Amintore Fanfani (1908-1999)

Informazioni di base:

  • Scomparso nel: 1999
  • Data di nascita: 6 Febbraio 1908
  • Professione: Politico
  • Luogo di nascita: Pieve Santo Stefano (AR)
  • Nazione: Italia
  • Amintore Fanfani in Rete:

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  • Biografia:

    (estratta da Wikipedia)


    Amintore Fanfani
    Luogo di nascita
    Pieve Santo Stefano
    Data di nascita
    6 febbraio 1908
    Luogo di morte
    Roma
    Data di morte
    20 novembre 1999
    Partito politico
    Democrazia Cristiana
    Coalizione
    Pentapartito
    Mandato
    18 gennaio 1954 - 10 febbraio 1954

    1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959

    26 luglio 1960 - 21 giugno 1963

    1 dicembre 1982 - 4 agosto 1983

    17 aprile 1987 - 28 luglio 1987

    Elezione
    Titolo di studio
    laurea in Economia e Commercio
    Professione
    docente universitario, politico, giornalista
    Coniuge
    Vicepresidente
    Predecessore
    Giuseppe Pella

    Adone Zoli

    Fernando Tambroni

    Giovanni Spadolini

    Bettino Craxi
    Successore
    Mario Scelba

    Antonio Segni

    Giovanni Leone

    Bettino Craxi

    Giovanni Goria

    Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908 – Roma, 20 novembre 1999) è stato un politico e scrittore italiano.
    Uno dei più celebri politici italiani del Secondo dopoguerra, fu una figura storica del partito della Democrazia Cristiana; si distinse anche come storico dell'economia.
    Proveniente da una numerosa ed umile famiglia della provincia toscana, compì i suoi studi tra Urbino (scuole medie) ed Arezzo (Liceo scientifico). Si iscrisse all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove studiò nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1930, ottenne nel 1936 la cattedra di Storia delle Dottrine Economiche. Aderì con convinzione al fascismo e il suo nome comparve assieme a quello dei 330 firmatari che, nel 1938, appoggiarono il Manifesto della razza. Fanfani del regime condivise più che altro le scelte di politica economica e si dimostrò un convinto sostenitore del corporativismo, nel quale riconobbe uno strumento provvidenziale per salvare la società italiana dalla deriva liberale o da quella socialista ed indirizzarla verso la realizzazione di quegli ideali di giustizia sociale suggeriti dalla Dottrina sociale della chiesa.
    Durante il periodo milanese, Fanfani fu direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e si affermò nel panorama culturale italiano (e non solo) grazie a studi di argomento storico-economico che hanno conservato un duraturo successo, come testimonia la recentissima ripubblicazione (2005) dell'opera Cattolicesimo e Protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, nella quale propose una coraggiosa interpretazione dei fenomeni di genesi del capitalismo, con particolare riferimento al condizionamento dei fattori religiosi e in sostanziale disaccordo con le tesi, allora paradigmatiche, di Max Weber.
    Sempre negli anni trascorsi a Milano conobbe Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira e, dalla fine degli anni trenta, prese a partecipare assiduamente alle loro riunioni, discutendo di cattolicesimo e società. Con l'entrata in guerra dell'Italia, il gruppo spostò la sua attenzione al ruolo che sarebbe dovuto toccare al mondo cattolico all'indomani di quella caduta del Fascismo che era ormai ritenuta imminente.
    Con l'8 settembre del 1943, tuttavia, il gruppo si sciolse e, fino alla Liberazione, Fanfani si rifugiò in Svizzera, dove organizzò corsi universitari per i rifugiati italiani. Appena rientrato in Italia, venne invitato a Roma proprio dall'amico Giuseppe Dossetti, appena eletto alla vicesegreteria democristiana, che gli affidò la direzione dell ufficio propaganda del partito. Ebbe in questo modo inizio la sua carriera politica e nel mezzo secolo successivo si troverà sempre, anche se a fasi alterne, al centro della scena politica nazionale.

