acuto teorico ed esperto di storia militare, il suo studio sulla battaglia di Waterloo era stato accolto con interesse ed apprezzamento dallo Stato Maggiore generale tedesco. Insieme al generale Conrad, accompagnatore dell'arciduca Francesco Ferdinando durante le manovre germaniche in Slesia del 1913, egli aveva inoltre discusso i termini del previsto trasferimento ferroviario delle divisioni italiane attraverso le frontiere austriache e tedesche sino al confine renano, ove il piano Schlieffen prevedeva che tali forze venissero schierate a rinsaldare l'ala sinistra germanica. Lo stesso Conrad avrebbe d'altronde dichiarato ripetutamente di aver trovato in Pollio un alleato sincero e l'unico punto di riferimento all'interno dell'establishment politico-militare italiano su cui si potesse fare reale affidamento.
    La sua improvvisa scomparsa destò pertanto grande rammarico tanto a Vienna quanto a Berlino e non sorprende che, essendo sopraggiunta ad appena tre giorni di distanza dai fatti di Sarajevo, da più parti si sollevassero allora insinuazioni circa un fantomatico complotto volto ad eliminare il capo di Stato Maggiore. La successiva svolta anti-triplicista imboccata dall'Italia avrebbe sicuramente trovato in Pollio un avversario di tutto rilievo, ma non esistono indizi né tantomeno prove a suffragare la tesi dell'omicidio politico, mentre la miocardite di cui il generale soffriva da tempo risulta sufficiente a fugare ogni dubbio circa le cause della sua morte.
    La preparazione della guerra
    La preparazione di una guerra contro l'ex alleato austro-ungarico non avrebbe invece trovato un ostacolo nel generale Cadorna, uomo cui non si riconoscevano particolari simpatie; e che poteva anzi essere sospettato di sentimenti anti-austriaci quantomeno in conseguenza della carriera militare dell'illustre genitore (battutosi in tutte e tre le guerre d'Indipendenza) ed in virtù di quei sentimenti risorgimentali che, per logica conseguenza, impregnavano la sua dedizione al mestiere delle armi ed al servizio dello Stato. Nella stesura dei necessari piani di guerra il nuovo capo di Stato Maggiore fu semmai intralciato dalle riserve e dai tentennamenti del secondo gabinetto Salandra, deciso a trattare contemporaneamente con le potenze dell'Intesa e con gli Imperi Centrali nel tentativo di strappare eventualmente a Vienna, e sul tavolo delle trattative, quei compensi territoriali cui il Regno d'Italia ambiva: mentre si sondavano le offerte di Francia e Gran Bretagna il governo forzò pertanto la mano a Germania ed Austria-Ungheria nella prospettiva di estorcere a quest'ultima le province "irredente" del Trentino e della Venezia-Giulia, con le due importanti città di Trento e Trieste, come compenso per il mantenimento da parte italiana di una stretta neutralità che avrebbe risparmiato a Vienna l'apertura di un terzo fronte mentre le forze imperial-regie erano già duramente impegnate contro la Serbia e la Russia.
    Il progressivo irrigidimento su posizioni irrevocabilmente interventiste di Salandra e Sonnino fece però naufragare la prospettiva di profittare della tiepida propensione dimostrata dagli austriaci nei confronti delle trattative; e se nella sostanza le offerte avanzate allora dalle cancellerie austriaca e germanica furono di poco inferiori agli effettivi guadagni ottenuti dall'Italia alla conclusione della guerra, le potenze dell'Intesa allettarono allora il governo promettendo più di quanto auspicato, spingendo infine Salandra (26 febbraio 1915) ad intavolare le necessarie trattative che avrebbero portato alla stipula del Patto di Londra. Avviati il 4 marzo, i negoziati si sarebbero protratti sino al 26 aprile, mentre l'incertezza che regnava allora nei circoli politico-diplomatici in conseguenza di una condotta improntata a simili criteri opportunistici determinò un significativo ritardo nell'emanazione dei primi ordini di mobilitazione.
    Quest'ultima fu infatti avviata, ed in forma parziale, soltanto il 1 marzo mentre la vaghezza delle direttive politiche e l'assenza di un significativo spirito di collaborazione fra il governo ed i vertici militari spinse lo Stato Maggiore, nella persona di Cadorna, ad accelerare di propria iniziativa i preparativi di guerra: il timore era evidentemente quello di presentarsi impreparati alla prova che si andava lentamente delineando ma, come accaduto quasi un anno prima in occasione dello scoppio della guerra, i provvedimenti militari finirono per forzare a loro volta la mano alla politica, spingendolo infine il gabinetto Salandra a contrarre accordi vincolanti con le potenze dell'Intesa che prevedevano la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia all'Austria-Ungheria entro un mese dalla ratifica degli accordi.
    Dopo le prime disposizioni per una mobilitazione parziale e puramente cautelativa soltanto il 5 maggio, tuttavia, Cadorna venne esplicitamente informato da Salandra circa la necessità di ricorrere alla mobilitazione generale nella prospettiva di scendere in guerra contro l'Austria-Ungheria entro il giorno 26 dello stesso mese: secondo quanto attestato dalle sue memorie, che in tale circostanza risultano degne di fede, ne fu occasione l'inaugurazione sullo scoglio di Quarto del monumento dedicato all'impresa dei Mille, durante la quale Gabriele d'Annunzio, oratore designato, si scatenò in un intervento accesamente e scopertamente bellicista. A fronte di un simile discorso impregnato di violenta retorica interventista il capo del governo si trovò infine costretto ad uscire allo scoperto di fronte alle insistenti richieste di delucidazioni da parte del generale.
    Val la pena notare che prima di tale fortuito episodio nessuna comunicazione ufficiale circa la ratifica del Patto di Londra e la natura degli obblighi relativi era stata inoltrata al capo di Stato Maggiore; e che sino ad allora Cadorna era stato pertanto costretto, come già precisato, a muoversi in base alle sue personali supposizioni ricorrendo a provvedimenti, mancando l'esplicito placet del governo, di natura estemporanea e di portata limitata. La discesa in guerra dell'Italia si configurò pertanto sin da quei primi giorni come un autentico azzardo, le cui incognite erano state inevitabilmente accentuate dalla mancanza di un soddisfacente coordinamento fra esercito e governo, ciascuno dei quali si era condotto a propria discrezione senza peritarsi di informare l'altro. A giustificare una simile leggerezza, nonostante fosse facile constatare la degenerazione del conflitto sul fronte occidentale in una costosissima guerra di posizione, concorreva la consapevolezza della precaria posizione dell'Austria-Ungheria e la perniciosa convinzione che la guerra sarebbe stata pertanto breve e vittoriosa.
