Camillo Olivetti (1868-1943)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1943
  • Data di nascita: 13 Agosto 1868
  • Professione: Imprenditore
  • Luogo di nascita: Ivrea (TO)
  • Nazione: Italia
  • Camillo Olivetti in Rete:

  • Wikipedia: Camillo Olivetti su Wikipedia
  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)

    Camillo Olivetti (Ivrea, 13 agosto 1868 – Biella, 4 dicembre 1943) è stato un ingegnere e imprenditore italiano.
    Fu il fondatore della azienda Olivetti.

    Breve profilo biografico
    Ivrea, monumento a Camillo Olivetti (veduta invernale)
    Cresciuto in una famiglia della borghesia ebraica di Ivrea, dopo essersi laureato in ingegneria alla Scuola di Applicazione del Regio Museo di Torino (poi Politecnico nel 1906), accompagnò il suo maestro Galileo Ferraris negli Stati Uniti, dove fu per qualche mese assistente di elettrotecnica alla Stanford University in California. La sua curiosa corrispondenza dagli Stati Uniti è stata edita nel 1968 con il titolo di Lettere Americane.
    Rientrato in patria, concepì l'idea di impiantare un'azienda per la produzione di strumenti di misura elettrici: nacque così ad Ivrea nel 1896 la C.G.S. (dalle iniziali delle unità di misura Centimetro Grammo Secondo), che successivamente, nel 1904, fu spostata a Milano.
    Nel 1908 impiantò ad Ivrea la fabbrica, prima in Italia, di macchine per scrivere, che portava il suo nome. Il primo modello di macchina, Olivetti M1, fu interamente progettato da lui, assieme ad alcune macchine utensili per la produzione delle parti componenti.
    L'azienda ebbe un rapido sviluppo. Attento a selezionare, formare e valorizzare operai di talento, scelse tra loro i quadri aziendali che contribuirono al successo dell'azienda. Negli anni Venti rafforzò le capacità produttive dell'azienda attraverso la costituzione di una fonderia e delle Officine Meccaniche Olivetti (per la produzione di macchine utensili) e diede impulso al primo nucleo della ricerca e sviluppo. All'inizio degli anni Trenta potenziò la struttura distributiva all'estero. A partire dal 1933 fu affiancato e progressivamente sostituito dal figlio Adriano nella guida della società.
    In politica fu di fede socialista, amico di Filippo Turati; finanziò (prima dell'avvento del regime fascista) la diffusione di periodici di dibattito politico, contribuendovi personalmente con non pochi scritti.
    Il 4 dicembre 1943 morì all'ospedale di Biella, città ove era stato costretto a riparare per sfuggire alle leggi antirazziali promulgate dal regime fascista. Al funerale partecipò una nutrita folla di operai giunta spontaneamente da Ivrea sfidando la sorveglianza del regime.
    In lui la città di Ivrea trovò un imprenditore coraggioso e capace che seppe portare l'industria da lui creata fra le prime nei mercati mondiali.
    Laura Curino e Gabriele Vacis ne hanno sapientemente rievocato la figura in un monologo teatrale dal titolo Olivetti - Camillo: alle radici di un sogno pubblicato da Baldini & Castoldi (1996); monologo portato sulla scena di molti teatri ed in TV dalla stessa Curino.
    Camillo Olivetti: ingegnere ed imprenditore
    Ivrea, la storica fabbrica in mattoni rossi
    Nel 1868, quando Camillo nacque, suo padre, pur continuando il commercio dei tessuti ereditato dagli avi, era diventato proprietario terriero. Morì solo un anno dopo la nascita di Camillo. Ad occuparsi di lui, fu la madre: Elvira Sacerdoti ebrea di Modena, figlia di banchieri che avevano sostenuto, convinti, l'unità del paese. Dalla linea paterna ereditò lo spirito imprenditoriale e l'amore per il progresso, dalla madre una cultura non provinciale e l'amore per le lingue (Elvira ne parlava quattro).

