Italo Svevo (1861-1928)

Informazioni di base:

  • Vero Nome: Aron Hector Schmitz
  • Scomparso nel: 1928
  • Data di nascita: 19 Dicembre 1861
  • Professione: Scrittore
  • Luogo di nascita: Trieste (TS)
  • Nazione: Italia
  • Italo Svevo in Rete:

  • Sito Non Ufficiale: Un sito non ufficiale su Italo Svevo
  • Wikipedia: Italo Svevo su Wikipedia
  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Italo Svevo
    Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz (o più semplicemente Ettore Schmitz) (Trieste, 19 dicembre 1861 – Motta di Livenza, 13 settembre 1928), è stato uno scrittore italiano.

    Biografia
    Aron Hector Schmitz nasce il 19 dicembre 1861 a Trieste da una famiglia di origine ebraica benestante, proveniente dall'Ungheria, il padre Francesco Schmitz, la madre Allegra Moravia. Nel 1874, viene mandato dal padre a vivere e a studiare, assieme ai due fratelli Adolfo ed Elio, al collegio di Segnitz, in Baviera, dove studia il tedesco e altre materie utili per l'attività commerciale.
    Dopo quattro anni torna a Trieste e finisce il suo percorso di studi commerciali all'Istituto Revoltella. Nonostante gli studi commerciali, riesce ad avere una buona conoscenza letteraria leggendo prima i classici tedeschi e successivamente i classici italiani. Nel 1880, con il fallimento dell'azienda paterna, trova un impiego presso la filiale cittadina della Banca Union di Vienna, iniziando la collaborazione con L'Indipendente, giornale di ampie vedute socialiste, firmandosi E. S., oppure E. Samigli.
    Nel 1892 avviene la pubblicazione del suo primo romanzo Una vita, a firma di Italo Svevo; l'opera viene sostanzialmente ignorata dalla critica e dal pubblico. In quell'anno ha una relazione con Giuseppina Zargol, che ispirò poi il personaggio di Angiolina in Senilità.
    Dopo alcune collaborazione con il giornale Il piccolo e una cattedra all'Istituto Revoltella, nel 1895 Svevo si fidanza Livia Veneziani, figlia di un commerciante di vernici sottomarine cattolico, che sposa nel 1896 con rito civile, e nel 1897, dopo aver abiurato la religione ebraica ed essersi convertito, con matrimonio religioso. Dalla donna ha una figlia, Letizia.
    Nel 1898 pubblica il secondo romanzo, Senilità; anche quest'opera passa però sotto silenzio. Questo insuccesso letterario lo spinge quasi ad abbandonare del tutto la letteratura. Dimessosi dalla banca, nel 1899 Svevo entra nell'azienda del suocero, accantonando la sua attività letteraria. Costretto per lavoro a viaggi all'estero, frequentando un corso d'inglese alla Berlitz School di Trieste nel 1907 conosce lo scrittore irlandese James Joyce, suo insegnante. Joyce lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo e, intorno al 1910, entra in contatto con la psicoanalisi freudiana: entrambi gli eventi influenzeranno la successiva produzione letteraria.
    Allo scoppio della prima guerra mondiale, l'azienda nella quale lavorava per conto dei suoceri fu chiusa dalle autorità austriache. Nel 1919 Svevo collabora con il giornale La nazione, e inizia a scrivere La coscienza di Zeno, poi pubblicato nel 1923, ancora senza successo, fino al 1925, quando l'amico Joyce lo propone ad alcuni critici francesi, mentre in Italia Eugenio Montale ne afferma la grandezza: scoppia così il "caso Svevo", vivace discussione attorno allo scritto su Zeno.
    Nel 1926 la rivista francese La navire dargent gli dedicò un intero fascicolo, nel 1927 tenne una famosa conferenza su Joyce a Milano, e nel marzo 1928 venne festeggiato a Parigi tra molti noti scrittori europei.
    Il quarto romanzo, Il vecchione o Le confessioni del vegliardo, rimarrà incompiuto a causa della morte dello scrittore, avvenuta il 13 settembre 1928 nell'ospedale di Motta di Livenza, in seguito ad un incidente stradale avvenuto mentre tornava da una gita con la famiglia a Bormio.