    L'Austria-Ungheria alla vigilia del conflitto
    La valutazione della critica situazione in cui versava allora la Duplice Monarchia risultò decisiva nello spingere il governo italiano ad optare per la soluzione militare, con la conseguente drammatica sottovalutazione dei rischi e delle incognite relative ad una simile impresa. Durante i primi mesi di guerra il fallimento del piano di mobilitazione farraginosamente steso dall'ArmeeOberkommando (A.O.K.) austriaco, e le prime confuse offensive lanciate in Serbia e Galizia, avevano infatti portato a perdite terrificanti che nel settembre 1914, ad appena un mese dall'inizio delle ostilità, potevano essere valutate a 500.000 uomini fra morti, feriti e prigionieri. Il piano messo a punto da Conrad prevedeva la suddivisione dell'esercito austro-ungarico in tre corpi distinti: un A-Staffel da impiegare contro la Russia, un Minimalgruppe Balkan che avrebbe dovuto agire contro la Serbia, ed un B-Staffel, costituito dalla sola II. Armee.
    Quest'ultimo scaglione avrebbe dovuto dare man forte ai due precedenti raggruppamenti, dispiegandosi a rinforzo in Galizia od in Bosnia-Erzegovina a seconda delle necessità (e soprattutto dell'effettiva velocità della mobilitazione russa). Nell'agosto del 1914 Conrad ordinò così una massiccia offensiva contro la Serbia, da attuarsi con il B-Staffel ed il Minimalgruppe Balkan, volta a mettere fuori gioco il paese balcanico durante le prime settimane di guerra per poi concentrare la totalità delle forze austro-ungariche contro l'avversario russo. La velocità della mobilitazione russa (completata in dieci giorni contro i quaranta preventivati dal piano Schlieffen) colse però di sorpresa tanto il Größer Generalstab germanico quanto il costernato ArmeeOberkommando austriaco. Il risultato fu che la II. Armee dovette essere frettolosamente distaccata dal fronte balcanico ed inviata lungo quello galiziano: troppo tardi, quindi, per concorrere efficacemente all'offensiva austriaca contro la Polonia russa e troppo presto per permettere al Minimalgruppe Balkan di assestare un colpo decisivo alla Serbia. Quest'ultima formazione, comandata dal Feldzeugmeister Oskar Potiorek (comandante della piazza di Sarajevo all'epoca dell'assassinio dell'arciduca ereditario), benché ridotta alla sola V. e VI. Armee, pianificò comunque un attacco a fondo contro la Serbia in spregio alle circostanze che avrebbero piuttosto consigliato di conformare la propria condotta alla più stretta difensiva.
    In tale circostanza Potiorek, sfruttando i propri agganci a corte, ottenne de facto una completa indipendenza operativa dall'AOK, ottenendo addirittura di poter trattenere quattro delle divisioni della II. Armee dirottata verso il fronte russo. L'offensiva scatenata dagli austro-ungarici con forze insufficienti portò inizialmente ad apprezzabili successi, coronati dalla caduta di Belgrado in dicembre: ma il totale esaurimento delle forze impegnate, la mancanza di riserve disponibili ed il pericoloso allungamento delle linee di comunicazione delle forze di Potiorek vennero prevedibilmente sfruttati dal generale serbo Radomir Putnik, che il 3 dicembre scatenò una massiccia controffensiva invernale. Colti di sorpresa gli austro-ungarici si sbandarono ed i serbi giunsero addirittura ad invadere i confini dell'Austria-Ungheria minacciando l'Ungheria e la Bosnia-Erzegovina prima che una serie di contrattacchi locali riuscisse infine a ristabilire la linea del fronte.
    Lo scacco era stato grave: le perdite subite da Potiorek ammontavano a 28.000 morti, 120.000 feriti e 76.500 prigionieri con migliaia di uomini colpiti inoltre da malaria e febbre tifoidea, pari complessivamente a metà degli effettivi delle due armate. Ma tale costoso insuccesso aveva gravemente compromesso anche il prestigio della duplice monarchia, il cui orgoglioso esercito era stato malamente battuto da un paese considerato "semi-barbaro" dai circoli viennesi ed il cui potenziale militare era sempre stato ritenuto trascurabile.
    La situazione, nel frattempo, non volgeva al meglio nemmeno sul fronte russo. Dal 23 agosto al 12 settembre le forze austro-ungariche erano passate all'offensiva con la I. Armee del General der Kavallerie Viktor Dankl schierata sulla sinistra, la IV. Armee del General der Infanterie Moritz Auffenberg a costituire il centro e la III. Armee del General der Kavallerie Rudolf Brudermann a formare l'ala destra. Lanciatesi contro il nemico in ottemperanza ai precetti dell'offensiva ad oltranza predicati dallo Stato Maggiore le forze imperial-regie rimasero invischiate in una serie di combattimenti attorno alla città di Leopoli, ottenendo due incoraggianti successi tattici a Kraśnik e Komarow: tali occasioni non poterono tuttavia essere sfruttate sia per l'indisponibilità di adeguate riserve, che avrebbero dovuto essere costituite dalle divisioni della II.
    Armee non ancora giunte dal fronte serbo; sia per l'insoddisfacente stato delle comunicazioni e la conseguente mancanza di coordinamento negli attacchi sferrati dalle tre grandi unità. Gli assalti frontali cui si fece ricorso per frantumare la resistenza russa esposero nel contempo gli austro-ungarici a pesantissime perdite e quando le forze russe, arrestata la debole armata di Brudermann, iniziarono ad incunearsi profondamente fra questa ed il fianco destro di Auffenberg a Conrad non rimase altro che autorizzare una precipitosa ritirata dietro lo sbarramento strategico del San in direzione del fiume Dunajec. Le tre armate furono così costrette ad indietreggiare di 240 km, lasciando l'intera Galizia in mano alle forze zariste: in appena ventuno giorni il solo A-Staffel aveva pertanto subito perdite pari a 250.000 uomini fra morti e feriti cui si dovevano aggiungere 100.000 prigioneri caduti in mano russa pari, complessivamente, ad un terzo degli organici dell'esercito regolare in tempo di pace. A perdite di simile entità si dovevano inoltre aggiungere 150.000 uomini di guarnigione alla grande fortezza di Przemyśl, che i russi avevano posto sotto assedio. Un parziale miglioramento del quadro strategico si ebbe il 28 settembre successivo, quando la neocostituita IX. Armee germanica sferrò un'offensiva contro i russi. Il 10 ottobre la linea San-Vistola era stata nuovamente raggiunta e l'assedio a Przemyśl rilevato, ma la superiorità numerica dei russi ed il progressivo irrigidirsi della difesa portarono ad un progressivo affievolimento degli attacchi, sino alla loro definitiva sospensione: i tedeschi si ritirarono così sulle posizioni di partenza ed alle infiacchite forze austro-ungariche non rimase altro che indietreggiare nuovamente, abbandonando la fortezza nelle mani dell'avversario.
