Immanuel Kant (1724-1804)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1804
  • Data di nascita: 22 Aprile 1724
  • Professione: Filosofo
  • Luogo di nascita: Königsberg
  • Nazione: Germania
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  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Immanuel Kant
    Firma di I. Kant
    Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804) è stato un filosofo tedesco.
    Fu uno dei più importanti esponenti dell'illuminismo tedesco, e anticipatore - nella fase finale della sua speculazione - degli elementi fondanti della filosofia idealistica.
    Il merito della dottrina kantiana è di aver superato la metafisica dogmatica operando una rivoluzione filosofica tramite una critica della ragione che determina le condizioni e i limiti delle capacità conoscitive dell'uomo nell'ambito teoretico, pratico ed estetico.
    La Critica della ragion pura, pubblicata nel 1781, definisce il metodo del filosofare a cui Kant si atterrà anche nelle due opere successive (Critica della ragion pratica e Critica del giudizio), come pure in altre opere posteriori. La sua attività di pensatore riguarda prevalentemente la gnoseologia, l'etica e l'arte, ma ebbe in gioventù anche interessi scientifici, che coltivò sino al 1760.
    L'ipotesi cosmogonica della nebulosa primitiva, esposta nel 1755 nella Storia universale della natura e teoria del cielo (che egli desunse da Buffon), ebbe molta fortuna e gli diede fama anche nel campo dell'astronomia. Essa fu fatta propria da Laplace che la rielaborò e la rilanciò nel 1796 in Esposizione del sistema del mondo.

    Biografia
    Statua di Kant a Königsberg.
    Iscrizione sopra la tomba di Immanuel Kant.
    L'Università Albertina di Königsberg, dove insegnò Kant.
    Nacque nel 1724 a Königsberg (odierna Kaliningrad), quarto di nove figli, dei quali solo cinque raggiunsero l’età adulta. Trascorse l’intera vita nella città natale, allora capitale della Prussia Orientale, e nei suoi dintorni. Il padre, Johann Georg Kant (1682-1746), era un sellaio originario di Memel, al tempo la città prussiana più settentrionale (oggi Klaipėda, in Lituania); la madre, Anna Regina Reuter (1697-1737), era una seguace del pietismo. L'educazione religiosa impartitagli dalla madre continuò anche nel Collegium Fridericianum (il cui direttore era da poco diventato Franz Albert Schultz, importante esponente di quella corrente religiosa), il più importante punto di riferimento d'attinenza specifica sullo studio del pensiero di quel periodo. Al collegio Kant studiò molto il latino, poco il greco (limitato al Nuovo Testamento) e quasi per nulla le materie scientifiche. Nel 1740, Kant uscì dal collegio per intraprendere studi filosofici, di teologia e di matematica all'Università di Königsberg, dove fu allievo di Martin Knutzen, docente di matematica e fisica newtoniana. Il suo interesse per Newton, ma anche per le scienze in generale, si manifestò in questo periodo nello scritto "Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive", nel quale Kant si soffermò sul problema del calcolo dell'energia cinetica dei corpi. È questa un'opera dalla forte e chiara impronta illuministica: possiamo infatti ritrovarvi le prime tracce del suo "sapere aude", con il quale demolisce l'autorità dei pensatori precedenti in nome di nuove scoperte sorrette dall'intelletto (è chiaro il rinvio a Francesco Bacone). Dal 1747 al 1754 ebbe delle esperienze come precettore privato; sono questi gli anni più difficili della sua vita, durante i quali è costretto ad una grande fatica per guadagnarsi da vivere, ma sono anche ricchi di stimoli per i suoi studi in ambito scientifico. Nel 1755 ottenne la licenza di magister, mansione che esercitò per quindici anni. Non ha però ancora uno stipendio fisso (viene pagato direttamente dagli studenti), e ciò lo obbliga a lavorare molto; prepara meticolosamente le sue lezioni, dimostrandosi un buon insegnante e piacevole da ascoltare. Nel 1770 lavorò come vice-bibliotecario presso la Reale Biblioteca, nello stesso anno in cui pubblicò la Dissertazione, testo grazie al quale riuscì ad ottenere la cattedra di metafisica e logica all'Università di Königsberg, dove svolse la professione sino alla morte avvenuta nel 1804, compiendo con scrupolosità i suoi obblighi accademici anche quando per debolezza senile gli divennero estremamente gravosi. È in questi anni che prepara e poi scrive le sue tre più grandi opere: la Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio.

    Herder, che fu suo scolaro negli anni 1762-1774, ci ha lasciato questa immagine di lui:
    La vita di Kant fu priva di avvenimenti sconvolgenti, dedicata interamente alle attività intellettive, a cui fece cornice uno stile di vita regolare ed abitudinario. La sua giornata cominciava alle cinque, subito dedicata al lavoro, e continuava con la colazione, poi una passeggiata, il riposo alle dieci. Non lasciò mai la sua città natale, neanche dopo la chiamata dell'università di Halle che gli offriva uno stipendio più alto, un maggior numero di studenti e di conseguenza anche maggior prestigio. Era convinto che Königsberg fosse il posto ideale per i suoi studi. L'unico fatto che uscì davvero fuori dai canoni di una vita completamente dedicata allo studio, fu lo screzio che ebbe con il governo prussiano a seguito della seconda edizione, pubblicata nel 1794, di Religione nei limiti della semplice ragione, ma con l'incoronazione di Federico Guglielmo III la libertà di stampa venne ripristinata e Kant rivendicò la libertà di pensiero nel "Conflitto delle facoltà", del 1798.
    Morì nel 1804, colpito dal morbo di Alzheimer, mormorando «Es ist gut» (sta bene).
    Le opere
    Le opere fondamentali di Kant sono nel periodo cosiddetto "critico" (dal 1771 al 1790): la Critica della ragion pura(1781), la Critica della ragion pratica (1788) e la Critica del Giudizio (1790), precedute da una notevole serie di opere minori in età giovanile. In seguito Kant si orientò sempre di più verso gli interessi teologici e di questo periodo sono due opere fondamentali del suo pensiero maturo: La religione nei limiti della semplice ragione, del 1793, e La metafisica dei costumi, del 1797. Segue nel 1798 L'antropologia dal punto di vista pragmatico e altre opere minori.
    Fase pre-critica
    La filosofia di Kant si può dividere in un due grandi momenti: il periodo definito precritico, che arriva fino alla "gran luce" del 1769, propedeutica alla pubblicazione della Dissertatio nel 1770, e il periodo critico, che si estende dalla Dissertatio fino alla morte e vede in particolare la pubblicazione delle tre critiche, ossia la Critica della ragion Pura, la Critica della ragion Pratica e la Critica del Giudizio.
    Durante la fase pre-critica Kant mantiene un pensiero filosofico che oscilla fra il Razionalismo e l'Empirismo di Hume, fino alla celebre rivoluzione copernicana, come lui stesso la definì, che aprirà una nuova era per la filosofia. Nel 1770 pubblica infatti la dissertazione De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis, comunemente chiamato solo Dissertazione, che lascia intravedere i primi originali sviluppi della nuova filosofia critica Kantiana. La Dissertazione segna pertanto una tappa fondamentale per lo sviluppo del suo pensiero, e può essere vista come una sorta di trait d'union tra la vecchia filosofia e la nuova filosofia critica che Kant delineerà compiutamente, ben dodici anni dopo, con la Critica della ragion pura nel 1781.
    La Critica della ragion pura
    Il tema principale trattato da Kant nella Critica della ragion pura è quello della conoscenza e della correlazione sussistente tra metafisica e scienza. Gli interrogativi che si pone sono come siano possibili la matematica e la fisica in quanto scienze e la metafisica in quanto disposizione naturale e in quanto scienza.
    Il giudizio corrisponde per Kant all'unione di un predicato ed un soggetto tramite una copula, distingue quindi i giudizi analitici a priori, i giudizi sintetici a posteriori e i giudizi sintetici a priori.


