Johann Gottlieb Fichte (1762-1814)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1814
  • Data di nascita: 19 Maggio 1762
  • Professione: Filosofo
  • Luogo di nascita: Rammenau
  • Nazione: Germania
  • Johann Gottlieb Fichte in Rete:

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  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Johann Gottlieb Fichte
    Johann Gottlieb Fichte (Rammenau, 19 maggio 1762 – Berlino, 27 gennaio 1814) è stato un filosofo tedesco, continuatore del pensiero di Kant e iniziatore dell'idealismo tedesco.
    Fichte elimina la necessità per il soggetto della cosa in sé (noumeno), di cui parlava Kant: in questo modo la conoscenza non è più del fenomeno, ma diventa una creazione del soggetto conoscente. È così che si pone l'idealismo: la realtà è un prodotto del soggetto pensante, in contrapposizione al realismo (gli oggetti esistono indipendentemente dal soggetto percepente). Le sue opere più famose sono la I fondamenti della intera dottrina della scienza e i Discorsi alla nazione tedesca scritti nel 1807-8 nei quali sosteneva la superiorità culturale della Germania sulle altre nazioni e incitava il popolo tedesco a combattere contro Napoleone.

    Biografia
    L'infanzia e i primi studi
    Johann Gottlieb Fichte nacque nel 1762 a Rammenau in Sassonia da genitori molto poveri. Durante la sua infanzia fu costretto a lavorare come guardiano d'oche per aiutare la sua famiglia. Fu grazie al sostegno del barone von Miltitz che Fichte poté incominciare gli studi. Si narra che il barone fosse rimasto stupefatto nell'udire il ragazzo ripetere a memoria un sermone (che egli non aveva potuto udire) e, comprese le grandi potenzialità che aveva, decise di aiutarlo.
    Dopo aver frequentato il ginnasio, nel 1780 si iscrisse alla facoltà di teologia di Jena, proseguendo in seguito gli studi a Lipsia. In questi anni gli aiuti del barone si fecero sempre più radi e Fichte dovette attraversare un periodo durissimo, che lo costrinse a lavorare come precettore per non cadere nella miseria. Si trasferì poi a Zurigo dove conobbe Johanna Rahn, che divenne in seguito sua moglie.
    L'inizio della formazione filosofica: Kant
    Nel 1790 uno studente gli chiese lezioni su Kant: poiché Fichte non conosceva la Critica della ragion pura fu costretto a leggerla. Fu per lui una vera rivelazione, egli scrisse a proposito che questa scoperta lo rese ricchissimo interiormente, tanto da sentirsi "uno degli uomini più felici del mondo".
    Fichte, dopo aver scritto un'opera intitolata Saggio di una critica di ogni rivelazione, in cui esponeva abilmente i principi della dottrina kantiana, si recò a Königsberg per farla leggere a Kant stesso. Quando un editore pubblicò il lavoro nel 1792, per intercessione di Kant, non vi stampò il nome dell'autore: questo fece sì che lo scritto fosse scambiato per un lavoro di Kant stesso. Quando Kant rivelò l'identità dell'autore, Fichte divenne immediatamente celebre e fu chiamato all'Università di Jena.
    Intanto nel 1791 a Danzica Fichte stava stendendo una difesa degli editti del governo prussiano che limitavano la libertà di stampa e introducevano la censura: nel mentre gli furono però negati i permessi per la pubblicazione del Saggio di una critica di ogni rivelazione. L'indignazione per questa censura fece mutare la posizione di Fichte di fronte agli editti sulla riduzione della libertà di stampa, tanto che nel 1793 pubblicò, anonimamente, la Rivendicazione della libertà di pensiero.
    Il periodo a Jena
    Fichte fu nominato professore nel 1794 e terrà la cattedra fino al 1798, quando, in seguito alle sue dimissioni, il suo posto sarà preso da un giovanissimo Schelling, che ne era stato studente e poi, grazie all'intercessione di Goethe, coadiutore. Durante il soggiorno a Jena Fichte scrisse la maggior parte delle opere più importanti di esposizione del suo pensiero, cioè:
    Fondamenti della intera dottrina della scienza (1794)
    Discorsi sulla missione del dotto (1794)
    Fondamenti del diritto naturale (1796)
    Sistema della dottrina morale (1798)

    Le critiche a Kant


    Pur avendo fatto proprio il pensiero del filosofo di Königsberg, Fichte vi mosse alcune critiche. La prima riguarda l'esistenza di un essere posto irrimediabilmente fuori dal soggetto. Tale esistenza sarebbe un limite non superabile per l'attività dello spirito e dunque per la sua libertà. Fichte considera la posizione kantiana ancora dogmatica e pertanto materialista e fatalista: il soggetto è passivo e assiste da spettatore agli eventi che lo determinano.