    Carriera politica
    Eletto all'Assemblea Costituente, fece parte della Commissione che ha redatto il testo della nuova Costituzione repubblicana: sua è la formula: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Fu ministro del Lavoro nel quarto (1947-1948) e quinto (1948-1950) governo De Gasperi e dell'Agricoltura nel settimo governo De Gasperi (1951-1953), degli Interni nell'ottavo governo De Gasperi (1953-1953). Fu il promotore del c.d. "piano Fanfani" che prevedeva la costruzione di oltre 300.000 abitazioni popolari. Grazie alla tenacia e all'operosità di Fanfani, in pochissimo tempo furono realizzati nelle principali città dei nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica, spesso progettati da urbanisti e architetti di fama (ad esempio, il comprensorio del Tuscolano a Roma).
    Nel 1954 formò il suo primo governo, senza però ottenere la fiducia. Fece invece parte del governo Pella come ministro degli Interni. Sempre nel 1954 venne nominato segretario della Democrazia Cristiana in quanto leader della corrente "Iniziativa Democratica"; come segretario si adoperò per dotare il partito di una fitta rete di sezioni. Nel 1958, a seguito del successo elettorale della DC, poté formare il suo secondo governo, con il sostegno di repubblicani e socialdemocratici, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri. Il governo rappresentò un primo accenno a un nuovo corso politico, superando il cosiddetto centrismo. A causa della contrarietà della maggioranza della DC all'apertura di una stagione di centro-sinistra e, soprattutto, all'eccessiva concentrazione di potere realizzatosi nelle mani del leader aretino, il Governo Fanfani II fu presto logorato dai cosiddetti "franchi tiratori", che lo misero spesso in minoranza. È per questo che il 26 gennaio 1959 Fanfani rassegnò le dimissioni del gabinetto da lui presieduto e, pochi giorni dopo, si dimise anche da Segretario politico della DC. Al suo posto, venne nominato Presidente del Consiglio Antonio Segni, sostenuto da una maggioranza di centro-destra, mentre alla Segreteria del partito di maggioranza fu nominato, dopo un travagliato Consiglio Nazionale alla Domus Mariae, Aldo Moro. Si verificò in quella sede una spaccatura nella corrente di "Iniziativa Democratica", con la nascita delle correnti contrapposte di "Nuove Cronache" e della corrente "dorotea".
    Dopo la sconfitta, Fanfani si ritirò nella sua Toscana, meditando a lungo di ritirarsi dalla vita politica e di ritornare all'insegnamento universitario. La battaglia congressuale della DC del 1959, però, gli offrì nuovi stimoli. Alla guida di un cartello di centro-sinistra, Fanfani giunse quasi a vincere il Congresso nazionale sulla base di una piattaforma politica che affermava la necessità di una collaborazione con il PSI. Il fronte anti-fanfaniano, inizialmente sicuro della vittoria, rimase spiazzato dall'attivismo e dal recupero del vecchio leader, riuscendo a vincere il congresso e a rieleggere Segretario Aldo Moro solo per pochi voti.