    Il giudizio analitico a priori
    I giudizi analitici a priori sono tautologici perché affermano solamente ciò che è già noto e quindi non danno alcuna informazione aggiuntiva. L'esempio kantiano «Il triangolo ha tre angoli» è un giudizio analitico. Se io analizzo, scompongo il soggetto (triangolo) vedo che esso è costituito da diverse caratteristiche connesse col concetto stesso di triangolo: ha tre angoli, ha tre lati, la somma degli angoli interni è uguale a 180 gradi. Di queste caratteristiche, che conosco senza averne fatto esperienza (a priori), ne metto in evidenza una (ha tre angoli) nel predicato dove dunque non si dice niente di nuovo rispetto al soggetto. Un giudizio analitico può, semmai, aiutare a comprendere più facilmente i concetti impliciti contenuti in un soggetto ma non dà nuove informazioni e non ha un carattere produttivo; è pero universale, vale per tutti gli uomini dotati di ragione, e necessario, una volta affermato non può più essere negato. Se dico che il triangolo ha tre angoli rimarrò fisso per sempre a quest'affermazione. Questo è il tipo di giudizio usato dai razionalisti.
    Il giudizio sintetico a posteriori
    Nel giudizio sintetico, così chiamato perché si può pronunciare in sintesi, in unione con l'esperienza, la connessione fra soggetto e predicato viene pensata "senza identità": il predicato contiene qualcosa di nuovo che non è compreso nel concetto del soggetto, come nell'esempio "alcuni corpi sono pesanti". Infatti alcuni corpi sono pesanti altri leggeri. Si ricordi che l'esempio kantiano si rifà ad Aristotele, per il quale alcuni corpi - terra e acqua - sono per natura pesanti, mentre altri - aria e fuoco - sono per loro natura leggeri. Il predicato, nel giudizio sintetico, è collegato al soggetto in forza dell'esperienza: i giudizi sintetici sono dunque a posteriori, si possono pronunciare solo dopo aver fatto esperienza e per questo essendo collegati alla sensibilità non hanno universalità e necessità ma sono estensivi della conoscenza. Questo è il tipo di giudizio usato dagli empiristi.

    Il giudizio sintetico a priori


    Il giudizio sintetico a priori è un giudizio che, pur ampliando la conoscenza, perché aggiunge qualcosa di nuovo nel predicato, che in questo caso non è implicito nel soggetto (come nei giudizi analitici), presenta i caratteri di universalità e necessità, perché non deriva dall'esperienza (è infatti a priori).
    L'esempio kantiano di 7 più 5 eguale 12 mostra come il predicato (dodici) non è compreso come nei giudizi analitici nel soggetto, ma c'è qualcosa di più: il rapporto di addizione che in 5 e in 7 presi di per sè non hanno. Dunque questo giudizio per un verso non dipende dall'esperienza, e quindi è necessario ed universale, e per altro verso nel predicato dice qualcosa che non era contenuto nel soggetto e quindi è estensivo della conoscenza.
    La validità universale e la certezza che caratterizzano il giudizio sintetico a priori derivano infatti dalla possibilità dell'intelletto di «uscire a priori dal concetto», rivolgendosi all'intuizione pura attraverso la «guida» di un termine medio, cioè dello schema prodotto dall'immaginazione trascendentale. Quando cioè si passa da un concetto ad una intuizione per ottenere un giudizio sintetico a priori occorre stabilire un rapporto con la forma del senso esterno (forma pura spaziale) da parte del senso interno (forma pura temporale) autodeterminata intellettualmente attraverso l'identità dell'appercezione.
    I giudizi sintetici a priori sono i fondamenti su cui poggia la scienza poiché accrescono il sapere (in quanto sintetici), ma non necessitano di essere riconfermati ogni volta dall'esperienza perché universali e necessari. In questo caso Kant ha una posizione nettamente distinta da quella di Hume, in quanto il filosofo scozzese, essendo empirista, riterrebbe necessaria ogni volta una conferma giacché a suo parere non si sarebbe in grado di dire che le cose in futuro non potrebbero cambiare.
    La conoscenza umana
    Giunto a questo punto Kant stabilisce un nuovo sistema conoscitivo per determinare da dove arrivino i giudizi sintetici a priori, se questi non derivano dall'esperienza. Questa nuova teoria della conoscenza è una sintesi di materia (empirica) e forma (razionale ed innata). La prima è la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che provengono dall'esperienza. La seconda è invece l'insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina tali impressioni. In questo modo la realtà non modella la nostra mente su di sé, ma è la mente che modella la realtà attraverso le forme tramite cui la percepisce. La realtà come ci appare in base alle forme a priori è il fenomeno, mentre la realtà così com'è è indipendente da noi ed è per noi inconoscibile. Quest'ultima è detta noumeno.


    Kant definisce quindi la conoscenza come ciò che scaturisce da tre facoltà: la sensibilità, l'intelletto e la ragione. La sensibilità è la facoltà con cui percepiamo i fenomeni e poggia su due forme a priori, lo spazio e il tempo. L'intelletto è invece la facoltà con cui pensiamo i dati sensibili tramite i concetti puri o categorie. La ragione è la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà oltre il limite dell'esperienza tramite le tre idee di anima, Dio e mondo. Su questa tripartizione del processo conoscitivo si articola la Critica della ragione pura suddivisa in dottrina degli elementi e dottrina del metodo. La prima si occupa di studiare le tre facoltà conoscitive tramite l'estetica trascendentale (sensibilità) e la logica trascendentale, a sua volta suddivisa in analitica (intelletto) e dialettica (ragione).
    La suddivisione della Critica della ragion pura può essere così schematizzata:
    Estetica trascendentale
    Kant usa il termine "estetica" intendendo il suo significato etimologico: aisthesis in greco significa "sensazione", "percezione". Infatti, in questa parte della Critica, Kant si occupa della sensibilità e delle sue forme. La sensibilità svolge due ruoli nel processo conoscitivo. Il primo di questi è recettivo (passivo) ed è il procedimento attraverso cui prende i propri contenuti dalla realtà esterna. In seguito la sensibilità svolge il suo secondo ruolo (attivo) e cioè riordina le informazioni empiriche tramite le forme a priori. Queste sono lo spazio e il tempo. Lo spazio è la forma del senso esterno e si occupa dell'intuizione della sola disposizione delle cose esterne. Il tempo è la forma del senso interno e regola la successione delle cose interne.
    Spazio e tempo, secondo Kant,
    sono quadri mentali a priori, "forme" pure che sussistono prima di ogni esperienza, entro cui connettiamo i dati fenomenici, "funzioni", modi di funzionamento della nostra mente,
    sono trascendentali, cioè acquistano senso e significato solo se riferiti all'esperienza ma non appartengono all'esperienza,
    e quindi necessari, cioè anche se volessi non potrei farne a meno nella conoscenza empirica, *ed universali, cioè appartengono a tutti gli uomini dotati di ragione.
    Questi hanno natura intuitiva, cioè non subiscono la mediazione delle categorie, e non discorsiva in quanto non concepiamo lo spazio dai vari spazi, ma intuiamo i vari spazi come un unico spazio (dimostrazione metafisica dell'apriorità dello spazio e del tempo). Secondo Kant la matematica e la geometria sono sintetiche e a priori in quanto la loro validità è indipendente dall'esperienza e aggiungono qualcosa di nuovo al soggetto. La geometria usa intuitivamente lo spazio e la matematica fa lo stesso con il tempo, cioè di successione, senza ricavarli da altro (dimostrazione matematica dell'apriorità dello spazio e del tempo).
    Di conseguenza essendo aritmetica e geometria basati su spazio e tempo, così come la sensibilità umana, allora possono essere applicate al mondo fenomenico.
    Analitica trascendentale
    Kant ritiene che le intuizioni siano delle affezioni (passive) mentre i concetti sono funzioni (attive) che riordinano e unificano più rappresentazioni.
    I concetti possono essere empirici, cioè derivare dall'esperienza, o puri, cioè essere contenuti a priori dall'intelletto. Ciascun concetto è il predicato di un giudizio possibile (esempio: il metallo è un corpo ) e tutti questi sono posti in alcune caselle a priori che sono i concetti puri. I concetti puri vengono chiamati da Kant categorie sull'esempio aristotelico. Tuttavia Kant ne elimina alcune che non hanno a che fare con l'intelletto puro ma con modi della sensibilità pura (quando e luogo) e anche un modo empirico (moto) e alcuni concetti derivati (azione e passione) Differentemente da Aristotele, le categorie in Kant hanno valore esclusivamente gnoseologico-trascendentale, quindi si applicano solo al fenomeno e non alle cose in sé. A ciascun giudizio Kant fa coincidere una categoria.
    Tuttavia, a differenza delle categorie aristoteliche,che hanno un valore ontologico e logico al tempo stesso, essendo simultaneamente forme dell'essere e del pensiero, le categorie kantiane hanno una portata esclusivamente gnoseologico-trascendentale, in quanto rappresentano dei modi di funzionamento dell'intelletto che non valgono per la cosa in sè, ma solo per il fenomeno.
    Dopo aver formulato questa teoria, Kant ne deve dimostrare la validità (deduzione trascendentale). In questo caso il termine deduzione implica la dimostrazione della legittimità di una pretesa di fatto. La deduzione riguarda il "quid iuris" (le cose come le giudichiamo) e non il "quid facti" (le cose come sono in realtà).
    Per giustificare quindi ciò che ci garantisce che la natura obbedirà alle categorie, manifestandosi in esperienza come noi crediamo, Kant procede secondo questo ragionamento:

      l'unificazione del molteplice non è fatta dalla molteplicità (che è passiva), ma da un'attività sintetica che ha sede nell'intelletto;
      distinguendo l'unificazione dall'unità, Kant identifica la suprema unità fondatrice della conoscenza con il centro mentale unificatore, denominato "Io penso", che è comune a tutte le persone ed è quindi universale;
      l'io penso opera tramite i giudizi e cioè il modo in cui il molteplice dell'intuizione viene pensato;
      i giudizi si basano sulle categorie, cioè sui vari modi in cui l'io penso agisce.

    Di conseguenza un oggetto non può essere pensato senza ricorrere alle categorie. Riassumendo:
    i pensieri presuppongono l'io penso;
    l'io penso opera tramite le categorie;
    gli oggetti pensati presuppongono le categorie.
    L'io penso è quindi il principio supremo della conoscenza umana, ma non deve essere inteso come creatore della realtà, ma solo come colui che la ordina. Kant afferma «l'Io è il legislatore della natura». Di conseguenza l'interiorità necessita dell'esteriorità per essere concepita.
    Kant deve quindi spiegare come le categorie possano operare sulla realtà fenomenica. Ciò avviene in quanto il tempo condiziona gli oggetti, ma è a sua volta condizionato dall'intelletto. Di conseguenza, tramite il tempo, l'intelletto è in grado di condizionare gli oggetti fenomenici. Questa soluzione richiama la dottrina dello schematismo, intendendo per schema la rappresentazione intuitiva di un concetto.
    Con la dottrina dello schematismo trascendentale Kant abbina a ogni categoria aristotelica (quantità, qualità, etc.) una forma spazio-temporale, facendo vedere che le categorie sono leggi della mente in quanto lo spazio e il tempo senza oggetti sono un'astrazione che esiste solo nell'io-penso che li colloca sulla "cosa-in-sé" per ordinare il mondo. La sensibilità è la ricezione della "cosa-in-sé", la sua modellazione-ordinamento inconsapevole con lo spazio e il tempo e la visione cosciente del risultato. Esso non è un sogno scelto dall'io, ma un'interpretazione che dipende e varia con gli input che vengono dalla "cosa-in-sé" che è indefinita, ma non indeterminata.
    Da qui Kant definisce i principi dell'intelletto puro, cioè le regole di fondo tramite cui avviene l'applicazione delle categorie agli oggetti. Questi sono quattro come le categorie:

      Assiomi dell'intuizione (categoria della quantità): affermano a priori che tutti i fenomeni intuiti costituiscono delle quantità estensive e per tanto sono conoscibili solo attraverso la sintesi successiva delle sue parti;
      Anticipazioni della percezione (categorie della qualità): affermano a priori che ogni fenomeno percepito ha una quantità intensiva e per tanto sono suddivisibili indefinitamente;
      Analogie dell'esperienza (categorie della relazione): affermano a priori che l'esperienza costituisce una trama necessaria di rapporti basata sui principi:
      a) della permanenza della sostanza;
      b) della causalità;
      c) dell'azione reciproca;
      Postulati del pensiero empirico in generale (categorie di modalità): stabiliscono
      a) ciò che è possibile;
      b) ciò che è reale;
      c) ciò che è necessariamente.

    Le leggi particolari possono essere desunte soltanto dall'esperienza.
    Il conoscere ha come limite l'esperienza, in quanto, procedendo oltre questa, non vi sono prove della sua fondatezza. Noi possiamo quindi solo conoscere la realtà fenomenica, cioè la realtà per-noi, ma mai la realtà in-sé. Questo "in-sé", che per noi è precluso, può essere conosciuto solo da un'eventuale intelligenza divina superiore, ma non può essere in rapporto conoscitivo con noi. Kant identifica l'"in-sé" con il termine greco noumeno. Kant distingue l'esperienza secondo due accezioni. La prima implica la sola esperienza sensoriale, la seconda invece comprende la totalità della conoscenza fenomenica, cioè la conoscenza sensoriale tramite le forme a priori della mente.
    Dialettica trascendentale
    In quest'ultima parte dell'opera Kant si occupa del problema della metafisica come scienza.
    Con Kant ritorna centrale il problema che aveva abitato la filosofia moderna da Cartesio in poi: il significato della realtà nella sua totalità e, quindi, la possibilità di fare della metafisica una scienza. La questione era stata accantonata dall'Illuminismo anglo-francese, che si era dedicato, con aspirazioni scientifiche, a ricerche in campi particolari secondo un criterio utilitaristico sia in ambito conoscitivo che morale. Per Kant, la ragione non si limita a dominare il terreno dell'esperienza: anche generando errori ed illusioni, essa tende ad agire nell'orizzonte della metafisica. Con lui s'attua il distacco sia dalla tradizione della metafisica razionalista (secondo la quale era possibile cogliere razionalmente la totalità), sia dalla tradizione illuminista settecentesca (che attribuiva alla ragione l'unico compito di dare rigore al sapere scientifico).
    Il termine dialettica assume il significato di logica della parvenza, arte sofistica in grado di dare alla proprie illusioni l'aspetto della verità, a prescindere dal sapere fondato. Nella dialettica trascendentale Kant intende motivare la necessità profonda che spinge l'uomo ad indagare su argomenti che vanno oltre l'esperienza tramite ragionamenti fallaci. Ciò è dovuto al desiderio innato della mente umana che la spinge a voler trovare una conoscenza totale della realtà. Questo si fonda su tre idee trascendentali:

    l'anima: totalità dei fenomeni interni;

    il mondo (o cosmo): totalità dei fenomeni esterni;

    Dio: totalità di tutte le totalità e fondamento di ogni cosa.