    Il suo idealismo celebra invece la libertà e l'indipendenza del soggetto rispetto a ciò che si trova al di fuori di lui perché l'io "si fa da se stesso". Con questo Fichte vuole affermare ancora una volta come lo spirito non è prodotto né condizionato dall'essere. La filosofia infatti dovrà descrivere le varie tappe con cui l'essere produce l'essere come momento del pensiero.
    Critica inoltre Kant quando egli ritiene che la cosa in sé (noumeno) sia qualcosa che esiste, ma non può essere conosciuta. Come afferma lo stesso Kant nella sua Critica della ragion pura per conoscere l'oggetto è necessario averne nella mente una rappresentazione, ovvero uno schema trascendentale; tuttavia per dire mie le mie conoscenze era già per lui necessario ricondurre tutto ad un soggetto, l'"io penso", il centro unificatore della conoscenza. Come si può dire, pertanto, che esiste qualcosa se non la si può conoscere, ovvero se non la posso ridurre alle forme a priori di un soggetto conoscente ? Quindi Fichte muove critiche a Kant al livello del fenomeno, del noumeno, dell'oggetto e del soggetto..
    La polemica sull'ateismo
    Nel 1799 scoppiò la cosiddetta "polemica sull'ateismo": nel 1798 Fichte aveva pubblicato sul Giornale filosofico un articolo intitolato Sul fondamento della nostra credenza nel governo divino del mondo: in esso veniva sostenuta la tesi per la quale Dio coincideva con l'ordine morale del mondo, apparendo soltanto come un "dover essere". Inoltre nello stesso articolo il direttore del giornale, Forberg (suo discepolo), aggiungeva che era possibile non credere in Dio, pur essendo religiosi, purché si credesse nel suddetto ordine morale.
    In riposta all'articolo comparve un libello anonimo, nel quale si accusava Fichte di ateismo: poco tempo dopo il governo prussiano stesso intervenne, proibendo la stampa del giornale. Oltre a questo lo stesso governo adoperò pressioni sul Impero tedesco affinché fossero presi dei severi provvedimenti nei confronti di Fichte e di Forberg, minacciando in caso contrario di proibire ai cittadini prussiani di iscriversi all'università di Jena. Il governo tedesco, sia per la paura di fare perdere prestigio ad uno dei suoi migliori centri universitari, sia per il contesto storico (a seguito della Guerra franco-prussiana la Germania era dominata dall'influenza della Prussia), chiese al Senato Accademico dell'università di formulare un rimprovero ufficiale nei confronti dei due intellettuali. A quel punto Fichte scrisse, in data 22 marzo 1799, una lettera ad un membro del governo tedesco nella quale minacciava, in caso di rimprovero, di lasciare, insieme a molti suoi colleghi, la cattedra. Oltre a questo lanciò un Appello al pubblico e raccolse l'appoggio di molti studenti tramite una petizione. Nonostante ciò il governo di Jena, venuto a conoscenza degli ultimi sviluppi (la lettera di Fichte), invitò il filosofo a dare le dimissioni, che Fichte rassegnò poco tempo dopo. La richiesta di dimissioni di Fichte fu caldeggiata anche da Goethe, che godeva di grande influenza nell'ambiente universitario di Jena: fu quest'ultimo a proporre, con successo, che la cattedra rimasta vacante fosse data a Friedrich Schelling (che era stato nominato coadiutore di Fichte proprio con l'appoggio di Goethe). Si dice inoltre che in occasione di questo avvicendamento Goethe abbia detto:
    Periodo berlinese
    Tomba di Johann Gottlieb Fichte al Dorotheenstädtischer Friedhof
    Fichte si trasferì allora a Berlino dove visse dando lezioni private e frequentò diversi intellettuali romantici, tra i quali Schlegel, Schleiermacher e Tieck. Nel 1805 tornò all'insegnamento universitario quando gli fu offerta una cattedra all'università di Erlangen.
    Nel 1806 Fichte era a Königsberg quando Napoleone invase la città: tornato a Berlino scrisse i Discorsi alla nazione tedesca (1807-1808), in cui cercava di risvegliare l'anima del popolo tedesco contro la dominazione napoleonica, affermando il primato del popolo tedesco. Questa pubblicazione lo rese nuovamente celebre, favorendo anche la sua nomina, da parte del Re, a professore ordinario dell'Università di Berlino, di cui fu in seguito eletto rettore.