    Insicura come madre, Elvira lo affidò al collegio convitto Calchi Taleggi di Milano: a questa esperienza dobbiamo probabilmente ascrivere il suo ribellismo giovanile.
    Si iscrisse al temine del liceo, al Regio Museo di Torino e alla Scuola di Applicazione Tecnica dove frequentò i corsi di elettrotecnica tenuti da Galileo Ferraris, allora docente in quello che solo nel 1906 divenne il Politecnico di Torino.
    Laureatosi, Camillo sentì da una parte l'esigenza di perfezionare il proprio inglese e, dall'altra, di fare un'utile esperienza lavorativa. Soggiornò oltre un anno a Londra dove si impieghò in un industria che produceva strumentazione elettrica, facendo anche il meccanico.
    La svolta della sua vita fu il viaggio negli Stati Uniti che compì nel 1893, quando in occasione del Congresso Internazionale di Elettrotecnica accompagnò Galileo Ferraris, che gli chiese di essere il suo interprete. Insieme visitarono i laboratori Thomas A. Edison al Llewellyn Park, nel New Jersey, dove incontrarono di persona il brillante inventore

    Dopo tale incontro, nel 1893, Camillo scrisse al cognato Carlo da Chicago:
    Camillo continuò da solo il viaggio "coast to coast" da Chicago a San Francisco annotando scrupolosamente le cose che andava scoprendo sugli Stati Uniti: se già la situazione industriale inglese lo aveva colpito, trovò la realtà americana assai superiore, non solo come progresso industriale ma anche come impatto sociale. Alcuni mesi passati a Palo Alto gli faranno conoscere le università americane, in particolar modo la Stanford University, dove svernò facendo l’assistente alla cattedra di Elettrotecnica.
    Tornato in Italia dopo un breve periodo in cui, con due ex compagni di università, fece l'importator di macchine per scrivere e biciclette, decise di costruire una fabbrica ad Ivrea per produrre e commecializzare strumenti di misura elettrica, principalmente per laboratori di ricerca; nacque così la celebre fabbrica di mattoni rossi.

    Quell’officina solo esteriormente ricalcava i modelli dell'epoca, poiché la sua struttura, dietro ai mattoni canavesani, era composta dall'allora avveniristico cemento armato, segno della sua grande apertura mentale.
    Gli inizi della sua attività industriale non furono facili: l’inesperienza e forse la sua attività politica, non consentirono all’azienda un proficuo sviluppo. Solo cambiando target di mercato (dai laboratori di ricerca alla nascente industria elettrica), cominciarono le prime soddisfazioni, quando si decise anche di trasferire la sua azienda a Milano.

    Nacque così la CGS (Centimetro Grammo Secondo) nella cui compagine societaria entrò in seguito la Edison, il più grande produttore italiano di energia dell’epoca, oltre ad un’importante banca d'affari. Ben presto si sentì prigioniero di quei soci finanziari che non gli consentivano, parallelamente alla produzione, di svolgere quella attività di ricerca che ritieva indispensabile. Fu quella l'ultima volta che non ebbe la maggioranza assoluta delle quote di una società.

    Era partito per Milano con una quarantina di operai, con gli stessi tornò a Ivrea per riaprire la fabbrica di mattoni rossi che ben presto avrebbe inalbereto un grande cartello: "Ing. Camillo Olivetti, prima fabbrica tutta italiana di macchine per scrivere".

    Nel 1908 nacque la prima macchina per scrivere la: M1, che avrebbe perfezionato successivamente dopo aver compiuto altri due viaggi degli States (dove comprò macchinario sofisticato e diede "un’occhiata" alla concorrenza). A quel punto fu pronto ad entrare in produzione. I primi anni furono difficoltosi sul piano finanziario, dal momento che per tre anni, in quella fabbrica, si costruirono unicamente prototipi.
    Trovò allora dei soci di capitale non invadenti ; con essi arrivarono anche le prime commesse e la presentazione all'esposizione universale di Torino (1911) per il cinquantenario dell'Unità d'Italia. Oltre alla M1, venne presentato uno spaccato funzionante dell'officina di Ivrea.
    La svolta decisiva per la Olivetti, come d'altronde avvenne anche per la Fiat, fu il primo conflitto mondiale: non tuttavia i superprofitti a fare la fortuna della Olivetti, ma la produzione sofisticata per l'aeronautica. Anche i velivoli inglesi impiegarono parti prodotte dalla Olivetti.
    Il dopo guerra vide la Olivetti produrre la M20, una macchina per scrivere sempre piu perfezionata, il cui successo consentirà a Camillo di attuare il suo progetto commerciale, basato soprattutto sull’assistenza alla clientela mediante filiali. La prima filiale fu quella di Milano poi, a cascata, seguiranno i principali centri italiani e l'estero. Tale scelta gli consentì di battere la concorrenza internazionale (americana e tedesca principalmente), non sul prezzo ma sulla qualità. Le caratteristiche produttive della fabbrica, queste furono caratterizzate dalla totale indipendenza nella componentistica, rispetto l’allora asfittico mercato italiano. Si pensi che neppure le viti venivano acquistate ma prodotte in fabbrica. Con lo stesso concetto nacquero, le fonderie e l'Officina Macchine Utensili (OMO). Quest'ultima diverrà poi un’unità produttiva indipendente come mercato anche dalla stessa Olivetti.