    Nel novembre del 1914 il centro austriaco (IV. Armee) si era ritirato a sud di Cracovia, con l'ala destra (III. Armee) respinta oltre la linea dei Carpazi: i russi poterono così sfruttare lo scollamento venutosi a creare fra le due armate, orchestrando un'offensiva che, incuneandosi profondamente in tale breccia, li avrebbe dovuti portare a guadagnare le ampie distese ungheresi: un'eventualità che avrebbe presumibilmente segnato il destino dello sforzo bellico della duplice monarchia. Per sventare un simile pericolo fra il 3 ed il 14 dicembre Conrad sferrò una nuova offensiva con il concorso germanico ed impiegando le riserve frettolosamente raccolte: ne scaturì il brillante successo di Limanowa-Łapanów, che portò alla rottura del fronte russo ma ennesimamente la mancanza di forze sufficienti impedì all'A.O.K. di sfruttare il successo. Fu l'incapacità di sventare la minaccia portata dai russi all'Ungheria ad indurre infine Conrad a prendere la decisione di impegnarsi un un'operazione di prima grandezza lungo il difficile fronte dei Carpazi; una risoluzione che avrebbe costituito il coronamento di quel 1914 che a buon diritto può essere considerato l'annus terribilis dell'Austria-Ungheria.
    Preoccupato che la conquista dei passi carpatici avrebbe definitivamente permesso ai russi di riversarsi in pianura, ed allettato nel contempo dalla prospettiva di una vittoria in grado non soltanto di parare una simile minaccia, ma presumibilmente anche di riguadagnare la fortezza di Przemyśl che rimaneva sempre sotto assedio, l'A.O.K. pianificò una massiccia offensiva condotta dalla III. Armee (ora al comando del General der Infanterie Boroević, futuro eroe dell'Isonzo) e dalla nuova Südarmee costituita attorno a tre divisioni tedesche (generale von Linsingen). Il 23 gennaio 1915 le forze austro-tedesche passarono all'attacco contro l'ala sinistra del grande schieramento russo esteso dall'Ungheria al Baltico, ma già l'8 febbraio le operazioni dovettero essere sospese dopo la perdita di 90.000 uomini.
    Il 27 febbraio gli attacchi furono rinnovati con esiti altrettanto disastrosi: la guerra di logoramento condotta lungo i Carpazi fra l'inverno del 1914 e la primavera del 1915, spesso in condizioni meteorologiche proibitive, si tradusse in un calvario che portò al definitivo annientamento di quello che era stato l'esercito regolare austriaco: da allora sino alla conclusione della guerra i quadri dell'esercito anteguerra, sottoposti ad un simile dissanguamento, costituirono la mera ossatura di un esercito continuamente rimpolpato da nuove leve. Il 23 marzo si arrendeva infine anche la fortezza di Przemyśl, consegnando nelle mani dei russi ulteriori 117.000 prigionieri insieme a nove generali, 93 ufficiali di Stato Maggiore e 2.500 ufficiali di truppa.
    La prima guerra mondiale
    L'inizio delle ostilità
    L'avvio delle operazioni militari si ebbe il 23 maggio, traducendosi in una lenta avanzata verso il corso dell'Isonzo della 2a Armata (generale Pietro Frugoni) e 3a Armata (generale Duca d'Aosta) senza che gli italiani incontrassero significativa resistenza da parte nemica. I combattimenti si accesero solamente ai primi di giugno, e la spinta offensiva di Cadorna raggiunse il suo apice fra il 23 ed il 30. Obiettivo iniziale della 2a Armata era rappresentato dalla cattura delle quattro cime della catena del Mrzli (Mrzli vrh - Nero - Vrata - Vršič), che presidiavano la riva orientale dell'Isonzo e su cui si era vantaggiosamente attestata la resistenza del XV Armeekorps austriaco, precedentemente ritiratosi dalla linea del fronte. La conquista del massiccio si sarebbe infatti rivelata indispensabile in funzione della cattura e del mantenimento della testa di ponte di Tolmino.
    Dopo degli scacchi iniziali, costati pesanti perdite, il Monte Nero verrà conquistato il 16 giugno da un fulmineo assalto di sei battaglioni di alpini, con il Susa e l'Exilles in testa, mentre le restanti vette rimarranno in mano austriaca. Contemporaneamente Frugoni decise di rivolgere i propri sforzi offensivi su Plava, cittadina posta 22 km più a sud, sulla riva occidentale dell'Isonzo e chiave d'accesso all'altipiano della Bainsizza. La lotta si sarebbe concentrata sulla cattura di Quota 383, situata sulla riva occidentale e difesa dalla Brigata del Generalmajor Guido Novak von Arienti. A partire dal 9 giugno la 3a Divisione del II Corpo lanciò una serie di attacchi attraverso il fiume sino alla conquista della posizione il 16, che venne tuttavia nuovamente persa il 17 in seguito ad un contrattacco austriaco.
    Quello stesso giorno il generale Frugoni ordinò la sospensione delle operazioni offensive contro Plava, posizione che sarebbe stata nuovamente teatro di ferocissimi combattimenti durante la seconda e la terza battaglia dell'Isonzo. Con l'ordine di Frugoni si esauriva così la prima fase dell'offensiva, che secondo i resoconti ufficiali era già costata all'esercito perdite per 11.000 uomini fra morti e feriti, quantunque oggi si tenda a ritenere che queste ammontassero ad almeno il doppio.