    Gli interessi letterari
    In Svevo confluiscono filoni di pensiero contraddittori e difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo; dall'altro il pensiero negativo e antipositivista di Schopenhauer, di Nietzsche e di Freud.
    Ma questi spunti contraddittori sono in realtà assimilati da Svevo in un modo originalmente coerente: lo scrittore triestino assume dai diversi pensatori gli elementi critici e gli strumenti analitici e conoscitivi piuttosto che l'ideologia complessiva. Così dal positivismo e da Darwin, ma anche da Freud, Svevo riprende la propensione a valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino dell'umanità nella sua evoluzione complessiva. Del rapporto di Svevo con il marxismo è testimonianza il racconto - apologo La tribù nel 1897.
    Anche da Schopenhauer Svevo riprende alcuni strumenti di analisi e di critica, ma non la soluzione filosofica ed esistenziale: non accetta cioè la proposta di una saggezza da raggiungersi attraverso la «noluntas», la rinuncia alla volontà, e il soffocamento degli istinti vitali. Lo stesso atteggiamento Svevo rivela nei confronti di Nietzsche e di Freud. Il Nietzsche di Svevo è il teorico della pluralità dell'io, anticipatore di Freud, e il critico spietato dei valori borghesi, non il creatore di miti dionisiaci. Quanto a Freud, che Svevo studia con passione è per lui un maestro nell'analisi della costitutiva ambiguità dell'io, nella demistificazione delle razionalizzazioni ideologiche con cui l'individuo giustifica la ricerca inconscia del piacere, nell'impostazione razionalistica e materialistica dello studio dell'inconscio. Ma Svevo rifiuta sempre di aderire totalmente al sistema teorico di Freud: accetta la psicoanalisi come tecnica di conoscenza, ma la respinge sia come visione totalizzante della vita, sia come terapia medica.
    Il rifiuto della psicoanalisi come terapia rivela nello Svevo della Coscienza di Zeno una difesa dei diritti dei cosiddetti "ammalati" rispetto ai "sani". La nevrosi, per Svevo, è anche un segno positivo di non rassegnazione e di non adattamento ai meccanismi alienanti della civiltà, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza alle leggi morali, sacrificando la ricerca del piacere. L'ammalato è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. La terapia lo renderebbe sì più "normale", ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Per questo l'ultimo Svevo difende la propria "inettitudine" e la propria nevrosi, viste come forme di resistenza all'alienazione circostante. Rispetto all'uomo efficiente ma del tutto integrato nei meccanismi inautentici della società borghese, egli preferisce essere un "dilettante", un "inetto", un "abbozzo" aperto a possibilità diverse.
    Poetica di Svevo
    Con questa presa di posizione si passa già dalla cultura alla poetica di Svevo. Negli anni dell'elaborazione della Coscienza di Zeno e dell'ultima produzione narrativa e teatrale, la letteratura è da lui concepita come recupero e salvaguardia della vita. L'esistenza vissuta viene sottratta al flusso oggettivo del tempo. Soltanto se l'esistenza sarà narrata o «letteraturizzata» sarà possibile evitare la perdita dei momenti importanti della vita e rivivere nella parola letteraria l'esperienza vitale del passato, i desideri e le pulsioni che nella realtà sono spesso repressi e soffocati. Su questa tesi di fondo si aprono Le confessioni del vegliardo. La vita può essere difesa solo dall'«inetto», dall'ammalato o dal nevrotico, da chi nella società è un "diverso", e dunque dallo scrittore.
    Dalla letteratura realista e naturalista Svevo deriva la critica al "bovarismo" agli atteggiamenti da sognatore romantico dei protagonisti dei primi due romanzi, e una struttura narrativa, in Una vita e in Senilità, ancora tributaria all'impianto narrativo tradizionale. Da Dostoevskij e da Sterne desume la spinta all'analisi profonda dell'io e a un rinnovamento radicale delle strutture narrative. Su questo piano agisce anche l'influenza di Joyce. Essa si risolve però in molteplici gestioni culturali (l'attenzione all'inconscio) e la tendenza a correlare l'analisi del profondo alla ricerca di un nuovo impianto narrativo più che in una effettiva analogia di soluzioni formali. La confessione di Zeno resta ben lontana dal "flusso di coscienza" dell'Ulisse, il capolavoro di Joyce.