    Con la Omo e proprio in quei locali, sarebbe in seguito nato anche il Centro Formazione Meccanici, una delle prima "scuole di fabbrica" in cui non si insegneranno solo nozioni tecniche, ma anche cultura generale e cultura politica.
    Nel 1925 - dopo che aver compiuto anch'egli un viaggio negli Stati Uniti - entrò in azienda Adriano Olivetti, il secondo dei suoi figli . Quell'anno Camillo si avviava verso la sessantina e deveva pensare alla successione: pretese che i figli maschi (Adriano e Massimo) faccessero la gavetta in fabbrica (Dino, l'ultimo della famiglia, era ancora troppo giovane).
    La scelta della successione cadde su Adriano, che sarebbe poi diventato il protagonista di quel grande sviluppo che portò l’azienda di Ivrea a diventare leader nel settore dei prodotti d'ufficio- assorbendo anche, nel 1959, la Underwood Americana , suo principale concorrente- ed a diventare una azienda capace di produrre cultura nei campi del design, dell'architettura industriale, e dello sviluppo delle responsabilità sociale d'impresa, in termini di relazioni sociali con i lavoratori e di rapporti con il territorio.
    La successione di Adriano divenne reale negli anni 30 e culminò poi nel 1938 con la sua nomina alla Presidenza (Adriano era già amministratore delegato), avendo Camillo abbandonato definitivamente l'azienda a causa soprattutto delle leggi razziali fasciste.


    Camillo Olivetti e la politica
    Camillo Olivetti va ricordato, oltre che per esser stato un industriale di successo, anche per essere stato costantemente impegnato in politica.
    Da un'informativa della sottoprefettura di Ivrea apprendiamo che fin dal periodo universitario fu socialista nonostante non esistesse ancora, a livello nazionale, in forma organizzata il Partito Socialista, ma esistese a Torino il Partito del lavoro. Ad influenzarlo furono l'ambiente e le amicizie dell’ateneo sabaudo, vale a dire il Regio Museo Industriale che diverrà solo nel 1906 il prestigioso Politecnico di Torino.

    Claudio Treves, Donato Bachi, Gustavo Balsamo Crivelli, Cesare Graf furono suoi coetanei ed amici. Quello di Torino era un ambiente intellettuale che risentiva di forti influenze positiviste anche grazie all'antropologo Cesare Lombroso. Molti di quegli uomini, come Camillo, erano di famiglia ebraica. La comunità ebraica a Torino non era numerosissima ma intellettualmente agguerrita: piccola e media borghesia fortemente scolarizzata.
    Era quello torinese un socialismo eterogeneo e scarsamente organizzato, specchio della realtà economica della città. Torino lungi dall'essere industrializzata, soffriva ancora della sindrome di non essere più capitale, senza aver ancora maturato una vera vocazione industriale. La classe operaia era generalmente docile e inquadrata, non tanto nel partito, quanto nelle società operaie di mutuo soccorso. Il socialismo imperante era quello romantico e umanitario, interpretato a Torino soprattutto da Edmondo De Amicis.
    Incontrò il socialismo organizzato dopo la laurea, nel corso di un viaggio in Inghilterra, paese in cui esistevano partiti socialisti organizzati sia pur ancora divisi per territorio, ed ove, soprattutto, era presente un movimento sindacale agguerrito (che sarebbe confluito entro pochissimi anni nel Labour Party). Tuttavia le notizie che Camillo ci ha lasciato di quel soggiorno sono scarse e prive di giudizi politici. Ad influenzarlo in modo più decisivo fu il viaggio negli Stati Uniti del 1893.
    Al suo ritorno dall'America aderì al partito socialista costituito da pocchissimo tempo; sappiamo - sempre dalla citata informativa prefettizia - che che egli partecipò al congresso di Firenze, diventando una specie di referente socialista per il Canavese e la Valle d'Aosta. Cominciò inoltre, o scrivere sul Grido del popolo, giornale socialista torinese diretto da Claudio Treves e sull'importante periodico milanese Critica Sociale diretto da Filippo Turati.
    Nel 1898 partecipò alla rivolta popolare milanese contro l'aumento del prezzo del pane - passata alla storia come la "Protesta dello stomaco" - durante la quale il generale Bava Beccaris farà sparare i cannoni sui manifestanti. Fu per lui una decisiva svolta politica che lo portò a dubitare delle capacità rivoluzionarie del socialismo organizzato.