    Convinzioni tattico-strategiche
    In primo luogo le sue idee in merito alle tattiche d'attacco non differivano poi molto dai generali suoi contemporanei: dalla dottrina francese incentrata essenzialmente sull'elàn, sino alla massima austriaca del «Vorwärts bis in den Feind» ("Sempre ed in ogni caso avanti fino al nemico"). Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austro-ungarico sino al 1917, anche in seguito alle lezioni della guerra russo-giapponese sostenne che le possibilità di successo di un attacco risiedevano essenzialmente nel morale delle truppe, nello spirito offensivo e nella celerità dell'avanzata. Tranne che in Germania, alla vigilia della prima guerra mondiale nessun esercito aveva correttamente valutato l'impatto dell'appoggio di forti aliquote di artiglieria all'avanzata delle fanterie sul campo di battaglia; e nessuna forza armata era comunque preparata a risolvere il dilemma rappresentato dal muro di fuoco che anche le sole armi automatiche avrebbero opposto all'attaccante. Basterebbe ricordare, in tal senso, i massacri cui andarono incontro le inutili cariche della cavalleria germanica nei campi delle Fiandre durante le prime fasi di attuazione del piano Schlieffen.
    Luigi Cadorna era lungi dal rappresentare un tattico brillante, ma a sua discolpa si può pacificamente affermare che nel 1915 egli commise i medesimi errori che Joffre, Haig e Nivelle avrebbero continuato a ripetere nel 1916 e nel 1917. Converrebbe a tale proposito citare le prime fasi dell'offensiva della Somme, durante la quale gli inglesi avanzarono in colonne compatte ed a passo regolare sotto il fuoco della fucileria e delle mitragliatrici tedesche. Come ricordato da John Schindler le principali manchevolezze evidenziate dalla condotta di Cadorna, soprattutto durante i primi mesi di guerra, furono di natura più strategica che strettamente tattica: il cruciale ritardo di un mese nell'orchestrare la prima offensiva dell'Isonzo permise infatti agli austriaci di concentrare quelle poche truppe raccogliticce sufficienti ad arrestare l'avanzata italiana. Cadorna esitò di fronte alla prospettiva di un'azione rapida, ed in questo modo andò sprecata l'occasione di una facile avanzata sino a Trieste che si sarebbe resa possibile a causa dell'assenza di rilevanti aliquote di forze nemiche lungo il fronte isontino.
    Ma in questo frangente sia Schindler, sia Gianni Rocca ricordano che nei primi mesi del 1915 egli dovette affrettatamente gestire l'immane compito di riorganizzare l'esercito in vista della guerra. Sulle sue valutazioni pesarono pertanto le incognite di questa missione resa ingrata dalle deficienze organizzative e dalla cronica mancanza di materiali ulteriormente accentuate dalla recente campagna di Libia: il tutto senza considerare che le forze italiane dovettero ridispiegarsi abbandonando uno schieramento difensivo lungo il confine francese (pensato all'epoca del capo di Stato Maggiore Alberto Pollio in vista del rispetto degli accordi sanciti dalla Triplice Alleanza) per assumerne uno offensivo contro l'Austria-Ungheria, con il conseguente stravolgimento dell'organizzazione logistica dell'esercito.
    Le undici "spallate" isontine sottolineano tutti i limiti di Cadorna, uomo dalla mentalità tetragona e privo di inventiva strategica; e la sua determinazione nel picchiare contro linee che si andavano progressivamente irrigidendo può soltanto essere ricondotta alla ben nota ostinazione che lo contraddistingueva. V'è tuttavia da osservare che le opzioni strategiche a disposizione dell'Alto Comando erano limitate, e che un maggiore impegno ad esempio nel settore trentino si sarebbe dovuto scontrare con una conformazione morfologica del territorio ancor più ostile ad azioni offensive. Inoltre, se agli occhi degli austriaci tale settore offriva l'ambiziosa prospettiva di aggirare e colpire sul rovescio l'intero schieramento italiano sull'Isonzo, recidendo alla base il saliente che si era venuto a creare e provocando il collasso del dispositivo militare avversario, da parte italiana i vantaggi apparivano molto meno immediati.
    Sull'Isonzo le fanterie italiane continuarono ad attaccare in colonne compatte sotto il fuoco nemico, e la permanenza di Cadorna ai vertici dell'Alto Comando non vide mai l'incentivo all'elaborazione di nuovi ordinamenti tattici capaci di reggere il confronto con la realtà del campo di battaglia. Non per nulla occorrerà attendere le esperienze successive a Caporetto per assistere all'espansione ed alla definitiva affermazione dei reparti di Arditi, addestrati ad agire secondo tattiche d'infiltrazione sul modello di quelle già adottate dai reparti d'assalto germanici e dalle poche unità austro-ungariche similari che pure avevano già allora riscosso successi incoraggianti contro gli italiani in special modo in occasione della riconquista del monte Ortigara il 25 giugno 1917.
    Un simile approccio, tuttavia, non testimonia solamente del soverchio disprezzo nutrito da Cadorna nei confronti della vita dei propri uomini e della sua considerazione per il fattore umano in termini meramente quantitativi: l'adozione delle formazioni chiuse era infatti prediletta dagli stessi ufficiali e sottufficiali poiché aumentava la controllabilità di coscritti scarsamente addestrati se non addirittura privi dei più elementari rudimenti dell'addestramento militare. A Cadorna andrebbe quantomeno ascritto il merito di aver compreso, sin dalla conclusione delle prime due battaglie dell'Isonzo, che l'artiglieria avrebbe svolto un ruolo cruciale nelle operazioni successive, quantomeno in base alla constatazione che le perdite subite dagli austriaci in questi primi scontri erano state inflitte proprio dal fuoco dei cannoni italiani.
    Sempre Schindler ricorda come per la terza battaglia dell'Isonzo fossero state concentrate ben 1372 bocche da fuoco di cui 305 di grosso calibro: dati che inducono l'autore ad identificare proprio in Cadorna il primo grande interprete della cosiddetta Materialschlacht, ben prima della pianificazione dell'offensiva di Verdun da parte di Falkenhayn. Anche in questo caso, senza ombra di dubbio, il ragionamento sotteso alle decisioni di Cadorna seguiva una semplice logica quantitativa, basata sul lineare teorema che prevedeva maggiore potenza di fuoco per scalzare trinceramenti sempre più estesi e profondi. Ed in anticipo rispetto a quanto sarebbe accaduto durante le fasi preliminari dell'offensiva della Somme l'artiglieria, utilizzata principalmente per scatenare un massiccio fuoco di preparazione, si dimostrò incapace di neutralizzare difese solide e ben organizzate.