    Il primo romanzo: Una vita
    Una vita (1892). Alle origini il romanzo venne presentato all'editore Trevez con il titolo "Un inetto", in seguito Svevo fu invitato dallo stesso Trevez a modificare il titolo del romanzo, reintitolandolo così "Una vita". Detto ciò il romanzo presenta nello schema una storia tardoverista, configurandosi come racconto di un vinto, cioè di un uomo sconfitto dalla vita. Ma rispetto al romanzo naturalista è evidente lo scarto: Alfonso è sconfitto non da cause esterne, sociali, ma interiori, proprie del suo modo di essere. Il protagonista incarna la figura dell'inetto, cioè di un uomo caratterizzato non da un'incapacità generica, ma da una volontà precisa di rifiutare le leggi sociali e la logica della lotta per la vita.
    Breve sintesi del romanzo
    Alfonso Nitti, trasferitosi dalla campagna a Trieste, trova un impiego in banca, ma non riesce a stabilire contatti umani e vede le sue ambizioni economiche e letterarie frustrate. Vive una relazione prettamente sessuale con Annetta Maller, figlia del proprietario della banca. Potrebbe ricoprire la figura del pater familias sposando Annetta; ma Alfonso, preso dall'inettitudine fugge al paese natale adducendo la scusa di dover dare conforto alla madre gravemente ammalata. In seguito alla morte della madre è convinto di aver trovato finalmente il suo modus vivendi che consiste nel dominare le passioni. In realtà il protagonista è ben presto furia di queste ultime. Infatti ritornato a Trieste, rivede Annetta e le scrive una lettera, questa però si è sposata con suo cugino Macario scatenando la gelosia di Alfonso. Annetta non risponde a questa lettera e nel frattempo suo fratello vuol fare un duello con Alfonso che continua ad infastidire Annetta. Il protagonista preferisce suicidarsi, conscio del suo fallimento.
    Il secondo romanzo: Senilità
    Nel 1898 appare sull'Indipendente a puntate il suo secondo romanzo Senilità che verrà pubblicato, sempre a spese dell'autore, nello stesso anno ma non otterrà alcun successo.
    Breve sintesi del romanzo
    Emilio Brentani, 35 anni, è conosciuto a livello cittadino per aver scritto un romanzo, e lavora come impiegato in una compagnia di assicurazioni. Vive in un appartamento con la sorella Amalia, che lo accudisce. Emilio conosce Angiolina, di cui si innamora, e ciò lo porta a trascurare la sorella e l'amico Stefano Balli, scultore, che compensa i pochi riconoscimenti artistici con i successi con le donne. Stefano non crede nell'amore, e cerca di convincere Emilio a "divertirsi" con Angiolina, che è conosciuta in città con una pessima fama. Emilio dimostra invece tutto il suo amore nei confronti di questa donna, arrivando anche a trascurare gli indizi degli amici che cercavano di avvertirlo dei suoi numerosi tradimenti. Stefano comincia a frequentare casa Brentani con maggiore assiduità, e Amalia finisce per innamorarsene. Emilio, geloso della sorella, allontana Stefano, e Amalia torna triste e malinconica e comincia a stordirsi con l'etere, finché non si ammala di polmonite. Emilio segue la sorella malata, ma col pensiero sempre rivolto ad Angiolina, arrivando anche ad abbandonare la sorella più volte per andare ad un appuntamento con lei. Dopo la morte della sorella Amalia, Emilio smette di frequentare Angiolina, pur amandola, e si allontana da Stefano Balli. Viene poi a sapere che Angiolina è fuggita con il cassiere di una banca. Anni dopo, nel ricordo, Emilio vede le due donne fuse in una singola persona, con l'aspetto dell'amata e il carattere della sorella.
    Il ritorno al lavoro
    Deluso dall'insuccesso letterario decide di dedicarsi esclusivamente al commercio e diventa curatore di affari nel colorificio Veneziani che appartiene al suocero Gioacchino.