    Morì nel 1814 di colera, contagiato dalla moglie, la quale aveva contratto la malattia curando i soldati negli ospedali militari.
    La dottrina della scienza
    Fichte si propone come Reinhold di dare coerenza e rigore al criticismo kantiano riconducendolo ad un principio fondamentale. Solo così sarà possibile costruire un sistema filosofico che contenga le basi di ogni sapere, cioè della scienza. Un tale sistema sarà appunto Dottrina della scienza, ovvero indagine sulle condizioni che rendono possibile il sapere.
    L'Idealismo critico
    Il principio della scienza va ricercato restando nell'ambito del criticismo, cioè partendo dalla coscienza trascendentale. Questo principio non può essere la rappresentazione di Reinhold, perché questa si presenta come un fatto privo di spiegazione. Ogni fatto va invece ricondotto al motivo, alla ragione del suo costituirsi, ovvero all’atto che lo pone. La filosofia per Fichte è dunque muovere dal condizionato, cioè dal contenuto della coscienza, per ricercare le condizioni che la rendono possibile.
    All'origine della coscienza Fichte pone l'autointuizione dell'Io, che egli assimila all’io penso e all'intuizione della legge morale di Kant. Essa deve essere un atto assolutamente incondizionato, perché se fosse condizionato non sarebbe il principio primo: è quindi un fondamento che si pone da sé; ed è un atto perché il suo essere è essenzialmente un porsi: esso è dunque al contempo un conoscersi e un agire.
    Il concetto di Io corrisponde al momento in cui pensante e pensato sono presenti al pensiero come la medesima realtà. Pertanto soggetto e oggetto vengono a coincidere e non hanno più una connotazione che li differenzia: è questa l'essenza dell'Idealismo di Fichte.
    Pertanto, seguendo questa definizione e considerando che l'esperienza viene a coincidere con il pensiero assoluto, giungiamo alla conclusione che tutta la realtà finisce per risolversi nell'Io assoluto. Anche le categorie assumono un ruolo diverso: mentre per Kant esse avevano lo scopo di unificare il molteplice, per Fichte hanno lo scopo inverso di moltiplicare l'Io nella sua unicità. Dal reciproco rapportarsi di soggetto e oggetto, Fichte farà così scaturire tre principi.

    L'io pone se stesso


    Nella filosofia aristotelica il principio su cui si fondava la scienza era il principio di non contraddizione: A != non A (A è diverso da non A). La filosofia moderna e la stessa filosofia kantiana si fonda invece sul principio di identità: A = A (A è uguale ad A).
    Fichte afferma che quest'ultimo deriva a sua volta da un principio più generale: l'Io. Se non ci fosse l'Io non sarebbe possibile, infatti, affermare i primi due principi. È l'io che pone il legame logico A == A, e che quindi pone lo stesso A, ma l'Io non è posto da nessun altro se non da se medesimo, cioè si autopone: Io == Io. Quindi, l'Io essendo condizione di se medesimo si auto-crea.
    La concezione comune ci farebbe pensare che prima vengono le cose e successivamente le funzioni compiute dalle stesse, Fichte è categorico nel rovesciare questa credenza. Ciò che viene comunemente chiamato cosa non è altro che un risultato di un'attività. Nella metafisica classica si diceva: operari sequitur esse (l'azione consegue l'essere), Fichte ora afferma: esse sequitur operari (l'essere consegue l'azione).
    L'io pertanto viene ad essere in quanto si autopone: l'essenza dell'io consiste proprio nell'essere autocosciente. L'Io Fichtiano è, quindi, l'intuizione intellettuale che Kant riteneva impossibile all'uomo poiché coincidente con l'intuizione di una mente creatrice.
    L'Io non è l'io e l'intelligenza del singolo uomo empirico, ma l'Io assoluto da cui tutto deriva. Per questo motivo Fichte introdurrà altri due principi che dimostrano la molteplicità degli Io individuali e l'inesistenza di un mondo esterno.

    L'io oppone a sé un non-io


    Siccome l'Io non basta a spiegare la coscienza, che si costituisce come tale solo in rapporto ad oggetti di cui è appunto coscienza, Fichte giunge ad una seconda formulazione (antitesi): "L'Io pone nell'Io il non-Io", secondo il principio spinoziano omnis determinatio est negatio. Il non-Io rappresenta tutto ciò che è opposto all'Io ed è diverso da questo. Poiché ogni conoscenza deve essere conoscenza di qualcosa di esterno deve esistere il non-io.