    In politica estera ebbe un ruolo cruciale per la c.d. Crisi di Suez, promuovendosi come mediatore tra il Presidente egiziano Nasser e le potenze occidentali.
    Nel 1960, dopo la partentesi travagliata del Governo Tambroni, Fanfani torna alla Presidenza del Consiglio, formando il suo terzo governo. Si trattò di un monocolore democristiano appoggiato dai partiti del centro democratico, ma che poteva avvalersi anche dell'astesione non concorata dei socialisti e dei monarchici. Con Fanfani al Governo e con Moro alla Segreteria, la Democrazia Cristiana si prepara ad inaugurare definitivamente la coalizione di centro-sinistra. L'impegno dei due "cavalli di razza" del partito porta infatti il Congresso nazionale, svoltosi a Napoli nel 1962 ad approvare con ampia maggioranza la nuova linea di collaborazione con il Partito Socialista Italiano.
    Nel 1962, subito dopo il Congresso DC, Fanfani forma il suo quarto governo, questa volta di coalizione (DC - PSDI - PRI e con l'appoggio esterno del PSI), iniziando così l'esperienza delle maggioranze di centrosinistra. Sarà questo il periodo di maggiore successo della carriera di Fanfani.
    In politica estera ruolo fondamentale fu quello assunto da Fanfani durante la Crisi dei missili di Cuba: proponendo a John Kennedy la dismissione dei missili installati in Puglia verso l'URSS, favorì l'accordo tra gli americani e Kruscev.
    In politica interna raggiunse importanti successi come la nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'istituzione della scuola media unica (con i libri di testo gratuiti per i non abbienti), la definitiva industrializzazione del paese, l'avvio delle opere infrastrutturali come la realizzazione dell'Autostrada del sole Milano-Napoli e la definitiva consacrazione della RAI come servizio pubblico (con le trasmissioni Non è mai troppo tardi per gli analfabeti o Tribuna politica dando spazio a tutte le forze politiche in egual misura).
    La sua politica riformatrice, accusata di avere uno stampo troppo socialista, produsse una significativa diffidenza della classe industriale e della corrente di destra della DC. Con il calo di consenso elettorale del 1963 fu costretto alle dimissioni.
    Nel 1965 è ministro degli Esteri nel secondo governo Moro, carica che ricopre anche dal 1966 al 1968 nel terzo governo Moro. Venne eletto Presidente dell'Assemblea dell'ONU per il periodo 1965-1966.
    Dal 1968 al 1973 fu Presidente del Senato, ed ebbe nel marzo del 1972 la nomina di senatore a vita.
    Nel 1973, fu rieletto Segretario politico della Democrazia Cristiana dopo il Congresso di Roma. L'elezione di Fanfani pose fine alla segreteria del suo delfino Arnaldo Forlani e alla linea politica di 'centralità', che aveva portato all'interruzione momentanea della collaborazione con il Partito Socialista Italiano. Il ritorno alla segreteria del leader aretino non riuscì in ogni caso ad evitare la progressiva crisi di una formula politica (quella del Centro-Sinistra) ormai giunta alla fine della propria esperienza.
    Dopo le pressioni provenienti dagli ambienti cattolici, seppur con molte perplessità circa la sua riuscita, dovette guidare il partito nella campagna per il referendum sulla abrogazione del divorzio, su posizioni di forte contrapposizione allo schieramento laico. Fanfani si ritrovò a guidare questa battaglia senza avere l'appoggio esplicito della DC: Rumor, Moro, Colombo e Cossiga, infatti, erano convinti della non riuscita della battaglia referendaria. La sconfitta del referendum sul divorzio non ne provocò immediatamente le dimissioni; per un altro anno, infatti, Fanfani continuò a guidare il partito, seppur con l'esplicita opposizione delle correnti di sinistra. L'attenzione di Fanfani si spostò allora sulle elezioni regionali del 1975, dove egli sperava di raggiungere un successo considerevole basando la campagna elettorale sui temi della sicurezza e dell'opposizione al crimine e al terrorismo. Invece il risultato della consultazione portò la DC al suo minimo storico, con conseguente sfiducia per il Segretario da parte del Consiglio Nazionale. A lui succedette Benigno Zaccagnini, inizialmente sostenuto dallo stesso Fanfani, che poi assunse una posizione critica nei confronti della segreteria a causa della sua linea di apertura al PCI. Fu per questo che, durante il Congresso nazionale DC del 1976 Fanfani guidò, assieme ad Andreotti e ai dorotei di Piccoli e Bisaglia, un cartello di correnti moderate opposte alla "linea zaccagnini" denominato "DAF". Il "DAF", però, non riuscì ad imporsi e a far eleggere alla Segreteria il fanfaniano Arnaldo Forlani, mettendo così in condizione Zaccagnini e la sua maggioranza di procedere con la politica di "solidarietà nazionale e con l'apertura al PCI.
    Dopo il Congresso, fu nominato quindi Presidente del consiglio nazionale della DC, carica che la nuova maggioranza zaccagniniana volle concedere a un esponente della minoranza per assicurare l'unità del partito. Lasciò quest'incarico dopo le elezioni del 1976, quando fu eletto nuovamente alla presidenza del Senato, carica che mantenne costantemente fino al 1982.