    Per motivi d'affari legati al colorificio dove lavora, negli anni tra il 1899 e il 1912, Svevo deve intraprendere diversi viaggi all'estero e sembra aver completamente dimenticato la sua passione letteraria. In realtà egli continua a scrivere e certamente a questo periodo risalgono le opere Un marito, Le avventure di Maria e una decina di racconti
    Il periodo bellico e la ripresa letteraria
    Nel 1915, allo scoppiare della prima guerra mondiale, la famiglia abbandona Trieste e Svevo rimane da solo a dirigere il colorificio che però verrà chiuso qualche anno dopo.

    Senza più l'attività lavorativa, egli riprende i suoi studi letterari e intraprende la lettura degli autori inglesi interessandosi inoltre al metodo terapeutico di Freud del quale, in collaborazione con un nipote medico, traduce Über den Traum che è una sintesi del Significato dei sogni.
    Il terzo romanzo: La coscienza di Zeno
    Nel 1919 inizia a scrivere il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che pubblicherà nel 1923 presso l'editore Cappelli di Bologna.

    Joyce che legge il romanzo e lo apprezza, consiglia l'amico di inviarlo ai critici francesi V. Larbaud e B. Cremieux che dedicheranno, nel 1926, alla Coscienza di Zeno e agli altri due romanzi la maggior parte del fascicolo della rivista "Le navire d'argent". Ma intanto anche in Italia, qualcosa si smuove e sulla rivista milanese "L'esame" esce, nel 1925, un intervento di Eugenio Montale intitolato Omaggio a Italo Svevo.
    L'opera
    L'opera riassume l'esperienza umana di Zeno, il quale racconta la propria vita in modo così ironicamente disincantato e distaccato che l'esistenza gli appare tragica e insieme comica. Zeno ha maturato delle convinzioni (la vita è lotta; l'inettitudine non è più un destino individuale, come sembrava ad Alfonso o a Emilio, ma è un fatto universale; la vita è una "malattia"; la nostra coscienza un gioco comico e assurdo di autoinganni più o meno consapevoli), e in forza di tali assunti il protagonista acquista quella saggezza necessaria per vedere la vita umana come una brillante commedia e per comprendere che l'unico mezzo per essere sani è la persuasione di esserlo. Essa è caratterizzata da un'architettura particolare: il romanzo, nel senso tradizionale non c'è più; subentra il diario, in cui la narrazione si svolge in prima persona e non presenta una gerarchia nei fatti narrati, a ulteriore conferma della frantumazione dell'identità del personaggio narrante. Il protagonista, infatti, non è più una figura a tutto tondo, un carattere, ma è una coscienza che si costruisce attraverso il ricordo, ovvero di Zeno esiste solo ciò che egli intende ricostruire attraverso la sua coscienza.
    Breve sintesi del romanzo
    II romanzo si apre con la Prefazione, lo psicanalista "dottor S." induce il paziente Zeno Cosini, vecchio commerciante triestino, a scrivere un'autobiografia come contributo al lavoro psicanalitico. Poiché il paziente si è sottratto alle cure prima del previsto, il dottore per vendicarsi pubblica il manoscritto.
    Nel preambolo Zeno racconta il suo accostamento alla psicanalisi e l'impegno di scrivere il suo memoriale, raccolto intorno ad alcuni temi ed episodi.
    Il fumo racconta dei vari tentativi attuati dal protagonista per guarire dal vizio del fumo, che rappresenta la debolezza della sua volontà.
    In La morte di mio padre è raccontato il difficile rapporto di Zeno con il padre, che culmina nello schiaffo dato dal genitore morente al figlio.
    In Storia del mio matrimonio Zeno si presenta alla ricerca di una moglie. Frequenta casa Malfenti e si innamora di una delle figlie del padrone di casa, Ada la più bella delle quattro figlie; costei però lo respinge. Dopo essere stato rifiutato da un'altra delle ragazze, viene accettato dalla materna e comprensiva Augusta.
    Nel capitolo La moglie e l'amante, Zeno rievoca la relazione con Carla; egli non sa decidersi fra l'amore per la moglie e quello per l'amante, finché è quest'ultima a troncare il rapporto.