    D'altronde né allora, né in seguito, l'artiglieria italiana avrebbe spiccato per efficacia delle sue dottrine d'impiego: l'insufficiente addestramento e lo scarso coordinamento con le fanterie avrebbero limitato in maniera cruciale il suo utilizzo in appoggio all'avanzata dei fanti secondo i metodi d'impiego dello sbarramento mobile. In tali circostanze il suo tiro risultava frequentemente troppo corto o troppo lungo, senza considerare i non rari episodi di "fuoco amico" durante i quali l'artiglieria italiana fece strage delle proprie colonne lanciate all'attacco per la sua manifesta incapacità di regolarsi con il passo dell'avanzata allungando tempestivamente il tiro. In conclusione andrebbe tuttavia evidenziato che, quantunque la guerra d'attrito costituisca secondo la famosa massima di B.H. Liddell Hart una forma decadente dell'arte bellica, il confronto impostato da Cadorna secondo i termini della Materialschlacht avrebbe inevitabilmente condotto l'Austria-Ungheria alla disfatta in virtù della semplice disparità delle forze in gioco: già all'epoca della conquista di Gorizia Cadorna aveva appena iniziato ad intaccare le proprie riserve umane, mentre gli austro-ungarici dovettero fronteggiare la prima seria crisi dall'inizio delle operazioni.
    Spesso si dimentica che, seppur a costo di pesantissime perdite, all'indomani dell'undicesima battaglia dell'Isonzo la situazione austriaca si era fatta disperata, con il solo Hermada rimasto ormai a sbarrare il passo all'avanzata italiana attraverso il Carso in direzione di Trieste: la resistenza era giunta ad un punto di rottura, e proprio tale evidenza indusse l'Alto Comando tedesco a concedere infine gli agognati rinforzi che portarono alla costituzione della XIV Armata in vista di quella programmata offensiva di alleggerimento che portò in ultima analisi alla disfatta di Caporetto.
    Cadorna come condottiero
    Più complessa risulta la valutazione di Cadorna come condottiero d'uomini, e del suo dispotismo nella gestione dell'esercito: all'insensibilità per le sofferenze dei soldati al fronte, propria di gran parte degli alti ufficiali della grande guerra da Haig, a Falkenhayn sino ai suoi diretti antagonisti quali Conrad e Boroević, egli univa una singolare rudezza nei rapporti con i suoi collaboratori e sottoposti. In seno all'esercito poté godere di libertà del tutto sconosciute agli altri comandanti alleati, e la sua influenza si estese sino a condizionare l'operato e gli orientamenti dello stesso Ministero della Guerra e financo del governo, in particolar modo sotto il remissivo governo Boselli; dalla caduta del governo Salandra II, in conseguenza della Strafexpedition lanciata dagli austriaci, sino a Caporetto il generale concentrò nelle proprie mani poteri e prerogative comparabili soltanto a quelli della "dittatura militare" instaurata de facto in Germania da Falkenhyan e successivamente dal duo Hindenburg-Ludendorff.
    A causa di tale stato di cose Cadorna poté esercitare il proprio potere in modo quantomeno arbitrario, facendo e disfacendo i quadri superiori delle forze armate: famigerata divenne in particolare la pratica dei siluramenti indiscriminati che, per unanime consenso, tanta parte ebbe nel minare seriamente il morale e la combattività delle forze armate. Il sollevamento dal comando per le più disparate ragioni (sino a giungere sovente al paradosso dei siluramenti "preventivi", divenne pratica talmente diffusa da inibire completamente lo spirito d'iniziativa dei comandanti ad ogni livello, ciascuno paventando di essere rimosso dal proprio superiore diretto anche in conseguenza di scacchi e fallimenti marginali. In simili circostanze l'esempio offerto da Cadorna, uomo refrattario a qualsivoglia genere di critica e dissenso, risultò effettivamente deleterio alla luce di una spiccatissima propensione a scaricare le responsabilità degli errori del capo sui suoi subordinati.
    La Strafexpedition
    Emblematico della propensione di Cadorna ad attribuire ad altri la responsabilità ed il peso dei propri errori risulta in tal senso l'esempio offerto dalla già citata Strafexpedition. Sin dall'inizio della guerra la I. Armata italiana, schierata lungo il fronte trentino al comando del generale Roberto Brusati, aveva assunto un atteggiamento offensivo improntato al conseguimento di una lenta ma costante avanzata in territorio austriaco; tale condotta era stata informalmente avallata dallo stesso Cadorna, a patto tuttavia che gli sforzi di Brusati non sottraessero uomini e mezzi allo scacchiere isontino, pregiudicando il successo dei principali sforzi offensivi lungo tale fronte. Quando, a partire dal febbraio del 1916, il comando della I. Armata segnalò una crescente concentrazione di truppe nel settore della futura offensiva, Cadorna liquidò simili notizie sostenendo fermamente di non credere alla possibilità che l'esercito imperial-regio orchestrasse un attacco di prima grandezza: pesava sul giudizio del generale la consapevolezza che, a fronte dell'imminenza dell'offensiva Brusilov in Galizia, un qualsiasi rafforzamento del dispositivo militare sul fronte italiano a scapito di quello orientale avrebbe costituito un rischioso azzardo.
    Se gli eventi successivi diedero comunque ragione alla prudenza tutta cadorniana di una simile riflessione, nel breve periodo egli non volle vedere i chiari indizi che pure deponevano a favore della volontà di Conrad di accollarsi comunque un simile rischio. Le richieste di Brusati di rafforzare il dispositivo al suo comando vennero cassate, mentre nel contempo continuò la prassi di sottrarre alla I. Armata truppe fresche da inviare lungo l'Isonzo, rimpiazzate man mano da unità superstiti delle offensive isontine, contraddistinte da organici fortemente sottodimensionati, provate nel morale e pertanto scarsamente affidabili. Inoltre, poiché nessun rischieramento era stato predisposto dal Comando Supremo, alla vigilia dell'offensiva austriaca le forze italiane vennero sorprese, similmente a quanto sarebbe accaduto a Caporetto un anno più tardi, su posizioni avanzate e sovente scarsamente difendibili nel quadro di un dispiegamento improntato all'offensiva.