    Durante il sequestro Moro fu l'unico esponente DC ad appoggiare la linea della trattativa rimanendo isolato all'interno del partito. Moro stesso, dalle lettere dal carcere delle Brigate rosse, si rivolse a Fanfani facendo affidamento al suo "gusto antico per il grande sfondamento". La famiglia Moro, in rotta con lo stato maggiore DC, rifiutò di partecipare ai funerali di Stato e negò agli esponenti politici democristiani la possibilità di partecipare ai funerali in forma privata a Torrita Tiberina. Fanfani, a causa della posizione aperturista assunta durante sequestro, fu il solo a essere autorizzato a recarsi alle esequie nella cittadina laziale (anche se non poté fare in tempo ad assistere alla cerimonia funebre perché impegnato nella commemorazione di Aldo Moro al Senato).
    Il summit del G7 nel 1983 (Fanfani è l'ultimo a destra)
    Nonostante avesse collaborato all'affermazione delle correnti moderate della DC nel Congresso nazionale del 1980, che causò l'interruzione della fase di apertura verso i comunisti, Fanfani decise di sostenere al successivo Congresso proprio la Sinistra del partito. Contribuì in modo decisivo all'elezione del nuovo Segretario Ciriaco De Mita e alla sconfitta di quello che un tempo era stato il suo delfino: Arnaldo Forlani. A causa di questa scelta, la corrente fanfaniana subì una pesante scissione; il grosso della stessa, infatti, non se la sentì di seguire il leader in questa nuova avventura, preferendo rimanere assieme a Forlani nella minoranza moderata del partito.
    Dal 1982 al 1983 Fanfani fu Presidente del Consiglio per la quinta volta, guidando un governo DC - PSI - PSDI - PLI con l'appoggio esterno del PRI. Destando un certo scalpore, nel febbraio del 1983 Fanfani si recò a Londra per rendere visita all'ex re d'Italia Umberto II, ricoverato alla London Clinic. Dal 1985 al 1987 fu ancora Presidente del Senato,eletto da un'ampia maggioranza che andava dalla maggioranza pentaprtito, al PCI fino ad arrivare al MSI. Da aprile a luglio del 1987 fu per la sesta volta premier per poi essere nominato ministro degli Interni nel governo Goria; dal 1988 al 1989 fu al Bilancio nel governo De Mita.
    Nel 1992, dopo le elezioni politiche che rivoluzioneranno il quadro politico nazionale, fu eletto Presidente della commissione permanente "Affari esteri" del Senato, che mantenne fino al 1996. Sarà l'ultimo incarico istituzionale ricoperto da Fanfani.
    Dopo la stagione di Tangentopoli (dalla quale non venne sfiorato, a differenza di gran parte degli esponenti DC) e le trasformazioni subite dalla DC, seguì il partito nella formazione del Partito Popolare Italiano. Nella XII legislatura (1994-1996) fu riconfermato alla presidenza della commissione Esteri del Senato della Repubblica. Le sue ultime uscite politiche sono state l'intervento all'Assemblea che sancì, sotto la guida di Mino Martinazzoli, la nascita del PPI e nel 1996 la dichiarazione di voto per la fiducia al primo governo Prodi. Benché indebolito dalla malattia, nel 1998 volle essere presente alla cerimonia per i suoi 90 anni organizzata dal Senato.
    Oltre agli studi e alla politica, la sua grande passione fu la pittura, che esercitò fin da giovane dopo studi accademici.
    La sua azione politica è stata importante in quanto egli viene considerato, insieme a Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Aldo Moro ed Ugo la Malfa, uno degli artefici della svolta politica del centro-sinistra, con cui la Democrazia Cristiana volle avvalersi della collaborazione governativa del Partito Socialista Italiano.
    Curiosità
    Una foto di Fanfani
    Per i molteplici incarichi istituzionali a cui venne chiamato, spesso anche quando alcuni credevano che stesse per imboccare il "viale del tramonto", venne soprannominato da Indro Montanelli Rieccolo.
    Sino ad oggi, Fanfani è l'unico Italiano ad avere presieduto l'Assemblea Generale dell'ONU.
    Dario Fo compose, nel 1973, una commedia intitolata Il Fanfani rapito il cui protagonista è, appunto, Amintore Fanfani.
    Persona molto legata alle tradizioni povere, infatti si vociferava che fu anche ospite a Cerenzia un piccolo paese in provincia di Crotone e che in codesto paese visitò varie case povere nel 1963 si dice che le case visitate erano quelle appartenenti alla famiglia Nigro-Mauro
    Bibliografia
    Igino Giordani, Alcide De Gasperi il ricostruttore, Roma, Edizioni Cinque Lune, 1955.
    Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1956.
    Agostino Giovagnoli, Il partito italiano: la Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994, Bari, Laterza, 1996.
    Piero Ottone, Fanfani, Milano, Longanesi, 1966
    Nico Perrone, Il segno della DC, Bari, Dedalo, 2002, ISBN 88-220-6253-1.
    Luciano Radi, La Dc da De Gasperi a Fanfani, Soveria Manelli, Rubbettino, 2005.
    Vincenzo La Russa, Amintore Fanfani, Rubbettino, 2006.
    Renato Filizzola, Amintore Fanfani. Quaresime e resurrezioni, Editalia, 1988, ISBN 88-7060-180-3.
    Collegamenti esterni
    Fondazione Amintore Fanfani
    Rieccolo! La storia di Amintore Fanfani La storia siamo noi - Rai Educational
    Tre milizie, tre fedeltà: storia della Democrazia Cristiana La storia siamo noi - Rai Educational
    Centro Studi Politici Franco Maria Malfatti
    Altri progetti
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    Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Amintore_Fanfani"
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