    Che l'oggetto debba essere posto dall'Io dipende dal fatto che esso non si può giustificare da sé, come già avevano mostrato tutte le polemiche post-kantiane sulla cosa in sé: non si può infatti pensare ad un oggetto se non per un soggetto. Presupporre l'oggetto come assolutamente indipendente dal soggetto significa cadere nel dogmatismo e togliersi la possibilità di spiegare la conoscenza, la quale senza un riferimento logico all'oggetto diverrebbe vacua e inconsistente.
    Il non-io si spiega, tra l'altro, perché l'Io non si pone come qualcosa di statico, ma si pone come ponente. Il "porsi come colui che pone" implica necessariamente la posizione di qualcos'altro e quindi lo scaturirsi di un non-io. Il non-io è all'interno dell'Io originario poiché all'infuori dell'Io non può esistere nulla. Ma il non-io, a sua volta, limita l'io posto nel primo principio, che diventa così limitato e a sua volta limitante, in quanto limita anch'esso il non-io.

    L'opposizione, nell'Io, dell'io limitato al non-io limitato


    Il terzo principio rappresenta così il momento della sintesi. L'Io assoluto è costretto a porre un Io empirico e divisibile da contrapporre al non-Io anch'esso divisibile. Si giunge pertanto alla formulazione: "L'Io oppone, nell'Io, al non-io divisibile un Io divisibile". L'opposizione del non-io all'Io non avviene in maniera netta, ma essi si limitano a vicenda, cosicché si determinano.
    Il secondo principio si limitava a porre l'esigenza che il non-io fosse ricondotto totalmente alla ragione, perdendo la sua estraneità di dato ovvero la sua irrazionalità, ma col terzo principio l'Io prende coscienza di essere limitato dal non-io.
    La reciproca limitazione dell'io e del non-io spiega sia i meccanismi dell'attività conoscitiva sia di quella morale:
    L'Io determinato dal non-io fonda l'aspetto dell'attività conoscitiva.
    Il non-io determinato dall'Io fonda, invece, l'attività pratica.
    Mentre infatti nella conoscenza l'oggetto precede il soggetto, nell'azione sarà il soggetto a precedere e determinare l'oggetto, il quale sorge per farsi strumento della sua libertà.
    Spiegazione dell'attività conoscitiva
    Per Fichte l'immaginazione produttiva di Kant non è altro che la creazione inconscia da parte dell'Io degli oggetti, che Kant chiamava noumeno o cosa in sé. Essa è quindi quell'attività che delimita l'Io e che crea il contenuto, la materia necessaria alla conoscenza. Proprio perché quest'attività è inconscia la materia ci appare come altro da noi (non ci identifichiamo in essa). In tal modo, Fichte riesce a rendere ragione del punto di vista del realismo, che non può essere considerato erroneo, essendo giustificato dall'azione necessaria e inconscia della stessa immaginazione produttiva. La superiorità dell'idealismo sul realismo consiste però nel fatto che il primo riesce a rendere ragione del punto di vista realistico, mentre il secondo, che presume di essere più vicino al senso comune, non sa spiegarlo.
    Fichte descrive quindi i passaggi con cui la coscienza, successivamente, si riappropria del materiale prodotto dall'immaginazione produttiva: ciò avviene attraverso la sensazione, l'intuizione sensibile, l'intelletto, e infine il giudizio. In questo processo, l'Io passa da un minimo di passività (la semplice sensazione), ad un massimo di attività (l'autocoscienza), scoprendo così che è l'Io ad essere attivo sul non-io, e non viceversa. Attraverso l'autocoscienza è possibile avvicinarsi sempre di più all'autocoscienza pura, cioè alla coscienza dell'Io stesso.
    L'idealismo si mostra superiore al realismo anche sul piano etico: il primo infatti comporta la suprema attività e libertà dell'Io, mentre il secondo comporta la passività dell'Io di fronte agli oggetti. Da qui si può iniziare a comprendere come l'idealismo per Fichte sia essenzialmente una scelta pratica. Esso non può essere abbracciato per ragioni puramente teoretiche; l'idealismo infatti può dimostrare la propria superiorità solo scegliendolo. Viceversa chi non comprende e non afferma la propria libertà nell'attività pratica, resterà inevitabilmente fermo al realismo.