    La genesi di quella che sarebbe passata alla storia come Strafexpedition (nome attribuitoglio probabilmente dagli stessi italiani con intento chiaramente denigratorio qualora l'offensiva fosse fallita) derivava dall'intenzione di Conrad di assestare un colpo risolutivo all'Italia: la volontà di punire il percepito tradimento perpetrato dal paese ai danni dell'Austria-Ungheria pesava in modo determinante sul giudizio del capo di Stato Maggiore austro-ungarico, i cui sentimenti anti-italiani erano ben noti e superati probabilmente soltanto da quelli del Feldmarschalleutnant Alfred Krauss: Conrad aveva ripetutamente caldeggiato il ricorso alla guerra preventiva contro il "nemico ereditario" la cui fedeltà alla Triplice Alleanza considerava quantomeno (ed a ragione) dubbia, giungendo nel 1908 a perorare la causa di un'offensiva in forze contro l'Italia sfruttando a proprio vantaggio la catastrofe provocata dal terremoto di Messina. Ambizioso obiettivo della grandiosa manovra strategica che Conrad andava delineando era lo sfruttamento del saliente trentino che, profondamente incuneato nel territorio italiano, minacciava alle spalle lo schieramento isontino ove era attestata la massima parte dell'esercito italiano.
    Le forze deputate all'offensiva avrebbero così dovuto guadagnare lo sbocco alla Val Padana, conquistare l'importante snodo ferroviario di Padova ed avvolgere da tergo il grosso dell'esercito italiano colpendolo sul rovescio: una tale mossa, simile ad un poderoso colpo di falce, avrebbe determinato l'avvolgimento e l'annientamento dell'intero dispositivo militare dell'Italia, provocandone l'estromissione dal conflitto.Se l'offensiva così progettata deponeva a favore delle qualità di pianificazione strategica di Conrad non altrettanto si potrebbe dire delle sue capacità di discernimento fra quanto risultava possibile e quanto impossibile: la scelta del settore trentino, secondo quanto già concluso da Cadorna nel 1915, presentava evidenti ostacoli naturali che limitavano crucialmente l'estensione del fronte d'attacco ed il completo dispiegamento dei reparti in prima linea. Inoltre, sotto il profilo logistico, l'impresa presentava rischi non trascurabili: l'ostica conformazione del territorio, l'insufficiente sviluppo della rete ferroviaria locale, l'impossibilità a rifornire i reparti impegnati in azione se non attraverso impervi passi montani e la stessa ampiezza del movimento strategico costituivano gravi incognite alle reali capacità di alimentare lo sforzo austro-ungarico.
    A ciò si aggiunga l'impossibilità, da parte dell'Austria-Ungheria, di godere del concorso germanico, unico in grado di assicurare una superiorità numerica sufficiente a garantire reali chances di sopraffare lo schieramento difensivo italiano. Le reiterate richieste inviate da Conrad al suo omologo Erich von Falkenhayn, infatti, erano state puntualmente cassate: su tale rifiuto pesavano non solo i pessimi rapporti fra i due generali, ulteriormente acuiti dal carattere notoriamente caustico e sprezzante del capo di Stato Maggiore germanico (il quale ebbe una volta a definire la Duplice Monarchia "un cadavere" capace soltanto di pesare sullo sforzo bellico del Reich), ma anche la sua indisponibilità a distrarre rilevanti aliquote di forze dal fronte occidentale, ove il 21 febbraio del 1916 aveva preso il via l'imponente offensiva di Verdun.
    Dimostrando probabilmente in tale occasione di possedere una visione strategica più limitata di quella di Conrad egli non vedeva quale vantaggio immediato la Germania potesse ottenere dall'uscita di scena dell'Italia, ritenendo che un simile evento avrebbe finito per giovare esclusivamente all'Austria-Ungheria senza per questo influenzare significativamente l'andamento delle operazioni germaniche ad ovest e ad est. A Conrad, che non per questo si dimostrò propenso a rinunciare al proprio piano, non rimase altro che agire unilateralmente, dragando il fronte isontino e quello russo delle truppe migliori per assemblare la forza d'attacco destinata a vibrare il colpo: un azzardo che, come già puntualizzato, Conrad pagò a carissimo prezzo quando l'offensiva di primavera russa si abbatté sulle posizioni austro-ungariche ad oriente. Se Falkenhayn, mancando di riconoscere che il destino degli Imperi Centrali era oramai indissolubilmente legato, si era dimostrato quantomeno miope Conrad si macchiò in tale circostanza di una sconsiderata avventatezza, che ebbe come risultato ultimo il più grave rovescio mai patito dall'esercito imperial-regio e sicuramente uno dei più gravi degli annali militari occidentali: come pronosticato da Falkenhayn lo schieramento orientale austro-ungarico, così indebolito, collassò sotto i colpi dell'offensiva Brusilov perdendo complessivamente 750.000 uomini, dei quali 380.000 caddero prigionieri dei russi.
    Nel contempo la strategia dell'A.O.K. del rischio calcolato non riuscì a mettere in campo in Trentino una forza d'attacco i cui effettivi avrebbero dovuto essere doppi rispetto a quelli della I. Armata italiana: alla vigilia dell'offensiva Conrad poteva così contare su appena 157.000 soldati contro i 114.000 di Brusati, e su 1.200 cannoni contro 850 sebbene in quest'ultimo caso il lieve margine di vantaggio goduto dagli austro-ungarici fosse nettamente irrobustito dalla paziente e meticolosa opera di identificazione degli obiettivi che l'artiglieria avrebbe dovuto colpire durante il fuoco di preparazione. Per tutta la durata della battaglia, come testimoniarono unanimentente i soldati e gli ufficiali italiani al fronte, il fuoco delle batterie imperial-regie si dimostrò infatti di grande efficacia.
    L'esecuzione delle operazioni venne formalmente affidata all'arciduca Eugenio, comandante in capo del Fronte Sud-Occidentale e coadiuvato dal Feldmarschalleutnant Alfred Krauss in qualità di Capo di Stato Maggiore. I piani in base ai quali il comando austriaco avrebbe dovuto condurre l'offensiva furono però stesi da Conrad in persona, e fra questi ed il generale Krauss non mancarono di insorgere dissapori legati alle contrastanti visioni tattiche legate allo svolgimento delle operazioni in alta montagna. L'ingerenza del Capo di Stato Maggiore si spinse sino all'imposizione dei comandanti operativi: rispettivamente il Generaloberst Viktor Dankl (XI. Armee su nove divisioni) ed il Generaloberst Hermann Kövess (III. Armee su cinque divisioni), protetti di Conrad sin da quando, nel 1903, egli aveva assunto il comando della 8. Infanterie-Division sul fronte tirolese ed i due erano stati suoi comandanti di brigata.Partendo dall'altipiano di Folgaria-Lavarone le forze austro-ungariche si lanciarono infine all'assalto il 15 maggio 1916, dopo una lunga serie di rinvii determinati dalle avverse condizioni meteorologiche. I risultati immediati furono incoraggianti: durante i primi giorni l'offensiva portò alla conquista di Arsiero ed Asiago, due importanti punti d'accesso alle pianure meridionali, ed alla cattura di 40.000 prigionieri e 300 cannoni.