    Il capitolo Storia di un'associazione commerciale è incentrato sull'impresa economica di Zeno e del cognato Guido. Sull'orlo del fallimento, Guido inscena un suicidio per impietosire i familiari, ma muore. Ada parte per Buenos Aires.
    Qui terminano i capitoli del memoriale. Zeno, abbandonato lo psicanalista, scrive un altro capitolo, intitolato Psico-analisi. Egli spiega i motivi dell'abbandono della cura e proclama la propria guarigione. Il protagonista indica l'idea che lo ha liberato dalla malattia: "La vita attuale è inquinata alle radici"; in definitiva la capacità di convivere con la propria malattia è come una persuasione di salute.
    Il finale è duplice: il primo comporta la dichiarazione di Zeno di essere "guarito" perché è un uomo ricco e di successo (conclusione a lieto fine). Il secondo è contenuto nelle due pagine conclusive del romanzo e sembra non avere un collegamento con il personaggio "Zeno". Pertanto ci si affida a delle interpretazioni. Due sono quelle ricorrenti: Il mondo sarà distrutto da una "deflagrazione universale": un esplosivo collocato al centro della terra. Esso verrà fatto esplodere. Sarebbe il simbolo dell'impossibilità di risolvere il problema esistenziale dell'uomo. Una seconda interpretazione sarebbe di tipo socio-politico, di impronta marxiana: quel mondo è la classe borghese che cadrà su se stessa.
    Gli ultimi anni
    Svevo intanto lavora a una serie di novelle e ad un quarto romanzo, Il Vecchione o Le confessioni di un vegliardo, quando, a causa delle ferite riportate in un incidente automobilistico lungo la Postumia vicino a Motta di Livenza, in provincia di Treviso, perde la vita il 13 settembre del 1928 e le opere e gli abbozzi intrapresi verranno pubblicati solamente postumi.
    Temi principali
    La Malattia.
    L'Inettitudine.
    Scrittura come mezzo di salvezza.
    La morale.
    Svevo e l'inettitudine dell'uomo contemporaneo
    Anche Svevo partì da una formazione culturale essenzialmente naturalistica ed è indiscutibile che nei primi romanzi ci siano diversi richiami alla letteratura del verismo e del naturalismo: l’impegno nella descrizione di differenti categorie sociali, l’attenzione ai particolari minuti caratterizzanti un personaggio, la capacità di rappresentazione completa della figura umana, l’attenzione con cui viene reso un ambiente, Trieste, nella varietà delle stagioni, delle ore, nei suoi aspetti popolari e borghesi. Ma tutto questo interessa Svevo solo relativamente, in quanto si riflette all’interno del protagonista del romanzo, determinandone l’ambiguo rapporto col mondo esterno. La novità di Svevo consiste proprio nell’attenzione che egli accorda al rapporto personaggio – realtà ed alla scoperta della fondamentale falsità di questo rapporto. Infatti i protagonisti dei suoi romanzi, sia Alfonso Nitti (Una vita), sia Emilio Brentani (Senilità), incapaci di affrontare la realtà si autoingannano, cercano cioè di camuffare la propria sconfitta con una serie di atteggiamenti psicologici che Svevo con puntigliosa precisione svela. Ma tutto è inutile: è la vita ambigua e imprevedibile contro la quale a nulla vale l’autoinganno ad avere partita vinta, ed alla fine essa stritola i protagonisti dei romanzi di Svevo, che in comune hanno la totale inettitudine a vivere. All’autore dunque interessa proprio il modo di atteggiarsi dell’uomo di fronte alla realtà; ma questa partita con la vita si risolve sempre in una sconfitta per l’uomo. I tre romanzi di Svevo costituiscono una sorta di trilogia narrativa, che progressivamente sviluppa una tematica spirituale a sfondo autobiografico la quale tende non tanto ad una narrazione oggettiva dei fatti quanto a cogliere, attraverso un’analisi spregiudicata, i recessi più segreti ed inconfessabili della coscienza. Per questo i protagonisti dei tre romanzi, Alfonso Nitti, Emilio Brentani, Zeno Cosini, appaiono sostanzialmente affini. Essi sono vinti dalla vita, uomini incapaci di vivere se non interiormente, intenti a sottoporsi ad un continuo esame e a sondare i meandri più segreti del loro Io, incapaci, specie i primi due, di inserirsi e di intervenire attivamente nel mondo. La senilità diviene consapevolmente un momento non solo cronologico, ma ideale dell’esistenza umana e diviene il simbolo di una radicale assenza dalla realtà, icona dell’incapacità di dominarla e trasformarla. Per questo l’uomo sveviano può essere definito un antieroe, un uomo senza qualità che non sa vivere come gli altri e con gli altri e che però, a differenza degli altri, è pienamente consapevole del proprio fallimento. Dunque i protagonisti dei romanzi di Svevo sono dei vinti, vittime non tanto degli eventi, spesso i più comuni, che qualunque persona sana saprebbe affrontare a proprio vantaggio; bensì sono vittime del Caso o delle strutture sociali, quanto di una loro indefinibile malattia composta di immobilismo ed accidia, quella che l’autore chiamò appunto senilità.