    A ciascuna di queste tre associa una scienza che, procedendo erroneamente oltre il limiti del pensiero, giunge a conclusioni sbagliate.
    L'anima è studiata dalla psicologia razionale che è fondata, secondo Kant, su un paralogisma, cioè su un ragionamento errato che consiste nell'applicare la categoria di sostanza all'io penso rendendolo così una realtà eterna, spirituale, immortale, incorruttibile e personale. In realtà l'io penso è un'unita formale che non ha nessuna prova empirica e di cui quindi non è possibile conoscere nulla, ma è soprattutto una funzione logica a cui non si possono applicare le categorie che agiscono solo sugli elementi di derivazione empirica.
    Il mondo è studiato dalla cosmologia razionale che pretende di riuscire a spiegare il cosmo nella sua totalità, cosa impossibile a partire dal fatto che è impossibile avere un'esperienza di tutti i fenomeni, ma si può avere solo di alcuni. Pertanto i metafisici, quando tentano di spiegarlo, cadono in procedimenti razionali contraddittori con sé stessi (antinomie) e cioè due ragionamenti egualmente validi e dimostrabili dal punto di vista razionale, ma opposti tra di loro e tra cui è quindi impossibile operare una scelta poiché manca un criterio valido. Le antinomie sono quattro: finità/infinità del mondo, semplicità/complessità del mondo, libertà/non libertà della causalità delle leggi di natura, ente necessario/contingente delle cause cosmiche.
    Dio è invece l'oggetto di studio della teologia razionale, ma è al tempo stesso una concezione che trae le proprie origini da semplici passaggi razionali e non empirici. Per tanto nulla può essere detto sulla sua natura, ma, i teologi, hanno elaborato per colmare questa mancanza tre prove dell'esistenza di Dio:
    Ontologica: Questa dimostrazione di Dio viene proposta per la prima volta da Sant'Anselmo d'Aosta. Delle tre prese in considerazione da Kant, questa è forse la più raffinata dal punto di vista logico, basandosi su di un solido ragionamento deduttivo a priori. Se Dio viene definito come l'essere perfettissimo, del quale non si può pensare niente di maggiore, non può esistere solo nella mente ma anche nella realtà. Da ciò segue che non si può pensare Dio come essere perfettissimo, senza postulare la sua esistenza, in quanto potrei pensare a un essere uguale, ma non esistente nella realtà, ma questa è una contraddizione interna al mio ragionamento, perciò Dio deve esistere anche nella realtà. Kant dice che questo ragionamento si basa su di un salto mortale metafisico, che dal piano logico passa al piano ontologico. L'idea di perfezione non contiene al suo interno l'esistenza, che quindi non può essere dedotto a priori, ma solamente a posteriori; Anselmo considerava l'esistenza un predicato, mentre è un quantificatore, come dimostrato da Gottlob Frege nei suoi Scritti postumi del 1986.
    Cosmologica: La prova cosmologica dell'esistenza di Dio si basa sulle cinque vie di San Tommaso d'Aquino. Queste si basano sulla logica aristotelica. È evidente che il mondo sia regolato sul principio di causa-effetto, e risalendo a ritroso la catena causale si deve ammettere la presenza di una causa prima incausata, poiché se non esiste la causa, non esisterebbe l'effetto, ma se esiste l'effetto, deve necessariamente esistere la causa, che coincide con Dio. Kant sostiene che questo argomento è fondato sull'errata applicazione della categoria di causalità, utilizzata per passare dal mondo fisico-fenomenico al piano metafisico. Inoltre questa dimostrazione di Dio richiama implicitamente la prova ontologica, in quanto la causa è necessaria e perfetta non può fare a meno di esistere;
    Fisico-teologica o Teleologica: Delle tre, questa è la prova più intimamente accettabile, poiché afferma l'esistenza di una realtà ordinata e strutturata, deve esserci una mente ordinatrice, che viene associata con Dio. Per spiegare l'ordine della natura, bastano le sole leggi scientifiche e non un essere metafisico. Da questo punto di vista, basterebbe soltanto un dio ordinatore e non creatore, quindi il Demiurgo platonico e non il Dio creatore cristiano. Perciò si ricade nella prova cosmologica, in quanto questo essere sarebbe la causa della natura.
    L'uomo ha sempre preteso di dimostrare l'esistenza di un Essere che abbia le stesse caratteristiche del mondo (mirabile, saggiamente conformato, ecc...), ma trascura che queste caratteristiche sono determinate e relative a noi, che in quanto finiti non possiamo fare esperienza dell'infinito – ed è in fondo anche per questo motivo che il pensiero critico kantiano può essere definito "ermeneutica della finitudine", interpretazione del finito o filosofia del limite. È comunque importante notare che Kant non assume una posizione atea, in quanto non nega l'esistenza di Dio, ma semplicemente nega la possibilità di dimostrarla: egli è pertanto agnostico. La figura di Dio viene ripresa all'interno della Critica della Ragion Pratica.
    Così, all'interno della sua speculazione filosofica, le idee trascendentali o metafisiche hanno soltanto funzione regolativa, e non certo costitutiva. Queste rappresentano una sorta di idea limite verso le quali dirigere la conoscenza del mondo. Da questo il concetto di noumeno perde il suo attributo di esistenza, ma rappresenta solo il concetto limite di ogni nostra idea, assumendo soltanto valenza logica. Per questo la filosofia kantiana viene chiamata filosofia del limite.
    Da queste deduzioni, Kant opera un nuovo concetto di metafisica intendendola come scienza dei concetti puri. Questa è divisa in metafisica della natura (studia i principi a priori della conoscenza della natura) e la metafisica dei costumi (studia i principi a priori dell'azione morale).
    La Critica della ragion pratica
    Contrapposta alla ragione teoretica è la ragione pratica. Una volta negata la possibilità di una comunione universale, di un "mondus intelligibilis" (Kant non può che distinguere, secondo l'analisi eseguita sulla ragion pura, il mondo in fenomeno e cosa in sé), viene introdotta l'ipotesi di un'unità morale. La morale che propone Kant è uno studio sul giusto agire degli uomini che non prescinde dalle regole dettate dalla ragione, ossia l'etica per essere giusta deve seguire i percorsi della ragione, ed è pur sempre ragione, non teoretica, ma pratica.
    In particolar modo Kant introduce il concetto di imperativo categorico, ovvero un comportamento è da considerare morale in modo categorico "senza possibilità di smentita" quando è universalmente riconosciuto, giusto in ogni momento ed in ogni situazione umana. Questo comportamento diventa allora vincolante per la morale di tutti gli uomini, ed una sua mancata applicazione significherebbe azione immorale.
    L'idea è che l'uomo possa farsi guidare dalla ragione non solamente nel campo delle scienze ma anche nel campo della pratica morale dell'etica. In particolare l'imperativo categorico che deve guidare l'uomo come necessità volontaria non è una costrizione ma un aderire ad una legge razionale che l'uomo stesso ha formulato per mezzo della propria ragione.
    L'etica e l'imperativo categorico
    Kant distingue fra imperativi ipotetici e imperativo categorico. Il rischio di una morale utilitaristica come quella cui più tardi pervenne l'inglese Bentham, portò il filosofo a cercare il fondamento della morale in un comando non condizionale.
    Silhouette di Kant
    Dimostrato che la ragione che pretende di parlare dell'incondizionato cade in contraddizione, una fondazione razionale e non contraddittoria della morale doveva escludere un imperativo non condizionale. Kant arriva a concludere che l'etica non è fondabile razionalmente ma che è un imperativo categorico che la volontà deve darsi liberamente.
    Il fondamento dell'etica è lo stesso che fonda la ragione, quel principio di non-contraddizione scoperto da Aristotele, che, prima che una legge logica, è una legge etica dell'Io. Una vita conforme alla ragione equivale ad un obbligo di coerenza che vale sia nel pensiero che nell'essere. L'Io è libero di negare questo principio, ma si limita a vivere nel mondo dell'opinione (non razionale) e della stoltezza (non etico).
    Non si tratta soltanto di una libera scelta, variabile da io a io, l'etica kantiana rientra nell'ambito filosofico e necessario; il rispetto della morale deducibile come una necessità dell'essere in altre costruzioni filosofiche, è qui impedito con l'esclusione di comandi condizionali e non.
    Kant parte dalla volontà di dimostrare che l'io è legato al rispetto dell'etica, che considera un giudizio sintetico a priori che la ragione, dunque, conosce e può dimostrare. Lo vuole dimostrare perché è convinto che l'io è legato al rispetto dell'etica, quanto lo è del paradosso della sofferenza del giusto.
    Non stupisce che postuli l'esistenza di un imperativo categorico o voce della coscienza, simile al demone socratico, che universalmente in ogni individuo spinge al rispetto di regole morali universali che si traducono in azioni differenti fra i vari contesti. Così il giudizio etico come il giudizio estetico varia nel tempo a seconda della situazione, ma è sempre riconducibile in ogni individuo all'applicazione di regole universali che fanno agire per il giusto e contemplare per il bello, senza variare da individuo a individuo: le regole etiche ed estetiche sono le stesse in ogni individuo ed egualmente la loro applicazione: qualunque individuo purché razionale, nella stessa situazione, avrebbe fatto la stessa cosa e considerato bella una certa opera.
    La ragione diventa l'ambito dell'universalità di tutti i giudizi, etici ed estetici, del loro tradursi in atti pratici. Il metro di valutazione del giusto può variare al massimo da una generazione di umani ad un'altra, nel senso della loro applicazione; le regole alla base sono sufficientemente generali da considerarle comuni agli esseri umani di ogni spazio e tempo, trascendentali ad ogni spazio ed ad ogni tempo.
    Come si vede le scelte etiche e la fruizione del bello che sono tradizionalmente fatti personali, sono ricondotti a principi collettivi: Kant non ha mai parlato dell'io singolare (sé stesso o gli altri, ad es.); quando parlava dell'io, si riferiva sempre all'io trascendentale che da Duns Scoto in poi è rimasto il limite della filosofia.
    Un'etica con principi indipendenti dallo spazio e dal tempo (universali per entrambi) che sono posti in essere dall'io, viene prima ossia a priori dell'io, e si può pensare innata. Invece, l'applicazione dei principi dipende dallo spazio e dal tempo, dal contesto in cui l'Io si trova ad agire; tuttavia, spazio e tempo sono anch'essi realtà trascendentali, rispetto agli individui: l'etica dipende dallo spazio-tempo solamente in un contesto universale, comune a tutti(intersoggettivamente); nei sogni, che sono uno spazio-tempo soggettivo, diverso fra individui, ognuno è libero dall'etica entro certi limiti). Se l'individuo non domina su questa etica, poiché L'Io soggiace a principi universali, nemmeno ne è dominato, dato che l'io il protagonista del Regno dei Fini dove ogni persona è il fine delle azioni degli altri.
    Scontrandosi con l'affermazione della libertà dell'uomo, l'etica kantiana non ha trovato esseri che necessariamente agiscono per il giusto; ha creato un ambito, quello della ragione, in cui l'io entrato liberamente ha accettato di "farsi costringere" dalla ragione al rispetto di certe regole, pena la perdita del godimento del bello che è negato ai bruti e di una consolante universalità dell'agire umano.