    In tali critiche circostanze, nonostante le sue gravi responsabilità, Cadorna se la cavò con l'attribuzione di ogni responsabilità a Brusati ed il suo conseguente siluramento: gesto che rimane cinico ed ipocrita anche considerando le oggettive manchevolezze del comandante della I. Armata nel non aver adottato nemmeno quelle minime precauzioni che rientravano nella sfera delle sue dirette competenze. V'è tuttavia da ricordare che di fronte allo sfondamento operato dagli austro-ungarici il generale Brusati aveva perso la testa sino a paventare un collasso dell'intero fronte trentino; e che sotto questo aspetto la salda assunzione del controllo delle operazioni da parte del Capo di Stato Maggiore in persona dovrebbe essere pertanto considerata provvidenziale. Al contrario di quanto dimostrato da molti ufficiali, a Cadorna non difettarono mai tenacia e sangue freddo, ed egli guidò con mano salda il ripiegamento dell'armata sconfitta su nuove posizioni; nel frattempo egli provvide inoltre a costituire con notevole celerità e spirito d'improvvisazione una nuova formazione, la V. Armata, concentrando 179.000 uomini fra Vicenza e Padova ed assegnandone il comando al generale Frugoni. Nei piani di Cadorna tale forza venne destinata a fronteggiare gli austriaci qualora questi fossero sboccati in pianura ma una simile minaccia non si materializzò, dal momento che anche nel settore di massima penetrazione, quello dell'Altopiano di Asiago, l'offensiva austriaca venne arginata già entro i primi quindici giorni di giugno.
    Le forze austro-ungariche continuarono a riscuotere una serie di successi tattici minori, ma l'irrigidimento della difesa italiana, e nel contempo l'allungamento delle linee di comunicazione ed il previsto sovraccarico della limitata rete logistica di cui Conrad poteva disporre in Trentino fecero sfumare l'agognata prospettiva di uno sfondamento strategico. L'offensiva Brusilov, scatenata infine in Galizia, determinò la definitiva cessazione di qualsiasi movimento offensivo ed il rapido ritrasferimento ad est delle principali grandi unità impegnate nella Strafexpedition.
    Dopoguerra
    Cadorna, senatore dal 1913 al 1928, non aderì al fascismo. Nel 1924 Benito Mussolini lo nominò a sorpresa Maresciallo d'Italia, incurante del parere negativo dei reduci. Il figlio Raffaele, così chiamato in onore del nonno, intraprenderà anch'egli la carriera militare e parteciperà alla seconda guerra mondiale coordinando il Comitato di Liberazione Nazionale nel nord Italia.
    Strada Cadorna
    Da Bassano del Grappa al monte Grappa esiste una strada a tornanti da lui costruita e che per circa 25 km si arrampica sino alla cima del monte, chiamata "strada Cadorna". Nel 1916 capì che in caso di sconfitta, il monte Grappa sarebbe stato indispensabile per bloccare in nemico nel settore da Vicenza al Montello e quindi il fulcro della difesa italiana.
    Diede ordine al genio militare di costruire in breve tempo una strada che potesse portare mezzi e truppe fino al monte Grappa. Tra militari e civili vi lavorarono circa 30 mila persone. La sua scelta fu quasi profetica, la strada venne completata pochi giorni prima della disfatta di Caporetto e i contrafforti del Grappa si rivelarono indispensabili, ai fini della difesa della Pianura padana. A più riprese, fino agli ultimi giorni di guerra, gli austriaci si dissanguarono nell'inutile tentativo di occupare la cima del monte, che dominava un intero settore del fronte e dalla quale, per decine di chilometri, gli italiani martellavano con i loro cannoni le truppe nemiche.
    Onorificenze
    Cavaliere di Gran Croce Ordine militare di Savoia
    — 28 dicembre 1916
    Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri
    Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
    Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18
    Medaglia commemorativa italiana della vittoria
    Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
    Note


      ^ a b c d e f g h i j k l Gianni Rocca. Cadorna. Il generalissimo di Caporetto. Milano, Mondadori, 2004
      ^ Sergio Romano. La quarta sponda. La guerra di Libia 1911-1912. Milano, TEA 2007
      ^ a b c d e f g h i j k l m Lawrence Sondhaus. Franz Conrad von Hötzendorf. L'anti Cadorna. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2003.
      ^ Gian Enrico Rusconi. L'azzardo del 1915. Come l'Italia decide la sua guerra. Bologna, Il Mulino 2005
      ^ a b John Keegan. La prima guerra mondiale. Una storia politico militare. Roma, Carocci, 2001
      ^ Le effettive responsabilità della sconfitta durante le operazioni invernali contro la Serbia rimangono a tutt'ora oggetto di dibattito. Il generale Potiorek era sicuramente deciso ad ottenere una vittoria che ne riscattasse il prestigio offuscato dai fatti di Sarajevo: egli inoltre, battuto nella corsa alla nomina a Capo di Stato Maggiore dallo stesso Conrad, nutriva nei confronti di quest'ultimo sentimenti di astio che erano ben noti nei circoli viennesi. I dissidi fra i due generali, e gli insuccessi cui il capo dell'A.O.K. stava andando incontro nel corso delle operazioni in Galizia, motivarono ancor più il Potiorek a prendersi una rivincita sull'antico avversario grazie a quella che si prospettava come una facile parata militare nel cuore della Serbia. Che il comandante del Minimalgruppe Balkan decidesse pertanto di agire autonomamente rispetto alle formali direttive dell'ArmeeOberkommando è evidente, ma occorre anche rilevare che in seguito ai rovesci patiti per mano dei russi lo stesso Conrad aveva parimenti incitato Potiorek all'attacco, nella speranza di mietere un successo che ristabilisse il prestigio della monarchia e liberasse infine considerevoli aliquote di forze da destinare al fronte orientale. Ovviamente, in seguito alla sconfitta subita, Conrad ebbe buon gioco nel silurare il suo sottoposto addossandogli ogni responsabilità e sottolineando la sua formale trasgressione delle direttive strategiche delineate dall'A.O.K.: in tal modo egli occultò la parziale corresponsabilità che aveva avuto nell'insuccesso, giacché non aveva mancato di avallare, sia pure informalmente, la condotta di Potiorek. Si vedano a tal riguardo le opere di Sondhaus e Rothenberg citate.