    Alla luce di ciò si comprende meglio il significato della Dottrina della scienza: porre l'Io come principio primo non fa cogliere l'Assoluto stesso, così da ricavarne ogni altra realtà. Se così fosse, il pensiero filosofico sarebbe creatore, poiché coinciderebbe con l'atto creativo dell'assoluto stesso, e così svanirebbe la finitezza dell'uomo. L'Io invece è posto dal filosofo con un atto di affermazione della libertà che si limita a ricostruire le condizioni di possibilità della coscienza. In questo senso la filosofia è ben distinta dalla vita: "Vivere è non-filosofare" e "Filosofare è non-vivere". La filosofia, cioè, rispetto all'esperienza si pone come pensiero puramente negativo: si distacca dalla vita per poterla spiegare, ma proprio per questo non può surrogarla. In tal modo, sia pure diversamente da Kant, l'idealismo fichtiano salvaguardia la finitezza dell'uomo nel suo rapportarsi al dato empirico.
    Spiegazione dell'attività morale
    La Dottrina della Scienza lasciava aperto un problema: se l'Io è attività incondizionata, restava da capire perché esso si limitasse, e opponesse a se stesso un non-io. Questo problema viene risolto da Fichte rifacendosi al primo principio (l'Io pone se stesso): l'Io, cioè, poiché è un continuo porre il proprio essere, non è una realtà statica, ma dinamica. Esplicandosi in una tale attività, occorre che gli sorga contro un'opposizione, un non-io, perché un'attività è tale solo se consiste nello sforzo di superamento di un limite.
    L'oggetto, cioè il non-io, si presenta così all'uomo, nell'attività pratica, come l'ostacolo da superare. Il non-io diventa il momento necessario per la realizzazione della libertà dell'Io. In campo pratico l'io si sforza di superare questo ostacolo spostando il limite tra io e non io sempre più in là. Quindi in campo pratico l'io è infinito per il suo sforzo di esserlo.
    Come l'io potrà affermarsi solo in qualità di superatore degli ostacoli, allo stesso modo l'uomo deve porsi da solo dei limiti e tendere alla perfezione, attraverso il superamento degli stessi per affermarsi realmente come individuo libero. La frase che raccoglie questo pensiero è: Essere liberi è cosa da nulla: divenirlo è cosa celeste.
    In questo modo, sia pure diversamente da Kant, anche Fichte afferma il primato della ragion pratica, tanto che la sua filosofia può essere chiamata idealismo etico. Egli è il filosofo della borghesia nascente, che trasforma il mondo con il lavoro. Questa trasformazione non è altro che perfezionamento dell'Io stesso. È un processo di arricchimento, senza il non-Io non sarebbe infatti possibile la storia. La legge di questa attività è la kantiana legge morale del dovere che impone alla libera volontà dell'uomo di realizzare la ragione nel mondo. L'etica fichtiana si basa su un progressivo ricongiungimento all'infinito con l'Io originario, superando in un certo modo la propria individualità. Il raggiungimento della perfezione morale è un riconoscersi nell'assoluto, quando l’"Io pone se stesso" non sarà più una semplice esigenza, ma realtà.
    L'io assoluto, tuttavia, non è ancora per noi una realtà, bensì un compito, un ideale, che l'azione morale esige, ma che non può essere dimostrato. L'Assoluto è visto così da Fichte come esigenza fondamentale che costituisce l'essenza dell'Io, realizzabile solo in una dimensione tendente all'infinito. Quella di Fichte è così una filosofia dell'infinito, nel quale consiste la sua componente propriamente romantica. Da ciò tuttavia deriva che l'Assoluto, cioè Dio, non può più essere pensato come un essere in sé compiuto, ma solo come ideale, ovvero l'ideale dell'ordinamento morale del mondo. Fu questa l'origine dell'accusa di ateismo che costrinse Fichte a dare le dimissioni dalla cattedra di Jena. Fichte rispose alle accuse dicendo di non voler distruggere la religione, ma solo di individuare in essa il contenuto essenziale, cioè la fede nella realizzabilità di un mondo morale.
    L'esito religioso dell'idealismo fichtiano
    Le polemiche sull'ateismo in aggiunta ad alcuni dissapori con Schelling, che lo stava via via offuscando e gli contestava inoltre un eccessivo soggettivismo, contribuirono a una svolta del pensiero di Fichte in una direzione più ontologica e religiosa, senza che con questo egli abbandonasse il suo precedente punto di vista. Già nella Missione dell'uomo (del 1800) egli metteva in rilievo come nessun sapere possa fondare e provare se stesso: ogni sapere presuppone qualcosa di più elevato come sua causa; solo la fede può fondare la sua validità, mettendolo al riparo dalle derive di un idealismo relativista quanto irrazionale.