    L'imperativo categorico in questo sistema è un postulato non fondabile, che forse lo sarebbe altrove; per Kant era prima di tutto un dato di fatto per il pietismo tedesco, la forte educazione materna che lo portavano ad avere un forte senso etico. Filosofiche sono però le sue conseguenze: l'idea per la quale sarebbe contraddittoria una ragione che comanda cose che siamo costretti a raggiungere, da cui la fondazione della libertà della volontà umana:
    che comanda cose irraggiungibili la cui affermazione si scontra con il paradosso della sofferenza del giusto, e richiede una vita ultraterrena nella quale si afferma la giustizia fra gli io, ripagando le ingiustizie, bloccando l'attività degli ingiusti, riservando il tempo e la libertà a chi ha scelto dalla parte della ragione di vivere secondo giustizia: da cui l'immortalità dell'anima;
    l'esistenza di un Dio, più forte degli altri io, con il ruolo di porre una compensazione alle ingiustizie terrene e privare gli empi della libertà, impedendo il ripetersi di soprusi ultraterreni che riproporrebbero la contraddizione all'infinito; una divinità la cui azione si svolgerebbe principalmente o esclusivamente nell'altra vita, sensibilmente diversa dalle concezioni tradizionali che non concepirono mai una sorta di "Provvidenza ultraterrena".
    Dunque, l'imperativo categorico è un dato di fatto, un postulato, un giudizio sintetico a priori, un comando di razionalità che viene dalla ragione in quanto essa è universale.
    La Critica del giudizio
    La critica del giudizio analizza il sentimento attraverso una visione finalistica. I giudizi sentimentali costituiscono il campo dei giudizi riflettenti, i quali si limitano a riflettere su una natura già costituita mediante i giudizi determinati ed ad interpretarla attraverso le nostre esigenze di finalità ed armonia. Mentre i giudizi determinanti sono oggettivamente validi quelli riflettenti esprimono un bisogno che è tipico di quell'essere finito che è l'uomo. La critica del giudizio quindi è un'analisi dei giudizi riflettenti. I giudizi riflettenti sono di due tipi: estetici e teleologici ed entrambi ci pervengono a priori.
    I giudizi estetici vengono vissuti immediatamente e intuitivamente dalla nostra mente in relazione con l'oggetto e riguardano la bellezza dell'oggetto. E' il sentimento che ci pervade quando rimaniamo estasiati dal bello.
    I giudizi teleologici invece attraverso un ragionamento pervengono al fine dell'oggetto in relazione al mondo. Per esempio riflettendo sullo scheletro di un animale diciamo che esso è stato prodotto al fine di reggere l'animale. Il giudizio teleologico è il sentimento che ci pervade quando avvertiamo un'intima consonanza tra i fenomeni della natura e le nostre finalità etiche.
    Il giudizio estetico
    Voce principale: Critica del giudizio.
    Kant nella Critica del giudizio analizza il bello dandone quattro definizioni, che delineano altrettante caratteristiche:
    il disinteresse: secondo la qualità un oggetto è bello solo se è tale disinteressatamente quindi non per il suo possesso o per interessi di ordine morale, utilitaristico ma solo per la sua rappresentazione;
    l'universalità: secondo la quantità il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente come bello;
    la finalità senza scopo: secondo la relazione un oggetto è bello non perché fosse il suo scopo esserlo ma è come se vedere un oggetto bello sia vedere la sua compiutezza anche se in realtà non vi è alcun fine;
    la necessità: secondo la modalità è bello qualcosa su cui tutti devono essere d'accordo necessariamente ma non perché può essere spiegato intellettualmente; anzi, Kant pensa che il bello sia qualcosa che si percepisce intuitivamente: non esserci quindi "principi razionali" del gusto, tanto che l'educazione alla bellezza non può essere espressa in un manuale, ma solo attraverso la contemplazione stessa di ciò che è bello.
    Ovviamente Kant cerca di far luce su quella che è l'universalità del bello facendo la distinzione tra il piacevole legato ai sensi e quindi dato da giudizi estetici empirici privi di universalità e il piacere estetico puro che invece non subisce condizionamenti di alcun tipo (quindi universale); tra bellezza aderente riferita ad un determinato modello come un edificio o un abito e bellezza libera appresa senza alcun concetto come la musica senza testo (ovviamente solo quest'ultima è universale).
    Il filosofo trovandosi di fronte il problema della legittimazione dell'universalità del giudizio estetico decide di spiegarlo affermando che quest'ultimo nasce dall'armonia tra immaginazione (irrazionale) e intelletto (razionale); questo meccanismo, uguale in tutti gli uomini, dimostra che il gusto gode di universalità. La "rivoluzione copernicana" operata nella Critica della ragion pura, si ripropone nella Critica del Giudizio: il bello non è più qualcosa di oggettivo e ontologico ma l'incontro tra spirito e cose attraverso la mediazione della nostra mente (perché è sempre il soggetto alla base di tutto).
    Il giudizio riflettente riguarda la soggettività e la sfera estetica, mentre quello determinante, proprio della conoscenza oggettiva già analizzata nella Critica della ragion pura, ha come finalità il perseguimento del “vero” e non del “bello”. Entrambi però hanno un principio comune, perché: « Il Giudizio in generale è sempre una facoltà di pensare il particolare come parte dell’universale ed è obbligato a risalire dal particolare della natura all’universale ». Il rapporto del particolarr all'universale è perciò “dovuto” e quindi necessario e da ciò lo stretto rapporto tra il pensiero estetico e quello teleologico.
    La natura è pura immanenza, non ha perciò caratteri di universalità perché si manifesta nel disomogeneo, nel differenziato, nel molteplice e nel particolare. Però nel giudizio viene sempre subordinata all’universale, quindi al divino che l’ha creata. Il sentimento individuale dà un giudizio estetico che è sempre solo soggettivo, ma tende all’unità oggettiva del trascendente. Elevandosi sopra la percezione sensibile va verso la contemplazione del trascendente.
    Il concetto di bellezza va perciò riferito a un'idealità che è possibile definire e codificare in una canone, con il sentimento che deve sempre essere pilotato dalla ragione. La bellezza che si deve cercare è sempre quella “ideale”, che non può mai essere qualcosa di “incerto; il vero bello è sempre “definito” e fissato per il suo fine oggettivo e razionale. Kant così afferma che la bellezza teleologica è un a-priori e che: «La bellezza si esprime come la forma finalizzata dell’oggetto, percepita non in vista di alcun scopo pratico.» Perciò il sentire estetico, per quanto basato sulla libertà individuale, è veramente tale se mira alla necessità della sfera ideale e universale, in modo da sottrarsi all’accidentalità del particolare.
    Nella Analitica del sublime, prima parte (2° Libro) della Critica del giudizio, Kant spiega , rifacendosi a precedenti teorie del sublime, che il sentimento va razionalizzato in una'analisi rigorosa. Ciò anche perché secondo Kant vi sono due tipi di sublime, il “matematico” e il “dinamico”, che vanno distinti. Il matematico è uno stato sintonico con l’infinito, il dinamico è il senso dell’inadeguatezza rispetto a un “troppo”. Il sentimento del sublime è quindi un sentimento dell’«assolutamente grande» attraverso una «dinamica dell’animo», mentre quello del bello «mette l’animo in una stasi contemplativa » Entrambi così danno piacere, ma di diverso genere e intensità.
    Il sublime, assai più del bello, va “oltre” gli aspetti della natura immanente, andando verso la trascendenza del divino.
    La filosofia della storia
    La prima opera d'interesse per la concezione della filosofia della storia in Kant è l'Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico del 1784. Compaiono nel titolo le concezioni illuministe della storia considerata universale, nel senso che si prescinde dalle singole storie delle singole nazioni, volendo indicare la storia come appartenente a tutti gli uomini senza distinzioni: quindi essa non può essere che universale e cosmopolita così come nel suo Saggio sui costumi la definiva Voltaire, a cui d'altronde risale anche l'espressione filosofia della storia (in La philosophie de l'histoire del 1765).
    La riflessione kantiana sulla storia troverà poi un ulteriore approfondimento nello scritto Per la pace perpetua: un progetto filosofico del 1795, dove si terrà conto della situazione storica contemporanea profondamente mutata con lo scoppio della Rivoluzione francese.
    Il discorso sulla filosofia della storia troverà infine la sua conclusione ne Il conflitto delle facoltà (1798), dove si analizza lo scontro tra le facoltà universitarie per conquistare il primato nel mondo accademico. Quest'ultimo scritto sembrerebbe estraneo al tema della filosofia della storia se non si considerasse quanto dice Kant in un breve frammento: «Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio.» Qui comincia ad apparire una certa vena di scetticismo per cui Kant inizia, con la visione del Terrore giacobino sotto gli occhi, ad avere dei dubbi sull'effettivo valore della Rivoluzione francese.
    Idea per una storia universale...
    In particolare nell' Idea per una storia universale... Kant afferma che «poiché gli uomini, nei loro sforzi, non si comportano semplicemente in modo istintivo, come gli animali, ma neppure in modo prestabilito di loro non pare possibile una storia sistematica, come ad esempio quella delle api o dei castori» per cui non esiste una storia progressiva ed eterna, quasi regolata da quelle stesse leggi che regolano la natura, poiché l'uomo è in grado di costruire liberamente la sua storia ma non è detto che lo faccia perseguendo il bene. Aggiunge Kant: «non si può trattenere un certo fastidio a vedere rappresentato il loro fare e omettere sulla grande scena del mondo, e pur con l’apparenza, di tanto in tanto, della saggezza si trova il fare e omettere intessuto di vanità infantile», tanto che le azioni umane, sia pure talora guidate dalla razionalità, il più delle volte sembrano dirette a mettere in opera il male, quasi senza rendersene conto, come fanno i bambini nella loro ingenuità. Allora «Per il filosofo non c’è altra via d’uscita che quella di tentare se, in questo assurdo andamento delle cose umane, possa scoprire uno scopo della natura»: il filosofo cioè non può rinunciare ad avere fiducia negli uomini e quindi si domanda se alla fine, nonostante l'infantile e stupido agire degli uomini , non vi sia una sorta di laica provvidenza storica che, incarnatasi nella natura, guidi gli uomini e le loro azioni verso i migliori fini («tutte le disposizioni naturali di una creatura sono destinate a dispiegarsi un giorno in modo completo e conforme al fine») . Una storia dove gli uomini come marionette sono manovrati per mettere in atto «una storia secondo un determinato piano della natura» che persegue i suoi fini anche contro la stessa volontà degli uomini.
    Il conflitto delle facoltà
    Dubitando che «il genere umano sia in costante progresso verso il meglio», quale sarà allora, si chiede Kant, il futuro della storia umana? Ragionevolmente si possono ipotizzare tre strade:
    1) quella terroristica: una storia cioè indirizzata al sempre peggio, con una conclusione visionaria apocalittica e con la vittoria dell'Anticristo, che segni la fine della storia.