      ^ a b c d e f g Gunther E. Rothenberg. L'esercito di Francesco Giuseppe. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2004
      ^ a b c d John R. Schindler. Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2002.
      ^ Una descrizione di una di queste azioni, l'attacco della 3a e 17a Brigata di cavalleria al villaggio di Haelen, circa 40 km a est di Bruxelles (12 agosto 1914) apre il primo capitolo di Achtung Panzer (Stoccarda, Union Deutsche Verl.-Ges.,1937) di Heinz Guderian. Benché utilizzato ad arte dall'autore a sostegno delle sue tesi il resoconto è fedele e dettagliato, e dimostra le conseguenze dell'impiego di forze montate contro concentrazioni di fanteria ed artiglieria attestate su solide posizioni difensive. L'attacco di quattro reggimenti di cavalleria causò in una sola giornata la perdita di 24 ufficiali, 468 uomini e 843 cavalli.
      ^ Alessandro Massignani. Le truppe d'assalto austro-ungariche nella Grande Guerra. Valdagno, Gino Rossato Editore, 1995
      ^ a b Mario Silvestri. Isonzo 1917. Milano, Mondadori, BUR, 2001
      ^ Francesco Fadini. Caporetto dalla parte del vincitore. Il generale Otto von Below e il suo diario inedito. Milano, Mursia, 1996
      ^ In riferimento alla situazione in Germania si vedano:
      Fritz Fischer. Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918. Torino, Einaudi, 1965;
      Gerhard Ritter. I militari e la politica nella Germania Moderna (3 vol.). Torino, Einaudi, 1967-73;
      Robert B. Asprey. L'alto comando tedesco. Milano, Rizzoli, 1993
      ^ Mario Silvestri. Caporetto. Milano, BUR, 2003
      ^ a b c Enrico Acerbi. Strafexpedition. Maggio-Giugno 1916. Valdagno, Gino Rossato Editore, 1992
      ^ Robert B. Asprey. L'alto comando tedesco. Milano, Rizzoli, 1993
      ^ Un'ampia digressione circa i criteri tattico-operativi della guerra di montagna esulano dall'argomento di questa trattazione, ma val la pena ricordare, riassumendo brevemente, che si contrapponevano allora due scuole di pensiero. Quella considerata ortodossa era capeggiata dallo stesso Conrad, che d'altronde delle truppe da montagna austro-ungariche era stato il fondatore con la costituzione dei primi reparti nel 1903: essa prevedeva che l'attacco si svolgesse "per cresta", muovendosi lungo le alture ad evitare le vallate ove anche un nemico in netta inferiorità numerica avrebbe potuto opporre una facile resistenza all'attaccante, sfruttando i vantaggi offerti da tali strettoie naturali ed imbottigliandone le forze. Le dottrine, considerate eretiche, del generale Krauss prevedevano invece che l'attacco dovesse essere appunto condotto "per valle", aggirando ed isolando i reparti nemici attestati in quota. Il successo, in questo caso, sarebbe stato sancito non soltanto dal terreno maggiormente praticabile, ma anche e soprattutto dalla sorpresa che avrebbe colto l'avversario vistosi attaccato lungo inaspettate direttrici di penetrazione noncuranti della fondamentale importanza tattica che veniva allora annessa alle posizioni montane dominanti. Una buona introduzione all'argomento è contenuta nella prefazione di Enrico Cernigoi e Paolo Pozzato allo studio dello stesso Krauss sulla battaglia di Caporetto: Alfred Krauss. Il "miracolo di Caporetto", in particolare lo sfondamento di Plezzo. Valdagno, Gino Rossato Editore, 2000
      ^ A tutt'oggi sussistono dei margini di incertezza in merito al come Cadorna intendesse effettivamente servirsi della V. Armata. Dopo la guerra, nell'evidente volontà di denigrare l'ex capo di Stato Maggiore sottolineandone la presunta incapacità, venne ripetutamente affermato che iniziale intento del generale fosse stato quello di cessare la resistenza sugli Altipiani, attirando gli austro-ungarici in pianura onde sconfiggerli in una grande battaglia manovrata. Sebbene la storiografia contemporanea sia orientata a negare recisamente che il Cadorna abbia mai nutrito ambizioni tanto velleitarie, in merito ad una simile questione è difficile poter dire l'ultima parola. Quel che si può osservare è che lo schieramento della V. Armata, concentrata a nord di Padova fra Vicenza e Treviso, risultava dirimpetto ad Arsiero ed Asiago, chiavi di accesso alla Val Padana: una posizione che suggerisce piuttosto l'intento di arrestare il nemico allo sbocco delle valli, e non di attirarlo in avanti per poi aggirarne il fronte di avanzamento. Parimenti, conoscendo il carattere tenace del generale e la sua continua insistenza per la difesa ad oltranza, risulta poco plausibile che egli decidesse di abbandonare prematuramente posizioni che, per quanto minacciate, erano ben lungi dal crollare definitivamente sotto la pressione dell'offensiva austro-ungarica. Ciò che il Comando Supremo si limitò a prendere in considerazione in quei giorni fu la possibilità di un'evacuazione della linea dell'Isonzo con il conseguente arretramento della II. e III. Armata sino al Piave. Una misura cautelativa atta a salvare il grosso delle forze italiane dal paventato accerchiamento ed il cui esame risultava doveroso qualora la situazione avesse volto al peggio sul fronte trentino. Nell'opera citata il Rocca sostiene esistano prove evidenti a dimostrare che Cadorna, durante i giorni di massima crisi per le forze italiane, abbia personalmente accarezzato il progetto di una grande battaglia di manovra almeno al livello embrionale: quantomeno come ultima chance nel caso di uno sfondamento strategico da parte degli austro-ungarici. Ma nessun piano di sgombero dell'Altopiano dei Sette Comuni, da motivarsi nel quadro di una ritirata strategica verso la Val Padana, venne mai elaborato dal Comando Supremo; ed il progressivo esaurimento dell'offensiva, arrestata dalla reazione italiana quanto strangolata dalle difficoltà logistiche, ne sancì il definitivo abbandono.

    Voci correlate
    Linea Cadorna
    Armando Diaz
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