    Questa tematica è stata approfondita ne La coscienza di Zeno, il romanzo più maturo ed originale dello scrittore triestino. La coscienza di Zeno appare 25 anni dopo Senilità e differisce dai precedenti due romanzi per il quadro storico in cui matura l’opera che, infatti, risulta particolarmente mutato dal cataclisma della guerra mondiale la quale chiude effettivamente un’epoca aprendo le porte a nuove concezioni filosofiche che superano definitivamente il Positivismo sostituito dall’esplosione delle avanguardie e dall’affacciarsi della teoria della relatività. Appare evidente, dunque, che il romanzo di Svevo non potesse non risentire di questa diversa atmosfera, cambiando, per questo, prospettive e soluzioni narrative ed arricchendosi di nuovi temi e risonanze. L’autore abbandona il modulo ottocentesco di matrice naturalistica del romanzo narrato da una voce anonima ed estranea al piano della vicenda e adotta l’espediente del memoriale. Svevo, infatti, finge che il manoscritto prodotto da Zeno su invito del suo psicanalista, venga pubblicato dallo stesso dottor S (iniziale che sta per Sigmund Freud o per Svevo?) per vendicarsi del paziente che si è sottratto alla sua cura frodandolo del frutto dell’analisi. Il libro quindi è concepito come una confessione psicanalitica, ispirata ai metodi di Sigmund Freud, il quale spiegava gli stati e le reazioni coscienti dell’individuo come un riflesso di complessi psichici stratificatisi nel subcosciente durante l’infanzia. Zeno Cosini è un uomo mancato, un abulico che, attraverso la confessione, tenta invano di comprendere se stesso e di liberarsi dal suo torpore e dalla sua inerzia spirituale. Questa confessione approda al riconoscimento dell’imprevedibilità di ogni esperienza umana e dell’impossibilità di dare una sistemazione logica compiuta al nostro oscuro e complesso modo di agire. Da qui lo scoraggiato e rassegnato guardarsi vivere del protagonista (tema già pirandelliano) e la sua sterile saggezza, che consiste in una lucida e spietata consapevolezza della propria malattia, accompagnata dalla totale sfiducia di poterla in qualche modo superare. Tema del romanzo è dunque la vita di Zeno Cosini, ma non quale essa fu effettivamente, bensì quale essa si rivela e si fa nel momento in cui viene rivissuta dal protagonista, intrecciata indissolubilmente con il presente e con le interpretazioni soggettive, consce ed inconsce, del vecchio Zeno. Lo scrittore chiama il tempo della narrazione tempo misto proprio per la caratteristica del racconto che non presenta gli avvenimenti nella loro successione cronologica lineare, ma inseriti in un tempo tutto soggettivo che mescola piani e distanze, un tempo in cui il passato riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili al presente in un movimento incessante, in quanto resta presente nella coscienza del personaggio narrante. All’interno del memoriale, l’autobiografia appare un gigantesco tentativo di autogiustificazione da parte dell’inetto Zeno che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti con il padre, con la moglie, con l’amante e con il rivale Guido, anche se comunque traspaiono ad ogni pagina i suoi impulsi reali che sono regolarmente ostili ed aggressivi, alle volte addirittura omicidi. Per tutto il romanzo, infatti, ogni suo gesto, ogni sua affermazione rivela un groviglio complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse, spesso addirittura opposte rispetto a quelle dichiarate consapevolmente. Il personaggio dunque si costruisce attraverso il suo ricordare e non esiste, in ultima analisi, che in questo prendere coscienza di se stesso, sicché Zeno non è che La coscienza di Zeno, o forse sarebbe meglio dire che egli narra dietro mascheramenti autogiustificatori la propria incoscienza. Insomma, narrando oggi i fatti di ieri, Zeno scardina le categorie temporali in quanto il fatto o l’atteggiamento psicologico si presentano sfaccettati, con una contaminazione di presente e passato e con una molteplicità di valutazioni dovute alle progressive modificazioni che quel ricordo ha assunto alla luce delle esperienze posteriori, con un notevole complicarsi dell’impostazione della trama e della tecnica narrativa.