    Concezione questa poco accettabile, poiché in questo modo la storia «distruggerebbe se stessa» a meno che non la si intenda come millenarismo, per cui dalla massima negatività e dalle macerie della vecchia storia non avvenga la nascita di una nuova e migliore storia;
    2) quella abderistica, della follia e stupidità degli abitanti di Abdera. Gli uomini si aggirano in una storia senza senso, in un guazzabuglio caotico compiendo azioni insensate: «si rovescia - dice Kant - il piano del progresso, si costruisce per poter abbattere». Come il mitico Sisifo, gli uomini si affannano a costruire l'edificio della storia che però essi stessi distruggeranno, per ricominciare poi daccapo.

    Una storia ferma quindi, che si muove per tornare su i suoi stessi passi. Una storia naturale come quella degli animali, che non può essere progressiva perché dominata dall'istinto che li guida sempre allo stesso modo; una storia questa che non può appartenere agli uomini perché essi seguono nelle loro azioni il lume della ragione.
    3) quella eudemonistica, quella felicemente, ma non inevitabilmente, progressiva. Poiché l'uomo è libero, osserva Kant, non è detto che egli scelga sempre e comunque di realizzare il bene per cui se «quand'anche fosse provato che il genere umano abbia a lungo progredito e possa ancora progredire , nessuno può sostenere che non possa ora iniziare il suo regresso».