    Camillo racconterà quei fatti un decennio dopo in una lettera scritta durante il terzo viaggio in America alla moglie Luisa Revel:
    Nel Partito Socialista era gia iniziata la diatriba tra il pensiero riformista e quello rivoluzionario. Camillo, pur schierandosi apertamente con i riformisti, (come si evince da lettere ed articoli)non rinunciò all'ipotesi rivoluzionaria, che non era però quella dell'ala massimalista, marxista e di classe ma tesa a mutare le istituzioni presenti.
    Camillo Olivetti fu dunque convintamene socialista. Egli non ritenne incompatibile l'essere socialista con l'essere industriale poiché, proprio dal viaggio americano, capì come l'industrializzazione poteva essere fonte di profondi mutamenti sociali in senso progressista e democratico. Inoltre il modello politico americano, presidenzialista e federale, rappresentò per lui l'antitesi ai bizantinismi parlamentari italiani.
    Quando, nel 1893 cadde il primo Governo Giolitti, scrisse alla madre, Elvira Sacerdoti, una lettera in cui affermava:
    Scrisse pure al cognato, il colonnello Carlo Marselli:
    L'antipatia e la disistima per l'uomo di Dronero sarà una costante di tutta la sua vita politica.

    Le idee politiche che egli venne maturando all'inizio del nuovo secolo lo portarono ad un lento distacco dal partito; dopo una breve parentesi come consigliere comunale socialista a Torino, fu consigliere di minoranza al Comune di Ivrea, presentandosi in una lista di indipendenti.
    A contribuire al distacco dal partito furono anche le lotte interne connesse all'affermarsi del massimalismo socialista contro quella che egli considerava la sostanziale impotenza dei riformisti, lotte che srabbero culminate nel 1912 con la cacciata di Bissolati e Bonomi.

    Il pensiero politico di Camillo, all’epoca, può così riassumersi: egli è contemporaneamente riformista e rivoluzionario. Rivoluzionario, poiché auspica una rivoluzione istituzionale repubblicana di tipo mazziniano accompagnata dal federalismo che ha conosciuto negli Stati Uniti; riformista poiché non considera realistiche le tesi classiste dei massimalisti marxisti.
    Ritenne queste posizioni ben più realistiche del riformismo turatiano, da lui giudicate incerte e contradditorie.

    Nel 1922 scrisse su Tempi Nuovi un articolo che dava di Turati un duro giudizio politico anche se mitigato da attestazioni di stima personale:
    Sui temi legati all'interventismo fu dapprima neutralista, fintanto che l'Italia aderì alla Triplice Alleanza con Austria e Germania, per spostarsi poi in campo interventista quando, a conflitto iniziato, l'Italia denunciò quell'alleanza per schierarsi con le nazioni aderenti alla Triplice Intesa.

    Il suo fu un cauto e ragionato interventismo che non lo esimette dall'esprimere forti critiche nei confronti del Comitato di Mobilitazione Industriale preposto agli approvvigionamenti e agli esoneri.
    Nelle prime elezioni politiche del dopo guerra, si schierò a favore dei socialisti dell Unione Socialisti Italiani (come compare dal simbolo di quel partito riportato su L'Azione Riformista (1919) (Leonida Bissolati) che presentarono una lista elettorale con gli ex interventisti rivoluzionari dell'Unione Sindacale Italiana di Alceste De Ambris. Questa lista subì una disfatta elettorale a vantaggio della grande affermazione elettorale di socialisti e popolari cattolici.