    Nella Dottrina della Scienza del 1804 Fichte sostiene così che l'Io assoluto è il fondamento del nostro sapere (e del nostro agire), ma è un Assoluto in sé e non un semplice dover essere. L'assoluto è per noi inaccessibile, e la filosofia non muove dall'assoluto ma solo dal sapere assoluto: l'assoluto cioè costituisce la fonte del sapere e la sua unità più profonda, ma esso è anche il limite del sapere, il punto in cui questo si annichila. La ragione non può mai uscire da se stessa per comprendere la sua origine, che rimane quindi non comprensibile. Dice Fichte: «Il fondamento della verità non risiede nella coscienza, ma assolutamente nella verità stessa. La coscienza è soltanto il fenomeno esterno della verità»; in altre parole, essa è solo emanazione della verità, un indicatore di questa, non la verità stessa.
    Nell’Introduzione alla Vita beata, Fichte interpreta il suo idealismo alla luce del Vangelo di Giovanni: il Logos di cui parla l'evangelista, cioè il Sapere, la Coscienza divina, è l'immediata e diretta espressione di Dio, che è l'assoluto. Il Logos è intermediario tra Dio e il mondo, e l'uomo non può unirsi a Dio Padre direttamente, ma solo tramite il Logos, il mediatore. Per giungere a questa unione la ragione deve riconoscersi per quello che è, cioè semplice esteriorizzazione dell'assoluto, fenomeno espressione non di sè, e deve quindi cancellarsi negando se stessa. Grazie a questo processo di auto-umiliazione è possibile elevarsi e giungere alla visione estatica dell'Uno. È evidente l'influsso neoplatonico della teologia negativa di Plotino su quest'ultima fase dell'idealismo di Fichte, che voleva comunque essere per lui solo un approfondimento e non una revisione.
    Le "Lezioni sulla missione del dotto"
    Al dotto è affidata una missione: egli, che ha raggiunto il culmine della sapienza, è per questo stesso obbligato, moralmente e responsabilmente, poiché egli per la sua stessa perfezione culturale, è maggiormente cosciente di sé, non solo a diffondere il suo sapere tra gli uomini indotti, ma a presentarsi come esempio vivente di razionalità e moralità per tutti gli uomini. La dottrina e la scienza costituiscono parte essenziale della società, sono esse stesse sociali e quindi il dotto acquista quasi naturalmente il ruolo di educatore degli uomini come magister communis (maestro sociale).
    La filosofia politica
    La filosofia politica di Fichte nasce nel segno del giusnaturalismo e del contrattualismo. Lo scopo dello Stato è quello di educare tutti gli uomini alla libertà, realizzando una "società perfetta" nel senso di essere formata da uomini "liberi e ragionevoli" tanto da non aver più bisogno di essere governati. Lo scopo di ogni governo è infatti quello di "rendere superfluo" se stesso. Si noti come Fichte sia stato inizialmente attratto dalle teorie liberali del filosofo empirista inglese John Locke. Da questi Fichte, ispirato dagli eventi della Rivoluzione Francese, riprende la dottrina del diritto a ribellarsi ad un sovrano che non rispetti il patto sancito tra lui ed i cittadini: se lo Stato non compie la sua missione il contratto sociale è sciolto. Si avanza un nuovo concetto di libertà intesa estensivamente non più soltanto come quella che appartiene ad ogni individuo che agisca moralmente, (la libertà di scelta, secondo la morale kantiana) ma, come sostiene Fichte nell'opera sui "Fondamenti del diritto naturale", poiché le manifestazioni materiali dell' Io sono le azioni, in esse l'io esprime la propria libertà in una sfera di azioni possibili. La libertà per Fichte è quindi essenzialmente libertà di pensiero e di scelta. Come accade per la limitazione che l'Io assoluto subisce dal Non-io, lo stesso avviene per l'io empirico che vede la sfera delle proprie azioni possibili contrastata dalle azioni altrui. Da qui si origina il diritto come regolatore delle reciproche libertà.Perché si attui l'agire morale inteso come autodeterminazione, occorre per Fichte questa condizione: il diritto.
    Il diritto
    Il diritto riguarda la libertà considerata come fatto esteriore, oggettività, e non come atto interiore, soggettivo, nel suo aspetto morale di auto-realizzazione dell'Io. In questo senso, la libertà consiste nella presa di coscienza della propria indipendenza dagli altri. Questa avviene solo attraverso il riconoscimento della libertà altrui: l'uomo finito, infatti, può acquistare coscienza di sé e della propria indipendenza solo in relazione a una comunità di individui.