    Abbiamo come conseguenze principali il dissolversi del personaggio; infatti lo scrittore tradizionale ce lo presentava oggettivamente come una realtà autonoma da descrivere, mentre ora questa realtà del personaggio la vediamo nel suo farsi. Inoltre viene mutato il piano di rappresentazione: dal piano oggettivo dello scrittore – narratore, creatore ed organizzatore delle vicende, si passa al piano soggettivo del protagonista che dice “Io”, e ciò tramite una particolare tecnica di cui James Joyce è il principale artefice, ovvero quella del monologo interiore, che consiste nella trascrizione immediata, senza alcun ordine razionale o sintattico, di tutto ciò che in modo tumultuoso si agita nella coscienza. Il romanzo così approfondisce, mediante questa nuova tecnica narrativa, la ricerca psicologica iniziata nei due romanzi precedenti. Anche Zeno è un inetto di fronte alla vita, ma è un personaggio psicologicamente più ricco, in quanto ha lucida consapevolezza della sua malattia morale e del complesso meccanismo di giustificazioni e di alibi a cui è solito ricorrere nella vita di tutti i giorni. Di conseguenza, con Zeno, Svevo approfondisce la sua diagnosi della crisi dell’uomo contemporaneo che è tanto più grande quanto maggiore ne è l’autoconsapevolezza. Infatti i suoi personaggi, ridotti a subire la vita con una sofferenza rassegnata, lucidamente consapevoli della loro malattia e della loro sconfitta di fronte alla vita stessa e pur tuttavia incapaci di lottare, riflettono la crisi dell’uomo del primo Novecento che sotto esteriori certezze avverte il vuoto, causa principale dell’inquietudine e dell’angoscia esistenziale.
    Per questo l’opera di Svevo è idealmente vicina a quella di Luigi Pirandello, di James Joyce, di Marcel Proust: essa testimonia il male dell’anima moderna. Emerge all’analisi di Svevo una condizione di alienazione dell’uomo che risulta lucidamente incapace di avviare un rapporto operoso con la realtà che lo circonda. Zeno ad esempio è un vinto consapevole ma senza grandezza, perché l’inettitudine esclude la lotta. Questa condizione però, per Svevo, non è connaturata all’uomo, bensì deve imputarsi a precise ragioni storiche. La spirale produttivistica di una società come l’attuale ha ridotto così l’umanità e potrebbe produrre la catastrofe, come si capisce dall’ultima pagina del romanzo:
    Per lo scenario apocalittico di una società del genere non c’è salvezza. Svevo condanna senza clemenza la società borghese capitalista, ma non ne vede alternative sul piano storico. L’unica alternativa è infatti sul piano individuale: la sola salvezza per il singolo individuo è nell’acquisizione della coscienza, nella consapevolezza della condizione umana, delle menzogne e degli alibi con i quali mascheriamo le nostre fughe dalla realtà, laddove ci si sappia adattare, come Zeno, alla propria inettitudine. Le uniche vie di salvezza, insomma, sono l’autocoscienza e l’ironia. Ed ecco allora l’ironia che si avverte in tante pagine de La coscienza di Zeno, il vedersi vivere spesso divertito del protagonista. In questa lucidità ironica sta la principale differenza con i precedenti protagonisti sveviani, e la profondità psicologica ed esistenziale di Zeno Cosini: un ultimo per forza del destino, il cui nome inizia con l'ultima lettera dell'alfabeto; un inetto per definizione, come si capisce dallo striminzito cognome.