    Camillo dalle pagine de L'Azione Riformista, un settimanale politico che egli editò (1919-1920) nel Canavese, auspiccò invano che i socialisti, dopo l'affermazione elettorale, decidessero inequivocabilmente la via parlamentare e riformista.
    Nel 1919-20 assistette critico ai tumulti del Biennio rosso; venne risparmiato dall'occupazione della sua fabbrica per l'atteggiamento collaborativo e la stima dei propri operai.

    La rivoluzione russa e l'affermazione del bolscevismo contribuirono ad un ulteriore spostamento massimalista dei socialisti. Camillo dopo la presa del potere da parte di Lenin ai danni della socialdemocrazia, così scriveva su L’azione Riformista:
    Il fascismo aiutato dagli errori socialisti e dall'insipienza liberale si stava affermando anche negli ambienti progressisti, cui non furono immuni Camillo e gli amici di Tempi Nuovi.

    Indicativo l'articolo del 1922 scritto presumibilmente dal suo amico e direttore del settimanale, Donato Bachi:
    Dagli articoli di quel giornale del 1922, appare chiara la posizione di benevole attesa nei confronti di Mussolini e del fascismo. Ciò non toglie che lo stesso giornale, stigmatizzi le violenze squadristiche a Torino (dicembre 1922), prendendo successivamente posizioni a favore del fascismo revisionista di Massimo Rocca e Mario Gioda.
    Camillo Olivetti si dimise nel 1923 dalla redazione del giornale, quando fu chiaro che con la sua espulsione dal partito, il revisionismo fascista di Massimo Rocca veniva definitivamente sconfitto e quindi lo stesso Mario Gioda (fondatore e primo segretario del Fascio di Torino) non avrebbe potuto intervenire sulle possibili rappresaglie, non solo nei confronti del giornale, ma della stessa azienda di Ivrea. Con talea decisione Camillo si proponeva di preservare quella fabbrica di macchine per scrivere che ormai dava lavoro a centinaia di dipendenti.
    L'ultima sua presa di posizione politica ufficiale fu del 1924, in una manifestazione al teatro Giocosa di Ivrea, con il figlio Adriano, dove fu stigmatizzato l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti.
    Il consolidamento definitivo della dittatura fascista lo vide uscire dalla scena politica per dedicarsi esclusivamente alla sua azienda. La sua posizione nei confronti del fascismo, pur laicamente riconoscendo anche le cose positive, fu di forte critica rispetto alla definitiva abdicazione dei principi repubblicani e federalisti, nonché al proliferare dell'odiata burocrazia, aggravata dall'aggiunta di quella in camicia nera. Indicativo il fatto che nel 1929 gli fu ritirato il passaporto, solo in seguito restituito per l'intervento di un altro Olivetti (per altro non parente): Gino Olivetti, onorevole ed ex presidente dell'Unione Industriale di Torino lo apprendiamo da una lettera autografa del 1929.<Archivio storico Olivetti>
    L'avvento delle leggi razziali, pur stigmatizzandole, lo vedranno tuttavia in una posizione di non eccessiva drammatizzazione (come restimoniano alcune lettere ad amici). Pur dovendo rinunciare a favore dei figli (dichiarati ariani) alla proprietà della società, sarà esentato dalle medesime "per meriti industriali".
    Negli ultimi anni della sua vita si dedicò agli studi religiosi, abbracciando la religione Unitariana: una chiesa cristiana e protestante che fa della ragione e dei valori ecumenici interreligiosi il proprio fondamento.
    Durante la seconda guerra mondiale scrisse e diffuse, attraverso un opuscolo clandestino, proposte radicali di riforme in campo sociale, economico e industriale. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943e l'arrivo delle truppe tedesche, fu costretto ad abbandonare la propria casa di Ivrea e rifugiarsi nel biellese.
    Note


      ^ Tra i soci vi era il senatore Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera
      ^ Dalla moglie Luisa Revel, figlia del pastore valdese di Ivrea, Camillo ebbe sei figli
      ^ Lo apprendiamo da numerose lettere e dall'introduzione di suo pugno ad un libro da lui tradotto dall'inglese conservati presso l'Archivio Storico Olivetti

    Collegamenti esterni
    Biografia di Camillo Olivetti
    Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Camillo_Olivetti"
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