    Il diritto è tale se è garantito dallo Stato che innanzitutto dovrà assicurare al cittadino la sussistenza del proprio corpo; senza di esso e cioè senza la possibilità di disporre di mezzi materiali l'uomo non potrà usufruire degli originari diritti che gli appartengono per natura. Questo è dunque il dovere essenziale dello stato: assicurare a tutti corporeità e conservazione. Altri diritti naturali sono per Fichte la libertà ed il lavoro, dal quale deriva la proprietà.
    Lo stato commerciale chiuso
    Nell' opera successiva "Lo stato commerciale chiuso" lo stato assume un'ulteriore funzione integrativa che gli conferisce l'aspetto di uno stato socialistico. Lo stato deve innanzitutto garantire il lavoro su cui si basa il benessere e l'eliminazione della povertà. Per questo il governo interverrà d'autorità a stabilire i vari settori lavorativi in modo che il numero dei componenti non sia né superiore né inferiore alla quantità di beni prodotti: così avviene per gli artigiani e i commercianti, mentre il numero di lavoratori addetti alla produzione agricola si stabilisce automaticamente in base alla quantità di terre coltivabili. L'obiettivo è quello di rendere autosufficiente economicamente lo stato che si configurerà come stato commerciale chiuso in modo da eliminare i conflitti tra gli individui, le classi e gli stati. Perché questo accada occorre però che si realizzino tre condizioni: che lo stato
    produca tutto quanto di cui ha bisogno,
    distolga i cittadini dai beni che non può produrre, oppure imponga il monopolio nei casi d'importazione dei beni mancanti,
    raggiunga i suoi confini naturali e che sia padrone delle terre che gli appartengono per natura. Se così non fosse esso è giustificato nel fare la guerra a chi usurpa le sue risorse naturali.
    I "Discorsi alla nazione tedesca": il nazionalismo
    Nei Discorsi alla nazione tedesca, scritti quando ancora i francesi occupavano la Prussia dopo la vittoria napoleonica di Jena, Fichte sembra avanzare un progetto pedagogico teso al rinnovamento sia spirituale che fisico del popolo tedesco . Questa dottrina apparentemente educativa servì alla libera circolazione dell'opera di cui i francesi non identificarono la sua pericolosità politica. Questa nuova educazione deve essere un compito affidato al popolo tedesco che è l'unico tra tutti gli europei ad aver conservato intatte le sue caratteristiche nazionali originarie e naturali, ed inoltre era l'unica lingua priva di barbarismi e l'unico stato dove la religione non avesse influito sulla politica. Questo è comprovato dal fatto che la lingua tedesca è l'unica ad essersi conservata pura nel corso dei secoli mantenendo così intatta la cultura germanica. Questo non è avvenuto invece per l'Italia e la Francia dove la lingua, a causa delle dominazioni straniere, si è imbarbarita dando luogo a dialetti bastardi. Il popolo tedesco ha così conservato non solo la purezza della lingua ma anche quella del sangue e quindi della razza che li caratterizza come il popolo per eccellenza: lo stesso termine deutsch vuol dire infatti popolare o volgare, nel senso riferito al vulgus, il popolo appunto.
    Quindi i tedeschi sono gli unici ad avere un fattore unificatore spirituale e materiale che li caratterizza come razza, nazione. La stessa storia culturale della Germania con le grandi figure di Lutero, Leibnitz, Kant dimostra la sua superiorità spirituale che ne fa un nazione eletta a cui è stato affidato il compito di espandere la sua civiltà agli altri popoli: guai se essa fallisse poiché : «Non vi sono vie d'uscita: se voi cadete, l'umanità intera cade con voi, senza speranza di riscatto futuro.» (dai "Discorsi alla nazione tedesca", nella Conclusione).Il pensiero di Fichte verrà poi frainteso da Hitler, il quale istituì il pangermanesimo; in realtà Fichte parlò di primato culturale del popolo tedesco, e non di primato militare e bellico.