    L'uomo è un legno storto, una mescolanza di bene e male, che rende difficile, ma tuttavia non impossibile, una visione ottimistica della sua storia. Kant vuole a tutti i costi avere fiducia nell'uomo e cerca riscontri in avvenimenti storici che confortino la sua speranza che da un legno storto possa nascere un albero dritto.
    Questo evento storico che possa dare conforto alla fiducia in una storia progressiva, Kant lo identifica nella Rivoluzione francese che va considerata in modo distaccato - secondo un giudizio storico, avrebbe detto Benedetto Croce - e non lasciandoci trascinare da un passionale giudizio morale che ce la farebbe considerare come una congerie di «fatti e misfatti». Una giusta visione sarà quindi quella per cui «La Rivoluzione di un popolo di ricca spiritualità può riuscire o fallire, essa può accumulare miseria e crudeltà tali che un uomo benpensante esiterebbe a ripeterla», ma essa «trova negli spiriti di tutti gli spettatori una partecipazione ed aspirazione che rasenta l'entusiasmo». Questo consenso universale è il segno che anche un fatto storico così imbevuto di violenza segna comunque un progresso della storia.
    La libertà politica
    Il Diritto
    Secondo Kant, il diritto consiste nella «limitazione della libertà di ciascuno alla condizione che essa si accordi con la libertà di ogni altro».
    La libertà di ognuno coesiste con la libertà degli altri. Ovviamente l'uomo kantiano non può non avere bisogno di un padrone, data la facilità con cui cede all'istinto egoistico. Ma il padrone non è un altro uomo, bensì il diritto stesso.
    Kant analizza l'uomo e in lui trova una tendenza egoistica, ovverosia una "insocievole socievolezza": gli uomini tendono a unirsi in società, ma con una riluttanza a farlo davvero, con il rischio di disunire questa società. In poche parole: si associano per la propria sicurezza e si dissociano per i propri interessi. Ma è proprio questa conflittualità a favorire il progresso e le capacità del genere umano, perché lottano per primeggiare sugli altri, come gli alberi: «si costringono reciprocamente a cercare l'uno e l'altro al di sopra di sé, e perciò crescono belli dritti, mentre gli altri, che, in libertà e isolati fra loro, mettono rami a piacere, crescono storpi, storti e tortuosi».
    La libertà e i limiti dello Stato
    Kant non ignora affatto le tesi lockiane sul liberalismo, perché anche lui afferma che lo Stato mira a garantire la libertà di ogni persona contro chiunque altro. Lo "Stato repubblicano" che delinea si basa su "Tre principi della ragione":
    La Libertà (in quanto uomo).
    L'Uguaglianza di tutti quanti di fronte alla legge (in quanto sudditi).
    L'Indipendenza dell'individuo (in quanto cittadino).
    Questa visione dello Stato va in conflitto con un qualsiasi dispotismo presente, anche paternalistico. Secondo Kant infatti, «un governo paternalistico è il peggiore dispotismo che si possa immaginare», dato che costringe i sudditi ad attendere che il capo dello Stato giudichi solo mediante la sua bontà.
    C'è solo una soluzione a questo problema: «essere liberi per poter esercitare le proprie forze nella libertà».
    Contributi nell'astronomia
    Un certa fama postuma venne a Kant dalla sua ipotesi cosmogonica esposta nel 1755 nell'opera Storia naturale universale e teoria dei cieli, dove propose la teoria del collasso di una nebulosa per spiegare la formazione del Sistema solare. La teoria venne poi ripresa e rielaborata da Laplace ed è diventata nota come ipotesi di Kant-Laplace. La tesi durante tutto l'Ottocento ebbe molto credito ma nel Novecentò risultò superata dalla nuova astrofisica. Inoltre egli pensò anche alle galassie quali "Universi-Isola" ma in modo impreciso e vago. C'è qualcuno che attribuisce anche a Kant di aver precorso la definizione del concetto di buco nero. Egli affermò: «Se l'attrazione agisce sola, tutte le parti della materia dovrebbero avvicinarsi sempre più, e diminuirebbe lo spazio che occupano le parti unite, di modo che si riunirebbero finalmente in un solo punto matematico».
    Teologia
    Kant ebbe per la teologia un interesse specifico e la sua speculazione è intrisa di teologia. Ne sono testimonianza chiara le numerose opere di carattere teologico come L'unico argomento possibile per la dimostrazione dell'esistenza di Dio pubblicato nel 1763, la Ricerca sulla chiarezza del principo della teologia naturale e della morale (1764), Sull'uso dei principi teologici nella filosofia del 1788, La religione nei limiti della sola ragione pubblicato nel 1793, una Dottrina filosofica della religione (uscita postuma nel 1817).
    Ma è tutto il suo pensiero ad essere fondato sulla realtà di Dio e sul modello morale da Egli posto come itinerario verso la santità morale. In La religione nei limiti della sola ragione Kant riassume in funzione religiosa il suo metodo già preparato nelle precendenti Critica della ragion pura e nella Critica della ragion pratica per arrivare a definire la sua filosofia cristiana basata sull'idea moralistica dell'Imperativo come dovere dell'uomo di diventare degno di Dio.
    Nel La religione nei limiti della sola ragione Kant dice che l'umanità nel tendere a Dio deve realizzare la "perfezione morale". L'uomo morale e santo «E' il solo gradevole a Dio». In un tardo scritto dell'Opus postumum dice che Diò farà in modo che si realizzi il suo regno anche sulla terra, però anche l'uomo deve fare la sua parte «Ma non è permesso all'uomo di restare inattivo e di lasciar fare alla Providenza.....Il compito degli uomini di buona volontà è "Che venga il regno di Dio e sia fatta la sua volontà sulla terra.»
    In una lettera al suo grande amico Stäudlin nel 1793 (di maggio) dice che considera tutto il suo lavoro speculativo rivolto alla riforma della filosofia in funzione della religione, perché il fondamento della propria Aufklärung è «principalmente nelle cose di religione» (O.P. Akademie-Ausgabe, Prima Edizione, vol.VIII, p.41)
    Aneddotica
    Il preteso rigorismo morale ha favorito il fiorire di leggende sulla precisione di Kant: si dice che egli stesso si imponesse rigide regole di vita. Stando a queste storie, tutte le sere andava a dormire alle dieci in punto, per alzarsi alle cinque meno cinque del mattino seguente, senza mai anticipare o ritardare l'ora. Altresì, si racconta che i suoi concittadini regolassero gli orologi basandosi sulla sua routine quotidiana.
    Solitamente, questi aneddoti sono giustificati dal suo celebre ritiro dalla vita mondana, durante il quale scrisse la Critica della ragion pura. Come attesta Massaro, la costanza richiesta dagli studi unita al contenuto della sua etica si sono fuse nella celebre leggenda.
    Kant e il kantismo
    La fama di Kant, che gli permise di esercitare un notevole influsso sul pensiero europeo a cavallo tra Settecento e Ottocento, è stata tradizionalmente attribuita non solo alla sua capacità di accogliere le istanze provenienti da due tradizioni filosofiche contrapposte come il razionalismo europeo e l'empirismo anglosassone , ma anche di averne tentato una rifomulazione in chiave del tutto nuova e originale.
    Kant volle armonizzare il ragionamento di tipo matematico con quello di tipo sperimentale e in questo senso si può dire che egli raccoglie l'eredità di Galilei, che tuttavia era essenzialmente uno scienziato. Kant invece lasciò a se stesso il compito di giustificare tale accordo tra matematica ed esperimento sul piano filosofico: compito che Kant si assunse e per questo fu da molti considerato, più che un punto di approdo, come l'inizio di un nuovo modo di filosofare.
    Difficoltà e problemi
    La distinzione tra sensibilità e intelletto che ne era conseguita, e che aveva permesso a Kant di ricondurre la conoscenza umana a due fonti separate, fu in particolare al centro di un vivo dibattito, tanto più che essa veniva situata al di qua di un ulteriore dualismo tra fenomeno e noumeno.
    Contro l'idealismo di Berkeley Kant aveva infatti ammesso che oltre i limiti del sensibile esistono dei corpi reali, i quali, colpendo la nostra sensibilità, determinano l'insorgere in noi delle rappresentazioni fenomeniche. Ma poiché ogni rappresentazione subisce inevitabilmente l'impronta dell'apparato soggettivo che la riceve, veniva ad aprirsi un salto incolmabile tra le apparenze sensibili e la cosa in sé: quest'ultima restava così del tutto ignota e inattingibile. Fu per questo motivo che Kant ricevette le accuse di fenomenismo e agnosticismo.
    Ben presto si pose quindi il problema di come salvare la natura del criticismo affrontando le difficoltà che Kant aveva involontariamente sollevato. Friedrich Heinrich Jacobi per primo mise in evidenza come Kant avesse assegnato al noumeno una funzione causale, l'avesse cioé utilizzato come "causa" dell'insorgere in noi dei fenomeni. Ciò contrastava non solo col carattere inconoscibile della cosa in sé, ma anche con la concezione kantiana della causalità come categoria dell'intelletto valida solo per i fenomeni, mentre Kant l'aveva usata in un ambito che travalicava i fenomeni stessi.