    Opere
    Statua di Italo Svevo in Piazza Hortis, di fronte al Museo di storia naturale di Trieste.
    L'avvenire dei ricordi (1877)
    Ariosto Governatore (1880)
    Il primo amore (1880)
    Le roi est mort, vive le roi! (1880)
    I due poeti (1880)
    Difetto moderno (1881)
    La storia dei miei lavori (1881)
    I tre caratteri, poi chiamato La gente superiore (1881)
    Una lotta (racconto) (1888)
    L'assassinio di via Belpoggio (1890)
    Una vita (1892)
    Senilità (1898)
    La coscienza di Zeno (1923)
    La madre (1926)
    Una burla riuscita (1926)
    Vino generoso (1926)
    La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1926)
    Terzetto spezzato (1927)
    Il vecchione (incompiuto, postumo)
    Corto viaggio sentimentale (incompiuto, postumo)
    La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (postumo: 1930 e 2008)
    Trasposizioni cinematografiche
    Le opere di Svevo sono state apprezzate dal cinema in misura minore e soprattutto negli ultimi anni. Comunque i risultati cinematografici sono stati buoni, rivelando la versatilità dei suoi romanzi.
    Il primo film è Senilità del 1962, diretto e sceneggiato da Mauro Bolognini. Gli attori sono di rilievo con Anthony Franciosa in Emilio Brentani, Claudia Cardinale in Angiolina Zarri, Betsy Blair in Amalia Brentani e Philippe Leroy in Stefano Balli. Il film ha avuto un buon successo vincendo il premio alla regia al Festival di San Sebastian e il Nastro d'argento per la migliore scenografia e i migliori costumi. Venne proiettato in diversi paesi come la Francia, gli Stati Uniti e il Regno Unito.
    Nel 1986 viene prodotto Desiderando Giulia ispirato a Senilità ma si cambia ambientazione e periodo storico. Il film è diretto e sceneggiato da Andrea Barzini e Gianfranco Clerici. Il risultato è modestissimo anche per gli attori, Serena Grandi in Giulia e Johan Leysen in Emilio.
    Nel 1988 viene prodotto per la TV La coscienza di Zeno diretto da Sandro Bolchi con la sceneggiatura di Dante Guardamagna e Tullio Kezich. Il risultato è ottimo con attori come Johnny Dorelli in Zeno Cosini, Ottavia Piccolo in Augusta Malfenti, Andrea Giordana in Guido Speier e Eleonora Brigliadori in Ada Malfenti.
    Ispirato liberamente a due capitoli della La coscienza di Zeno è Le parole di mio padre del 2001 di Francesca Comencini con Fabrizio Rongione in Zeno Cosini, Chiara Mastroianni in Ada e Mimmo Calopresti in Giovanni Malfenti. La sceneggiatura di Francesco Bruni e della stessa Comencini è ottima e riprende con maestria e profonda analisi psicologica uno degli episodi chiave del romanzo.
    La Francia produce, invece, La novella del buon vecchio e della bella fanciulla con un film per la TV del 1996, diretto da Claude Goretta.
    Svevo e il morbo di Basedow
    Nel quinto capitolo de La coscienza di Zeno il protagonista racconta come sua cognata Ada sia affetta dal morbo di Basedow; Zeno inizia così a studiare ed approfondire questa malattia, arrivando a paragonare il morbo con la vita. Pensa infatti che la vita sia come una linea retta, dove ad una estremità vi siano le persone più energiche, con un battito di cuore sfrenato, ed all'altra estremità vi siano invece gli organismi immiseriti per avarizia e noia. Il giusto uomo dovrebbe essere al centro di questa linea, perché al centro vi è la salute.
    Note


      ^ Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Milano, Mondadori 1985, pp. 388 - 389.

    Voci correlate
    La coscienza di Zeno
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