    Opere
    Versuch einer Kritik aller Offenbarung (Saggio di una critica di ogni rivelazione), 1792
    Grundlage der gesamten Wissenschaftslehre (Fondamenti della Dottrina della scienza), versioni del 1794, 1801, 1804, 1810, 1812
    Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten (Lezioni sulla missione del dotto), 1794
    Grundlage des Naturrechts (Fondamenti del diritto naturale), 1796
    System der Sittenlehre (Sistema della dottrina morale), 1798
    Bestimmung des Menschen (La missione dell'uomo), 1801
    Anweisung zum seeligen Leben (Introduzione alla vita beata), 1806
    Reden an die deutsche Nation (Discorsi alla nazione tedesca), 1807 - 1808
    Letteratura critica
    Nel campo della letteratura critica, la storiografia ottocentesca avallò un’interpretazione di Fichte nell’ottica hegeliana, che vedeva nel suo pensiero un totale superamento del criticismo, ed in particolare il momento soggettivo dell’idealismo assoluto. Fu solo a inizio Novecento che si ebbe una prima riconsiderazione del valore autonomo del pensiero di Fichte. Da ricordare in particolare:
    F. Medicus, Fichte, Reuter & Reichard, Berlino 1905
    X. Léon, Fichte et son temps, A. Colin, Parigi 1922-1927, opera in tre volumi a cui si deve la riscoperta del pensiero fichtiano e la difesa del suo punto di vista contro le pretese romantiche di accedere per via razionale alla prospettiva dell'assoluto
    M. Gueroult, L'évolution et la structure de la doctrine de la science, Aubier, Parigi 1930
    A. Massolo, Fichte e la filosofia, Sansoni, Firenze 1948, prima opera importante in Italia: combatte l'interpretazione che giudicava Fichte traditore di Kant
    L. Pareyson, Fichte, Mursia, Torino 1950 (2° ediz. Milano 1976), mette in rilievo l'attualità del pensiero fichtiano, sottolineando in esso, accanto alla rigorosa aderenza al punto di vista del finito, la particolare importanza della sua criticità e del suo porsi così come critica ante litteram di Hegel
    E. Severino, Per un rinnovamento nella interpretazione della filosofia fichtiana, La Scuola, Brescia 1961 (ancora sul punto di vista del finito nella filosofia fichtiana)
    P. Salvucci, Dialettica e immaginazione in Fichte, Argalia, Urbino 1963 (sottolinea l'umanesimo di Fichte e la sua fedeltà alla condizione umana)
    D. Julia, La Question de l'homme et le fondement de la philosophie (pure secondo il quale Fichte pone al centro il problema dell'uomo)
    A. Philonenko, La liberté humaine dans la philosophie de Fichte, Vrin, Parigi 1966 (ribadisce la dimensione umana e critica di Fichte)
    F. Moiso, Natura e cultura nel primo Fichte, Mursia, Milano 1979


    Della bibliografia più recente si segnalano infine:
    Marco Ivaldo, Fichte. L’assoluto e l’immagine, Studium, Roma 1983
    Pasquale Salvucci, Grandi interpreti di Kant: Fichte e Schelling, Quattroventi, Urbino, 1984
    Aldo Masullo, Fichte. L’intersoggettività e l’originario, Guida, Napoli 1986
    Claudio Cesa, Fichte e l’idealismo trascendentale, Il Mulino, Bologna 1992
    L. Fonnesu, Antropologia e idealismo: la destinazione dell’uomo nell’etica di Fichte, Laterza, Roma 1993
    Gaetano Rametta, Le strutture speculative della dottrina della scienza. Il pensiero di J. G. Fichte negli anni 1801-1807, Pantograf, Genova 1995
    Reinhard Lauth, Il pensiero trascendentale della libertà. Interpretazioni di Fichte, a cura di M. Ivaldo, Guerini e associati, Milano 1996
    Faustino Fabbianelli, Antropologia trascendentale e visione morale del mondo. Il primo Fichte e il suo contesto, Guerini e associati, Milano 2000
    Carla de Pascale, Vivere in società, agire nella storia. Libertà, diritto, storia in Fichte, Guerini e associati, Milano 2001
    Henri Bergson, La destinazione dell’uomo di Fichte, Guerini, Milano 2003
    C. Cesa, Introduzione a Fichte, Laterza, Roma-Bari 2005
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    Collegamenti esterni
    Siti in lingua italiana:
    L'antologia di RAI-Educational
    Una scheda dello SWIF
    Un saggio del Prof. Tortora, dell'Università di Napoli
    Una scheda a cura di Georg Gadamer
    Siti in lingua tedesca:
    Internationale Johann-Gottlieb-Fichte-Gesellschaft
    Opere di Fichte, testi tedeschi
    Siti in lingua inglese:
    The North American Fichte Society
    The Internet Encyclopedia of Philosophy


    Portale Biografie
    Portale Filosofia

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