    Lo stesso genere di critiche fu mosso anche da Gottlob Ernst Schulze, secondo il quale Kant, postulando la cosa in sé, sarebbe caduto nel dogmatismo che voleva combattere. Kant infatti, ammettendo la necessità di supporre il noumeno, avrebbe fatto derivare dalla pensabilità di un oggetto la sua esistenza, e non sarebbe pertanto riuscito a superare lo scetticismo anti-metafisico di Hume.
    Sul fronte opposto, già con Karl Leonhard Reinhold nel 1787 le critiche a Kant si erano di fatto tramutate in una prospettiva idealistica che mirava esplicitamente ad eliminare la cosa in sé. Tra gli altri, Salomon Maimon fu tra coloro che cercarono di dare maggior rigore al criticismo esprimendo l'esigenza di attenersi a ciò che è contenuto nella coscienza, senza andare alla ricerca di fittizie cause esterne; il noumeno ad esempio fu da lui paragonato a un numero immaginario. Sarà poi con Johann Gottlieb Fichte, e ancor più con Friedrich Schelling, che le critiche a Kant assumeranno sempre più una valenza ontologica: l'errore di Kant sarebbe stato infatti quello di partire da una conoscenza necessaria e universale senza basarsi sull'ontologia, ma è proprio da questa che scaturisce il necessario e l'universale. Fichte racchiuse così l'essere dentro l'autocoscienza, trasformando la cosa in sé nel momento trascendentale di auto-formazione del soggetto.
    Note

      ^ «Zwei Dinge erfüllen das Gemüt mit immer neuer und zunehmender Bewunderung und Ehrfurcht, je öfter und anhaltender sich das Nachdenken damit beschäftigt: Der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir» (Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me).
      ^ Vedi:
      ^ Da I filosofi e le idee di Cioffi ed altri, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, edizione 2007, pag.820-821: «...proprio perché tali cose possono essere pensate dall'intelletto ma mai conosciute attraverso l'intuizione sensibile, Kant dà loro il nome di noumeni (che significa appunto pensabili, intellegibili.» Il concetto di noumeno è uno dei più controversi della filosofia kantiana e ha dato luogo a interpretazioni diverse ma, seguendo la seconda edizione della Critica, il noumeno può essere inteso:
      in senso negativo, l'oggetto che non ricade sotto l'intuizione sensibile, la cosa in sè;
      in senso positivo, è l'oggetto di una intuizione non sensibile. In modo certo Kant sostiene che solo la prima accezione è accettabile ed essa «ci permette di circoscrivere le pretese della sensibilità.»
      ^ La separazione netta tra fenomeno e noumeno venne criticata nella metafisica concreta di Pavel Aleksandrovič Florenskij.
      ^ (cfr. Jacques Derrida. Il diritto alla filosofia dal punto di vista cosmopolitico. Genova, Il Nuovo Melangolo, 2003.)
      ^ (cfr. Immanuel Kant. Scritti politici, a cura di Norberto Bobbio et al. Torino, Utet, 1952, p. 219.)
      ^ In Geografia fisica di Emanuele Kant (tradotta dal tedesco), Tipografia di Giovanni Silvestri, Milano, 1811, volume VI, pag.338. Immanuel Kant, Metaphysiche anfangsgründe der naturwissenschaft, ediz. II, pag.33.
      ^ O.P., Laterza 1984, pagine 107-109
      ^ G.Reale e D.Antiseri, Storia della filosofia: Empirismo e Razionalismo, vol. 5, Bompiani, 2008
      ^ Jacobi, Sull'idealismo trascendentale, 1787
      ^ Schulze, Enesidemo, ovvero in difesa dello scetticismo contro le pretese della critica della ragione, 1792
      ^ Reinhold, Lettere sulla filosofia kantiana, 1787
      ^ Maimon, Ricerche critiche sullo spirito umano, 1797

    Opere di Kant
    Fase pre-critica
    Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive (1746).
    Storia universale della natura e teoria del cielo (1755)
    De igne (1755), dissertazione di dottorato.
    Principiorum primorum cognitionis methapysicae nova delucidatio (Nuova descrizione dei primi princìpi della conoscenza metafisica) (1755), tesi di docenza universitaria.
    I terremoti (1756).
    Teoria dei venti (1756).
    Monadologia physica (1756).
    Progetti di un collegio di geografia fisica (1757).
    Nuova dottrina del moto e della quiete e delle loro conseguenze rispetto ai primi principi della scienza naturale (1758)
    Saggi di talune considerazioni sull'ottimismo nel quale l'autore annuncia al contempo le lezioni che terrà nel prossimo semestre (1759).
    La falsa sottigliezza delle quattro figure sillogistiche (1762).
    Unico argomento possibile per una dimostrazione dell'esistenza di Dio (1763).
    Tentativo per introdurre nella filosofia il concetto delle quantità negative (1763).
    Indagine sulla distinzione dei princìpi della teologia naturale e della morale (1764, risposta al quesito della reale accademia di scienze di Berlino per l'anno 1763).
    Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764).
    Sogni di un visionario chiariti coi sogni della metafisica (1766).
    Del primo fondamento della distinzione delle regioni dello spazio (1768).
    De mundis sensibilis atque intelligibilis forma et principiis (1770) (Dissertazione sulla forma e i princìpi del mondo sensibile e intelligibile).
    Delle diverse razze di uomini (1775).
    Fase critica
    Critica della ragion pura (1781, 2ª ed. 1787).
    Prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia presentarsi come scienza (1783).
    Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784).
    Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo? (1784) .
    L'illegittimità della ristampa dei libri (1785) .
    Fondazione della metafisica dei costumi (1785).
    Princìpi metafisici della scienza della natura (1786).
    Che cosa significa orientarsi nel pensiero (1786).
    Critica della ragion pratica (1788).
    Critica del giudizio (1790).
    La religione nei limiti della semplice ragione (1793).
    Sul detto comune: "questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica" (1793) .
    Per la pace perpetua (1795) .
    La metafisica dei costumi (1797).
    Il conflitto delle facoltà (1798).
    Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798).
    Logica (1800, a cura di un suo allievo).
    La pedagogia (1803).
    Opere postume
    Opus postumum
    Bibliografia
    Adickes, Erich. Kant und das Ding an sich. Berlino, Heise, 1924. (ISBN non disponibile)
    Bobbio, Norberto et al. Scritti politici. Torino, Utet, 1952. ISBN 8802018359.
    Caracciolo, Stefano. Con il cappello sotto il braccio. Un profilo psicologico di Immanuel Kant. Roma, Aracne, 2005. ISBN 8854800716.
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    Voci correlate
    Morale
    Dovere morale
    Etica del dovere
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    Collegamenti esterni
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    Scheda su Kant
    Pietro Ratto. Kant: senza l'immaginazione la rivoluzione è impossibile. Il ruolo dell'immaginazione nella Critica della ragion pura, settembre 2002
    Pietro Ratto. Kant: la regola e la passione. Il ruolo dell'immaginazione nella Critica del Giudizio, settembre 2002
    Immanuel Kant in Italia. Vita, opere, percorsi e studi critici su Kant
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